[MI189] È finito il pane
Posted: Tue Mar 10, 2026 11:22 pm
Traccia n.6 - "La telefonata"
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall'altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
È FINITO IL PANE
Mykola si era quasi dimenticato di avere un telefono. Nero, pesante, di bachelite lucida, sul fondo portava ancora la targhetta sbiadita della compagnia telefonica sovietica. L’avevano installato che Brežnev era ancora vivo, e nessuno lo aveva mai spostato dal tavolino vicino alla finestra.
Non squillava da anni. Era diventato organico all’arredo come le crepe nel muro o l’armadio della moglie, così familiari da sparire alla vista. Come il battito del cuore quando non lo si ascolta.
Fino a quella notte di un mese prima.
Il suono era stato così inaspettato che Mykola si svegliò di soprassalto pensando fosse un sogno.
Si era alzato lentamente dal letto, con le ginocchia artritiche che scricchiolavano come assi tarlate.
Il campanello metallico aveva un suono antico, di un’altra epoca. Sollevò la cornetta e la portò all’orecchio. Niente.
Poi aveva sentito qualcosa, qualcuno respirava dall’altra parte del filo. Lento, regolare. Senza dire alcunché, respirava e basta.
Mykola era rimasto fermo ad ascoltare per circa un minuto. Poi un piccolo clic, nulla di più.
La notte successiva la telefonata era arrivata alla stessa ora.
Due e diciassette.
Di nuovo il respiro. Continuo, costante.
E poi la notte dopo. E quella dopo ancora, sempre alla stessa ora, puntuale come un’ombra.
Mykola, però, non ne era turbato. Aveva sepolto troppi anni sotto le macerie del tempo per avere paura di un telefono. E poi non era nemmeno una novità. Ai tempi dell’Unione Sovietica, quando alzavi la cornetta sentivi di tutto. Conversazioni lontane, fruscii, voci sconosciute che parlavano di carbone o vodka. Le linee erano piene di fantasmi. A volte era perfino confortante, ti dava la sensazione di non essere mai completamente solo.
In guerra succedono troppe cose strane perché una telefonata silenziosa possa davvero sorprenderti. Anzi, fra tutte le stranezze che aveva visto, quella gli pareva la meno strana.
Una volta aveva visto un cavallo rachitico legato a un cancello piegato dalle esplosioni, che masticava lentamente una corda sfilacciata. Dietro non c’era più la casa, solo un mucchio di mattoni e travi nere.
Il paese, o quel poco che ne restava, era una manciata di case a ridosso del confine con la Russia. All’inizio erano arrivate le voci. Poi gli uomini armati, i posti di blocco, i fucili, i colpi di mortaio.
Il figlio di Mykola era morto molto prima che la guerra diventasse una parola grossa nei telegiornali. Lo avevano trovato dietro un magazzino, con altri due ragazzi. Nessuno aveva saputo dire chi avesse sparato. Le voci si erano rincorse: milizie, nazionalisti, separatisti. Ma tali erano rimaste: parole.
La verità era solo un ragazzo steso sul pietrisco ghiacciato.
La moglie di Mykola non aveva retto molto. La leucemia la consolò in quattro mesi, veloce, pietosa. Dopo di loro era rimasto solo il silenzio e un telefono muto.
Finché erano arrivati i bombardamenti, la guerra vera.
Era passato un mese esatto dall’inizio delle telefonate.
Mykola uscì di casa di buon’ora per comprare il pane e qualche barbabietola per la zuppa.
Il vento artico correva tra i casermoni distrutti infilando la neve nelle crepe dei muri e lame di gelo tra le rughe. Mykola camminava piano, con il bavero del cappotto tirato fino al mento. La neve grigia di cenere scricchiolava sotto gli stivali, l’aria sapeva dei calcinacci bruciati che aveva ammantato come una benda sporca.
Seguì con lo sguardo il percorso del filo del telefono. Usciva dal muro e correva lungo la facciata della casa, piegato sotto il peso della neve. I palazzi avevano facce annerite, cauterizzate dalle esplosioni. O facce mancanti, che lasciavano vedere dentro le stanze come scatole aperte. Letti piegati, armadi rovesciati, giocattoli dimenticati su pavimenti che non sorreggevano più piedi.
Davanti al negozio di alimentari, l’unico ancora aperto, c’era una carcassa di automobile carbonizzata. Qualcuno aveva scritto “bambini” con la vernice bianca su una portiera. Chissà se si trattava di un avvertimento o di una preghiera.
E poi c’erano i cecchini.
Andare a prendere l’acqua, attraversare la strada, accendere una stufa, ogni semplice gesto quotidiano diventava un piccolo atto di sopravvivenza. La pallottola non la senti arrivare, te ne accorgi solo dopo che colpisce. Vedi qualcuno cadere, e quando il rosso del sangue scioglie un rivolo di neve capisci perché.
Mykola aveva già visto quella cosa, molti anni prima, durante la Seconda guerra mondiale.
All’epoca era poco più che un bambino, ma i ricordi erano rimasti attaccati alla memoria come spine.
Il paese era stato schiacciato tra due mani. La gente aveva imparato presto che non esisteva davvero una parte sicura, solo pause tra una paura e l’altra. In mezzo tanta fame.
– È finito il pane – lo informò laconico Pavlo, mostrando sconfortato le gerle vuote dietro il bancone scorticato.
A Mykola passò davanti agli occhi l’immagine della madre che tagliava in quattro parti l’ultima crosta di pane raffermo.
Si strinse nelle spalle, pagò le tre barbabietole raccattate nel fondo della cassetta e riprese la propria strada. Qualcosa, però, gli si era incastrato tra i pensieri. Un granello di sabbia che bloccava l’ingranaggio, ma non riusciva a identificarlo.
Quando tornò a casa il telefono era lì, immobile sul tavolino. Aspettava la notte, come aveva sempre fatto da un mese a quella parte. Mykola lo scrutò e accennò un debole sorriso, come se l’avesse dimenticato sulla bocca.
Si gustò la zuppa di barbabietole e verdure con meno carne del dovuto, si scaldò con qualche cicchetto di vodka di contrabbando, ascoltò qualche brutta notizia dal radiogiornale e se ne andò a letto.
Driin…
Il trillo riempì la stanza e i sogni che fluttuavano.
Driin…
– È finito il pane.
Driin…
Una notte lontana, una madre che piange, bambini affamati.
Driin…
Un padre affranto, uno zaino militare macchiato di sangue, cibo.
Driin…
Mykola aprì gli occhi e ricordò.
La madre tra cibo e lacrime, il padre che stringeva un orologio tra le mani sporche di sangue.
Driin…
Il cristallo incrinato, le lancette ferme.
Le due e diciassette.
Driin…
Mykola prese una sigaretta e se l’accese con calma.
Il fumo salì lento nella stanza fredda.
Driin…
Andò alla finestra, scostò leggermente la tenda per guardare la strada coperta di neve.
Dal palazzo di fronte balenò una fiammata. Il colpo arrivò insieme al rumore del vetro che gli si infrangeva sul viso.
Il telefono squillò ancora una volta, poi smise, e nella stanza tornò il silenzio, quello grande, antico, che arriva sempre dopo gli uomini.
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall'altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
È FINITO IL PANE
Mykola si era quasi dimenticato di avere un telefono. Nero, pesante, di bachelite lucida, sul fondo portava ancora la targhetta sbiadita della compagnia telefonica sovietica. L’avevano installato che Brežnev era ancora vivo, e nessuno lo aveva mai spostato dal tavolino vicino alla finestra.
Non squillava da anni. Era diventato organico all’arredo come le crepe nel muro o l’armadio della moglie, così familiari da sparire alla vista. Come il battito del cuore quando non lo si ascolta.
Fino a quella notte di un mese prima.
Il suono era stato così inaspettato che Mykola si svegliò di soprassalto pensando fosse un sogno.
Si era alzato lentamente dal letto, con le ginocchia artritiche che scricchiolavano come assi tarlate.
Il campanello metallico aveva un suono antico, di un’altra epoca. Sollevò la cornetta e la portò all’orecchio. Niente.
Poi aveva sentito qualcosa, qualcuno respirava dall’altra parte del filo. Lento, regolare. Senza dire alcunché, respirava e basta.
Mykola era rimasto fermo ad ascoltare per circa un minuto. Poi un piccolo clic, nulla di più.
La notte successiva la telefonata era arrivata alla stessa ora.
Due e diciassette.
Di nuovo il respiro. Continuo, costante.
E poi la notte dopo. E quella dopo ancora, sempre alla stessa ora, puntuale come un’ombra.
Mykola, però, non ne era turbato. Aveva sepolto troppi anni sotto le macerie del tempo per avere paura di un telefono. E poi non era nemmeno una novità. Ai tempi dell’Unione Sovietica, quando alzavi la cornetta sentivi di tutto. Conversazioni lontane, fruscii, voci sconosciute che parlavano di carbone o vodka. Le linee erano piene di fantasmi. A volte era perfino confortante, ti dava la sensazione di non essere mai completamente solo.
In guerra succedono troppe cose strane perché una telefonata silenziosa possa davvero sorprenderti. Anzi, fra tutte le stranezze che aveva visto, quella gli pareva la meno strana.
Una volta aveva visto un cavallo rachitico legato a un cancello piegato dalle esplosioni, che masticava lentamente una corda sfilacciata. Dietro non c’era più la casa, solo un mucchio di mattoni e travi nere.
Il paese, o quel poco che ne restava, era una manciata di case a ridosso del confine con la Russia. All’inizio erano arrivate le voci. Poi gli uomini armati, i posti di blocco, i fucili, i colpi di mortaio.
Il figlio di Mykola era morto molto prima che la guerra diventasse una parola grossa nei telegiornali. Lo avevano trovato dietro un magazzino, con altri due ragazzi. Nessuno aveva saputo dire chi avesse sparato. Le voci si erano rincorse: milizie, nazionalisti, separatisti. Ma tali erano rimaste: parole.
La verità era solo un ragazzo steso sul pietrisco ghiacciato.
La moglie di Mykola non aveva retto molto. La leucemia la consolò in quattro mesi, veloce, pietosa. Dopo di loro era rimasto solo il silenzio e un telefono muto.
Finché erano arrivati i bombardamenti, la guerra vera.
Era passato un mese esatto dall’inizio delle telefonate.
Mykola uscì di casa di buon’ora per comprare il pane e qualche barbabietola per la zuppa.
Il vento artico correva tra i casermoni distrutti infilando la neve nelle crepe dei muri e lame di gelo tra le rughe. Mykola camminava piano, con il bavero del cappotto tirato fino al mento. La neve grigia di cenere scricchiolava sotto gli stivali, l’aria sapeva dei calcinacci bruciati che aveva ammantato come una benda sporca.
Seguì con lo sguardo il percorso del filo del telefono. Usciva dal muro e correva lungo la facciata della casa, piegato sotto il peso della neve. I palazzi avevano facce annerite, cauterizzate dalle esplosioni. O facce mancanti, che lasciavano vedere dentro le stanze come scatole aperte. Letti piegati, armadi rovesciati, giocattoli dimenticati su pavimenti che non sorreggevano più piedi.
Davanti al negozio di alimentari, l’unico ancora aperto, c’era una carcassa di automobile carbonizzata. Qualcuno aveva scritto “bambini” con la vernice bianca su una portiera. Chissà se si trattava di un avvertimento o di una preghiera.
E poi c’erano i cecchini.
Andare a prendere l’acqua, attraversare la strada, accendere una stufa, ogni semplice gesto quotidiano diventava un piccolo atto di sopravvivenza. La pallottola non la senti arrivare, te ne accorgi solo dopo che colpisce. Vedi qualcuno cadere, e quando il rosso del sangue scioglie un rivolo di neve capisci perché.
Mykola aveva già visto quella cosa, molti anni prima, durante la Seconda guerra mondiale.
All’epoca era poco più che un bambino, ma i ricordi erano rimasti attaccati alla memoria come spine.
Il paese era stato schiacciato tra due mani. La gente aveva imparato presto che non esisteva davvero una parte sicura, solo pause tra una paura e l’altra. In mezzo tanta fame.
– È finito il pane – lo informò laconico Pavlo, mostrando sconfortato le gerle vuote dietro il bancone scorticato.
A Mykola passò davanti agli occhi l’immagine della madre che tagliava in quattro parti l’ultima crosta di pane raffermo.
Si strinse nelle spalle, pagò le tre barbabietole raccattate nel fondo della cassetta e riprese la propria strada. Qualcosa, però, gli si era incastrato tra i pensieri. Un granello di sabbia che bloccava l’ingranaggio, ma non riusciva a identificarlo.
Quando tornò a casa il telefono era lì, immobile sul tavolino. Aspettava la notte, come aveva sempre fatto da un mese a quella parte. Mykola lo scrutò e accennò un debole sorriso, come se l’avesse dimenticato sulla bocca.
Si gustò la zuppa di barbabietole e verdure con meno carne del dovuto, si scaldò con qualche cicchetto di vodka di contrabbando, ascoltò qualche brutta notizia dal radiogiornale e se ne andò a letto.
Driin…
Il trillo riempì la stanza e i sogni che fluttuavano.
Driin…
– È finito il pane.
Driin…
Una notte lontana, una madre che piange, bambini affamati.
Driin…
Un padre affranto, uno zaino militare macchiato di sangue, cibo.
Driin…
Mykola aprì gli occhi e ricordò.
La madre tra cibo e lacrime, il padre che stringeva un orologio tra le mani sporche di sangue.
Driin…
Il cristallo incrinato, le lancette ferme.
Le due e diciassette.
Driin…
Mykola prese una sigaretta e se l’accese con calma.
Il fumo salì lento nella stanza fredda.
Driin…
Andò alla finestra, scostò leggermente la tenda per guardare la strada coperta di neve.
Dal palazzo di fronte balenò una fiammata. Il colpo arrivò insieme al rumore del vetro che gli si infrangeva sul viso.
Il telefono squillò ancora una volta, poi smise, e nella stanza tornò il silenzio, quello grande, antico, che arriva sempre dopo gli uomini.