Il mestiere degli occhi
Posted: Fri Jul 24, 2026 8:58 pm
viewtopic.php?p=88102#p88102
La fermata è, come al solito, piena di gente che combatte con il cuore e la mente i propri affanni. Armando sale sull’autobus: oggi la fortuna gli sorride, trova un posto, si siede ma si sente instabile e dopo poco lascia il posto ad una signora piena di borse. Captare stando in piedi la musica scoordinata delle persone lo rallegra.
Prima di prendere l’autobus era passato al solito bar, pieno di persone fatte per essere dipinte, ma lui non ha quel dono ed è un vero peccato perdere quello che i suoi occhi sanno registrare. Lui sa solo osservare, in quello è forte, glielo aveva confermato perfino il suo psichiatra, uomo che con le parole non fa facili regali.
Dentro l’autobus, costretto come un cerino dentro una scatola, con calma inizia quello che lui chiama “il mestiere degli occhi”: con calma si guarda in giro, perché se la prima regola è osservare senza farsi notare, la seconda è cercare tra le tante teste qualcosa che valga la pena di osservare. Armando conosce ormai il percorso a memoria, le dita in tasca trovano una caramella e, prima di metterla in bocca, pensa alle pastiglie antidepressive che gli avevano imposto di prendere e che da tempo ha gettato nella pattumiera.
Ognuno ha i suoi brutti momenti: Armando ha avuto la sua dose senza sconti, ma il passato remoto non è il presente e i dottori erano stati chiari, doveva sostituire i pensieri negativi con altri positivi. Se certi pensieri fossero rimasti ora sarebbe sottoterra, perché il pensiero della morte era entrato senza neanche bussare e chiedere il permesso alla sua mente.
Quando ha voglia di prendersi in giro immagina il suo funerale con un corteo di gente che, per non sentire il fastidio delle campane a morte, parla ad alta voce della vita: dopo un po’ tutto scompare e lui rimane l’unico a sentire i passi sincronizzati della terra che cade sulla bara. Ora di rado pensa ad accorciarsi la vita, il vino addormenta certe voglie, quando l’idea del suicidio qualche volta ancora arriva lo fa di nascosto, in punta di piedi scardina le porte chiuse e si fa largo prepotente come un ago in vena. Dopo tempo aveva capito una cosa: suicidarsi era togliersi una possibilità, mettere un meno dietro il suo nome, e poi non ultimo c’era il dilemma di come suicidarsi.
Sembrava un problema irrilevante e invece la cosa lo tormentava: era arrivato alla conclusione che, se proprio avesse dovuto farlo, avrebbe preferito di mattina, ovviamente ubriaco, sobrio non ce l’avrebbe mai fatta, gettandosi con un tuffo sotto la metropolitana. Quando lo aveva raccontato allo psichiatra era rimasto zitto, non dicendo nulla in contrario.
Prima dell’attuale psichiatra aveva girato molti dottori, ma nessuno pareva avere un volto interessante, erano terracotta pronta a modificarsi a seconda dell’interlocutore. Dei suoi tanti problemi scegliere uno psichiatra era stata la cosa più dura, era come fidarsi di un probabile amore, come spogliarsi nudo senza avere occhi addosso che ti giudicano: dal suo attuale psichiatra ci era arrivato stanco, deluso, e nella sala d’attesa ebbe voglia di fuggire, ma poi uscì quell’uomo così strano. Appena lo vide pensò a lui come ad una rana: basso, con le gambe muscolose da ciclista, gli occhi acquosi dietro gli occhiali con un ciuffo con l’onda che gli ricopriva la fronte.
Non fu subito amore, ci volle tempo, prove e riprove, perché quando la vita ti sottrae la fiducia per riconquistarla ci vuole molto lavoro. Questo dottore ha il merito di ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi e il cuore anche se alla fine anche lui prescriveva pastiglie di ogni colore e Armando si trasformava in una pianta, un vegetale con l’unico scopo di essere innaffiato. Non si era suicidato non certo per merito delle pastiglie o di una raggiunta consapevolezza: non lo aveva fatto perché quando il pensiero stava diventando realtà era arrivata una scossa, una paura dell’orribile sua immagine spiaccicata sotto le rotaie.
Era un’angoscia che gli torturava la mente, lui strappato, diviso, spiaccicato, come un frutto precipitato a terra. Comunque, per non cadere in tentazione, da anni prende l’autobus, il tragitto è più lungo ma non ha importanza. In piedi i pensieri oscillano insieme al corpo, sembrano onde che tocchino il bagnasciuga e poi ritornino da dove sono venuti: come si fa a conquistare il sole quando il tetto dell’autobus ricorda un orrido cielo di latta? Non fa tempo ad entrare un pensiero che subito ne arriva un altro: chissà dove finisce la luce di una stella che cade? Intanto che ordina i suoi pensieri, una donna legge assorta un libro, magari pensa di trovare in quelle pagine ciò che ha perso o che stava cercando, un uomo in equilibrio su una gamba diventa simile ad un fenicottero pulendosi la scarpa sporca con un fazzoletto, una donna anziana con gli occhi di sabbia avanza piano verso l’uscita e intanto scherza con il nipote che tiene stretto per mano come se avesse paura che quel piccolo arbusto possa perdersi nella vita.
Un uomo alto colpisce l’attenzione di Armando: asciutto come una sardina dentro la scatola di un bel vestito, si muove con scarpe luccicanti e un bell’orologio al polso, parla ad alta voce non curandosi di chi ascolta, pare che abbia piacere a far sentire il peso della sua voce.
- Marcello sto arrivando, mi si è fermata la macchina, tra mezz’ora sarò in ditta, dimmi pure.
L’uomo ascolta per qualche secondo, poi risponde: - Marcello tu lo sai. l’ho licenziato perché è un brutto momento, certo che capisco i suoi problemi, cosa credi che sia insensibile? È un buon lavoratore, ma non è essenziale o meglio potrebbe esserlo ma non ha mai fatto quel salto di qualità.
Dall’altra parte del telefono si tenta una difesa d’ufficio, ma l’uomo alto replica: -Lo so gli è morta la figlia, mi dispiace Marcello, non continuare a ripetermelo, lo so, lo so, ho anche mandato una delegazione al funerale, la nostra corona mi hanno confermato essere la più bella, che altro potevamo fare? Ora mi trovo costretto a fare una scelta, per quanto dura, e poi non è così vecchio da non poter trovare un altro lavoro, conosco persone che cambiano continuamente lavoro. Certo che sei tu a doverglielo dire, ti pago per questo, e poi forza dobbiamo svecchiare questa mentalità di avere un posto fisso per tutta la vita, siamo indietro in tutto, in altre nazioni questo è accettato.
Armando conosce bene questa dinamica, anche lui era quel tipo d’uomo che aveva il timore di contraddire il suo capo, che ad ogni sbalzo di umore passava da giocare come fa un bambino a saltare urlando sul destino degli altri: quando ci pensa ancora non si dà pace, è stato costretto a mentire e a far finta di non vedere, quando allegramente il cosiddetto capo tirava fuori forchetta e coltello e banchettava, licenziando e ridendo come una iena sulle carcasse dei dipendenti. Era diventato il braccio destro di un uomo che non aveva scrupoli, che divorava qualsiasi cosa, che lo aveva scelto non perché fosse il migliore ma perché non sapeva dire no.
Armando osserva l’uomo che sempre più gli pare assomigliare per altezza e forma ad un cipresso, uno di quelli che si stagliano nei cimiteri e che da piccolo gli davano l’angoscia perché gli sembrava che ogni ramo lo volesse rapire. Armando non si è mai ribellato, piano piano si è consumato come una candela accesa fino a squagliarsi, ad ammalarsi per quello che era diventato. Non si accettava più, non riusciva più a giustificarsi, cominciò a bere ma tutto quel liquido che entrava usciva in lacrime. Un gatto dicono abbia sette vite ed è un’ingiustizia, perché noi umani ne possediamo solo una e una volta esaurita non c’è nessuna poesia nel buio.
Un giorno di pioggia unico sostegno alle bombe che gli piovevano addosso fu iniziare a bere: sulla parete della sua camera da letto vicino all’ immagine della Madonna scrisse VERGONATI e la mattina alzandosi, ricordando a stento quello che aveva fatto, ebbe la sensazione di aver scavalcato con un salto la staccionata. Si licenziò il capo non riusciva a capire, gli offrì perfino un aumento ma non ottenne altro che un rifiuto. Allora alzò la voce, urlò che era un ingrato, una pedina che facilmente sarebbe stata sostituita.
- Negli scacchi se si perde una pedina bisogna ricomprare l’intera scacchiera.
A sentire quella frase il capo divenne idrofobo e tutti corsero a vedere come un uomo pensato composto si stesse trasformando in belva, tutto mentre Armando stava fermo come se la cosa non lo riguardasse, come se quelle urla non arrivassero alle sue orecchie, in silenzio stava ad abbronzarsi al rosso fuoco del viso del suo capo.
L’autobus si muove come una barca nell’oceano, l’uomo cipresso è ancora al telefono, ora parla meno forte, sorride come se la maschera sociale che ha addosso glielo chiedesse, per cambiare espressione qualche volta il sorriso si muta in una falsa risata. Quello che Armando ha sentito chiamare Marcello com’era prevedibile ha finito di obiettare, si è consegnato al più forte esattamente come faceva lui con la scusa che alla fine, anche se si fosse opposto, non sarebbe cambiato nulla.
Armando si avvicina alla porta, vuole guardare negli occhi quello strano albero che parla gracchiando come una radio fuori sintonia. Per un attimo gli occhi si toccano e Armando sente in quella luce il ricordo di un vecchio amico ritrovato, ai simili della stessa specie basta solo un’annusata per capirsi senza spendere parola. Stavolta il suo pensiero non resta chiuso nel silenzio.
- A che posto sei nella classifica del mentire? Certo potresti mentirmi, ma sappi che io sono stato per anni il numero uno nella classifica. Dicevo di amare tutti, ma non amavo nessuno, alla fine ero molto più scontato di quello che volevo far credere, volevo solo essere uno che conta, uno di quelli che si legge nei libri e non mi importava se il prezzo da pagare fosse alto, ero come te, esattamente come te.
L’uomo cipresso si sposta seccato da Armando, con un colpo d’occhio osserva l’orologio, l’espressione che ne consegue è la stessa di un uomo a cui hanno tirato addosso una secchiata d’acqua: se fosse stato in macchina tutto questo non sarebbe successo, questa scatola avanza a singhiozzi, c’è troppa gente, strani animali, si procede alla stessa velocità di un corteo funebre, questo posto non è proprio per lui.
Nel frattempo, chiama qualcuno al telefono: - Buongiorno Ali, mi raccomando che l’aula congresso sia pulita, soprattutto le finestre devono splendere, mi fido di lei.
Appena finisce ritelefona e dopo ipocrite cordialità mostra il volto vero della sua chiamata: - Francesco fammi un piacere, controlla Ali, lo sai che se può dorme e poi non mi fido di lui.
Armando sorride, prepotenti, arroganti, ipocriti, vigliacchi hanno tutti la stessa matrice, sembrano costruiti in serie, l’uomo cipresso è per lui una fonte di inesauribile divertimento, si riavvicina e parla, sempre senza guardarlo in faccia.
- Ti è mai capitato che ogni tanto si accenda nella mente una luce come un bengala e si percepisca di non essere niente oltre che fumo?
Stavolta l’uomo cipresso sente uno strano dolore che non sa bene definire, come la punta di una spada che tormenta la carne e con le spalle al muro reagisce.
- Mi scusi, ma lei sta parlando con me?
- Il fumo non è altro che una nuvola che non toccherà mai il cielo.
- Mi scusi ripeto, sta parlando con me? Non ho intenzione di ripeterglielo una seconda volta.
Armando per nulla intimorito continua a parlare e lo fa sorridendo con un viso irritante, la cosa è diventata per l’altro un’onta intollerabile; è abituato a controllare le varie situazioni ma ora si trova in balia di un povero matto che chissà perché lo sbeffeggia. Armando ha in volto una fastidiosa allegria che travolge perfino il tempo morto dentro l’autobus, stranamente pare che tutti comincino a guardarsi, qualcuno mormora qualcosa, altri rimangono composti, ma ora tutti si sono svegliati dai loro pensieri.
Ecco risolto il mistero, pensa l’uomo cipresso, stamattina tutto mi appare confuso e strano perché non ho fatto colazione, sicuramente ho un calo di zuccheri. Fruga nella tasca della giacca e trova una caramella, meglio che niente, ma quando sta per metterla in bocca una brusca frenata gliela fa cadere dalla mano. La rabbia esplode, il viso diventa di lava incandescente.
- Maledetto autobus, maledetto chiunque lo prende.
Il mondo che pochi attimi prima sembrava indifferente, senza occhi e senza orecchie, ora lo guarda torvo e lui si sente circondato da occhi e corpi che pare lo giudichino. In preda ad una crisi nervosa grida: - Cosa volete?
Nessuno risponde, ma hanno tutti lo stesso sguardo dei suoi dipendenti che ha gettato come vecchie carte nel cestino. Ora è sicuro, è un sortilegio fatto da questo strano uomo che gli sta accanto e straparla: vede che Armando ancora sorride e il sangue comincia a bollire come fosse sul fuoco, lo afferra con due mani.
- Le ho detto di smetterla, vada tormentare qualcun altro.
Armando si divincola e lo fissa dentro gli occhi, quello ora quasi balbetta perché gli occhi di Armando possono trasportare un carico così grosso di dolore da far male al sangue nelle vene.
- Ti posso rovinare la vita, mi basta solo volerlo.
Armando lo lega al suo sguardo, lo imprigiona nel baratro delle sue paure, ora non sorride più e per un attimo scorre il silenzio, poi il tuono di una risata che travolge l’uomo cipresso come una valanga. Un uomo grosso con la faccia poco rassicurante gli si avvicina.
- Tolga le mani di dosso dal signore.
- Basta finitela.
- Non siete dei bambini.
Gli sguardi diventano ostili, il mondo che prima pareva ossequiarlo ora lo vuole crocifiggere tra un finestrino e la porta d’uscita, ma perché? Cosa ha fatto di male? La soluzione è facile, ce l’ha a portata di mano: sono invidiosi, hanno intuito che non saranno mai come lui. Fa un bel respiro, ha visto in un video che nei momenti di difficoltà bisogna respirare col diaframma, ci prova ma nel video sembrava più facile. Dopo un paio di minuti va un po’meglio, la gente ha smesso di essere ostile ma lui è comunque tutto sudato, agitarsi non fa bene all’ espressione di distacco che tanto gli ha dato successo.
La fermata è arrivata e deve scendere, ma prima di farlo non riesce a tenere a bada l’orgoglio, la voglia di rendere l’offesa lo fa parlare.
- Vi ho tutti memorizzati, non sapete con chi avete a che fare.
Gli risponde un vecchio signore con due baffi che gli incorniciano il viso.
- Sei qualcosa che muore come tutti noi.
La porta si apre e l’uomo cipresso si getta fuori bofonchiando parole di sdegno. Armando ha un sorriso amaro, come se sapesse molto più di quello che ha appena visto, lo guarda allontanarsi come si fa con un parente che parte per una sconfitta.
Via del Corso è la sua meta ed è tra due fermate. Torna a guardare chi lo circonda: un signore starnutisce talmente forte da far spaventare un altro, una bambina piange per un dispetto fatto dalla sorella, se potesse abbraccerebbe quella bambina e raccoglierebbe le sue lacrime per i giorni di afa, in verità abbraccerebbe chiunque, ma farlo è un lavoro difficile, bisogna essere allenati per farlo.
Ogni viaggio per lui che aveva paura a stare a casa da solo è scoprire un continente per poi tornare a capire che anche le pareti di casa se non le curi soffrono come le donne che hanno le rughe. Armando è l’ultimo a scendere, non ha fretta, l’ultimo ha la fortuna di scoprire la fine delle note musicali del dinosauro che li ha trasportati, saluta come se conoscesse il conducente che distratto ricambia. Armando tocca terra e per un attimo si sente avvolgere da un qualcosa vicino alla tristezza. Appoggiato sulle gambe controlla ma non trova un ‘impronta nella terra di pianura, a parte qualche macchina che lascia ferite sull’asfalto non ci sono segnali che lo aiutino, non importa, si appoggia ad un’idea e prosegue, intanto che il piede sinistro raggiunge il destro si immagina leggero come un fiore staccato e così senza peso può pensare di camminare sottosopra con i piedi immersi dentro la panna delle nuvole.
La fermata è, come al solito, piena di gente che combatte con il cuore e la mente i propri affanni. Armando sale sull’autobus: oggi la fortuna gli sorride, trova un posto, si siede ma si sente instabile e dopo poco lascia il posto ad una signora piena di borse. Captare stando in piedi la musica scoordinata delle persone lo rallegra.
Prima di prendere l’autobus era passato al solito bar, pieno di persone fatte per essere dipinte, ma lui non ha quel dono ed è un vero peccato perdere quello che i suoi occhi sanno registrare. Lui sa solo osservare, in quello è forte, glielo aveva confermato perfino il suo psichiatra, uomo che con le parole non fa facili regali.
Dentro l’autobus, costretto come un cerino dentro una scatola, con calma inizia quello che lui chiama “il mestiere degli occhi”: con calma si guarda in giro, perché se la prima regola è osservare senza farsi notare, la seconda è cercare tra le tante teste qualcosa che valga la pena di osservare. Armando conosce ormai il percorso a memoria, le dita in tasca trovano una caramella e, prima di metterla in bocca, pensa alle pastiglie antidepressive che gli avevano imposto di prendere e che da tempo ha gettato nella pattumiera.
Ognuno ha i suoi brutti momenti: Armando ha avuto la sua dose senza sconti, ma il passato remoto non è il presente e i dottori erano stati chiari, doveva sostituire i pensieri negativi con altri positivi. Se certi pensieri fossero rimasti ora sarebbe sottoterra, perché il pensiero della morte era entrato senza neanche bussare e chiedere il permesso alla sua mente.
Quando ha voglia di prendersi in giro immagina il suo funerale con un corteo di gente che, per non sentire il fastidio delle campane a morte, parla ad alta voce della vita: dopo un po’ tutto scompare e lui rimane l’unico a sentire i passi sincronizzati della terra che cade sulla bara. Ora di rado pensa ad accorciarsi la vita, il vino addormenta certe voglie, quando l’idea del suicidio qualche volta ancora arriva lo fa di nascosto, in punta di piedi scardina le porte chiuse e si fa largo prepotente come un ago in vena. Dopo tempo aveva capito una cosa: suicidarsi era togliersi una possibilità, mettere un meno dietro il suo nome, e poi non ultimo c’era il dilemma di come suicidarsi.
Sembrava un problema irrilevante e invece la cosa lo tormentava: era arrivato alla conclusione che, se proprio avesse dovuto farlo, avrebbe preferito di mattina, ovviamente ubriaco, sobrio non ce l’avrebbe mai fatta, gettandosi con un tuffo sotto la metropolitana. Quando lo aveva raccontato allo psichiatra era rimasto zitto, non dicendo nulla in contrario.
Prima dell’attuale psichiatra aveva girato molti dottori, ma nessuno pareva avere un volto interessante, erano terracotta pronta a modificarsi a seconda dell’interlocutore. Dei suoi tanti problemi scegliere uno psichiatra era stata la cosa più dura, era come fidarsi di un probabile amore, come spogliarsi nudo senza avere occhi addosso che ti giudicano: dal suo attuale psichiatra ci era arrivato stanco, deluso, e nella sala d’attesa ebbe voglia di fuggire, ma poi uscì quell’uomo così strano. Appena lo vide pensò a lui come ad una rana: basso, con le gambe muscolose da ciclista, gli occhi acquosi dietro gli occhiali con un ciuffo con l’onda che gli ricopriva la fronte.
Non fu subito amore, ci volle tempo, prove e riprove, perché quando la vita ti sottrae la fiducia per riconquistarla ci vuole molto lavoro. Questo dottore ha il merito di ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi e il cuore anche se alla fine anche lui prescriveva pastiglie di ogni colore e Armando si trasformava in una pianta, un vegetale con l’unico scopo di essere innaffiato. Non si era suicidato non certo per merito delle pastiglie o di una raggiunta consapevolezza: non lo aveva fatto perché quando il pensiero stava diventando realtà era arrivata una scossa, una paura dell’orribile sua immagine spiaccicata sotto le rotaie.
Era un’angoscia che gli torturava la mente, lui strappato, diviso, spiaccicato, come un frutto precipitato a terra. Comunque, per non cadere in tentazione, da anni prende l’autobus, il tragitto è più lungo ma non ha importanza. In piedi i pensieri oscillano insieme al corpo, sembrano onde che tocchino il bagnasciuga e poi ritornino da dove sono venuti: come si fa a conquistare il sole quando il tetto dell’autobus ricorda un orrido cielo di latta? Non fa tempo ad entrare un pensiero che subito ne arriva un altro: chissà dove finisce la luce di una stella che cade? Intanto che ordina i suoi pensieri, una donna legge assorta un libro, magari pensa di trovare in quelle pagine ciò che ha perso o che stava cercando, un uomo in equilibrio su una gamba diventa simile ad un fenicottero pulendosi la scarpa sporca con un fazzoletto, una donna anziana con gli occhi di sabbia avanza piano verso l’uscita e intanto scherza con il nipote che tiene stretto per mano come se avesse paura che quel piccolo arbusto possa perdersi nella vita.
Un uomo alto colpisce l’attenzione di Armando: asciutto come una sardina dentro la scatola di un bel vestito, si muove con scarpe luccicanti e un bell’orologio al polso, parla ad alta voce non curandosi di chi ascolta, pare che abbia piacere a far sentire il peso della sua voce.
- Marcello sto arrivando, mi si è fermata la macchina, tra mezz’ora sarò in ditta, dimmi pure.
L’uomo ascolta per qualche secondo, poi risponde: - Marcello tu lo sai. l’ho licenziato perché è un brutto momento, certo che capisco i suoi problemi, cosa credi che sia insensibile? È un buon lavoratore, ma non è essenziale o meglio potrebbe esserlo ma non ha mai fatto quel salto di qualità.
Dall’altra parte del telefono si tenta una difesa d’ufficio, ma l’uomo alto replica: -Lo so gli è morta la figlia, mi dispiace Marcello, non continuare a ripetermelo, lo so, lo so, ho anche mandato una delegazione al funerale, la nostra corona mi hanno confermato essere la più bella, che altro potevamo fare? Ora mi trovo costretto a fare una scelta, per quanto dura, e poi non è così vecchio da non poter trovare un altro lavoro, conosco persone che cambiano continuamente lavoro. Certo che sei tu a doverglielo dire, ti pago per questo, e poi forza dobbiamo svecchiare questa mentalità di avere un posto fisso per tutta la vita, siamo indietro in tutto, in altre nazioni questo è accettato.
Armando conosce bene questa dinamica, anche lui era quel tipo d’uomo che aveva il timore di contraddire il suo capo, che ad ogni sbalzo di umore passava da giocare come fa un bambino a saltare urlando sul destino degli altri: quando ci pensa ancora non si dà pace, è stato costretto a mentire e a far finta di non vedere, quando allegramente il cosiddetto capo tirava fuori forchetta e coltello e banchettava, licenziando e ridendo come una iena sulle carcasse dei dipendenti. Era diventato il braccio destro di un uomo che non aveva scrupoli, che divorava qualsiasi cosa, che lo aveva scelto non perché fosse il migliore ma perché non sapeva dire no.
Armando osserva l’uomo che sempre più gli pare assomigliare per altezza e forma ad un cipresso, uno di quelli che si stagliano nei cimiteri e che da piccolo gli davano l’angoscia perché gli sembrava che ogni ramo lo volesse rapire. Armando non si è mai ribellato, piano piano si è consumato come una candela accesa fino a squagliarsi, ad ammalarsi per quello che era diventato. Non si accettava più, non riusciva più a giustificarsi, cominciò a bere ma tutto quel liquido che entrava usciva in lacrime. Un gatto dicono abbia sette vite ed è un’ingiustizia, perché noi umani ne possediamo solo una e una volta esaurita non c’è nessuna poesia nel buio.
Un giorno di pioggia unico sostegno alle bombe che gli piovevano addosso fu iniziare a bere: sulla parete della sua camera da letto vicino all’ immagine della Madonna scrisse VERGONATI e la mattina alzandosi, ricordando a stento quello che aveva fatto, ebbe la sensazione di aver scavalcato con un salto la staccionata. Si licenziò il capo non riusciva a capire, gli offrì perfino un aumento ma non ottenne altro che un rifiuto. Allora alzò la voce, urlò che era un ingrato, una pedina che facilmente sarebbe stata sostituita.
- Negli scacchi se si perde una pedina bisogna ricomprare l’intera scacchiera.
A sentire quella frase il capo divenne idrofobo e tutti corsero a vedere come un uomo pensato composto si stesse trasformando in belva, tutto mentre Armando stava fermo come se la cosa non lo riguardasse, come se quelle urla non arrivassero alle sue orecchie, in silenzio stava ad abbronzarsi al rosso fuoco del viso del suo capo.
L’autobus si muove come una barca nell’oceano, l’uomo cipresso è ancora al telefono, ora parla meno forte, sorride come se la maschera sociale che ha addosso glielo chiedesse, per cambiare espressione qualche volta il sorriso si muta in una falsa risata. Quello che Armando ha sentito chiamare Marcello com’era prevedibile ha finito di obiettare, si è consegnato al più forte esattamente come faceva lui con la scusa che alla fine, anche se si fosse opposto, non sarebbe cambiato nulla.
Armando si avvicina alla porta, vuole guardare negli occhi quello strano albero che parla gracchiando come una radio fuori sintonia. Per un attimo gli occhi si toccano e Armando sente in quella luce il ricordo di un vecchio amico ritrovato, ai simili della stessa specie basta solo un’annusata per capirsi senza spendere parola. Stavolta il suo pensiero non resta chiuso nel silenzio.
- A che posto sei nella classifica del mentire? Certo potresti mentirmi, ma sappi che io sono stato per anni il numero uno nella classifica. Dicevo di amare tutti, ma non amavo nessuno, alla fine ero molto più scontato di quello che volevo far credere, volevo solo essere uno che conta, uno di quelli che si legge nei libri e non mi importava se il prezzo da pagare fosse alto, ero come te, esattamente come te.
L’uomo cipresso si sposta seccato da Armando, con un colpo d’occhio osserva l’orologio, l’espressione che ne consegue è la stessa di un uomo a cui hanno tirato addosso una secchiata d’acqua: se fosse stato in macchina tutto questo non sarebbe successo, questa scatola avanza a singhiozzi, c’è troppa gente, strani animali, si procede alla stessa velocità di un corteo funebre, questo posto non è proprio per lui.
Nel frattempo, chiama qualcuno al telefono: - Buongiorno Ali, mi raccomando che l’aula congresso sia pulita, soprattutto le finestre devono splendere, mi fido di lei.
Appena finisce ritelefona e dopo ipocrite cordialità mostra il volto vero della sua chiamata: - Francesco fammi un piacere, controlla Ali, lo sai che se può dorme e poi non mi fido di lui.
Armando sorride, prepotenti, arroganti, ipocriti, vigliacchi hanno tutti la stessa matrice, sembrano costruiti in serie, l’uomo cipresso è per lui una fonte di inesauribile divertimento, si riavvicina e parla, sempre senza guardarlo in faccia.
- Ti è mai capitato che ogni tanto si accenda nella mente una luce come un bengala e si percepisca di non essere niente oltre che fumo?
Stavolta l’uomo cipresso sente uno strano dolore che non sa bene definire, come la punta di una spada che tormenta la carne e con le spalle al muro reagisce.
- Mi scusi, ma lei sta parlando con me?
- Il fumo non è altro che una nuvola che non toccherà mai il cielo.
- Mi scusi ripeto, sta parlando con me? Non ho intenzione di ripeterglielo una seconda volta.
Armando per nulla intimorito continua a parlare e lo fa sorridendo con un viso irritante, la cosa è diventata per l’altro un’onta intollerabile; è abituato a controllare le varie situazioni ma ora si trova in balia di un povero matto che chissà perché lo sbeffeggia. Armando ha in volto una fastidiosa allegria che travolge perfino il tempo morto dentro l’autobus, stranamente pare che tutti comincino a guardarsi, qualcuno mormora qualcosa, altri rimangono composti, ma ora tutti si sono svegliati dai loro pensieri.
Ecco risolto il mistero, pensa l’uomo cipresso, stamattina tutto mi appare confuso e strano perché non ho fatto colazione, sicuramente ho un calo di zuccheri. Fruga nella tasca della giacca e trova una caramella, meglio che niente, ma quando sta per metterla in bocca una brusca frenata gliela fa cadere dalla mano. La rabbia esplode, il viso diventa di lava incandescente.
- Maledetto autobus, maledetto chiunque lo prende.
Il mondo che pochi attimi prima sembrava indifferente, senza occhi e senza orecchie, ora lo guarda torvo e lui si sente circondato da occhi e corpi che pare lo giudichino. In preda ad una crisi nervosa grida: - Cosa volete?
Nessuno risponde, ma hanno tutti lo stesso sguardo dei suoi dipendenti che ha gettato come vecchie carte nel cestino. Ora è sicuro, è un sortilegio fatto da questo strano uomo che gli sta accanto e straparla: vede che Armando ancora sorride e il sangue comincia a bollire come fosse sul fuoco, lo afferra con due mani.
- Le ho detto di smetterla, vada tormentare qualcun altro.
Armando si divincola e lo fissa dentro gli occhi, quello ora quasi balbetta perché gli occhi di Armando possono trasportare un carico così grosso di dolore da far male al sangue nelle vene.
- Ti posso rovinare la vita, mi basta solo volerlo.
Armando lo lega al suo sguardo, lo imprigiona nel baratro delle sue paure, ora non sorride più e per un attimo scorre il silenzio, poi il tuono di una risata che travolge l’uomo cipresso come una valanga. Un uomo grosso con la faccia poco rassicurante gli si avvicina.
- Tolga le mani di dosso dal signore.
- Basta finitela.
- Non siete dei bambini.
Gli sguardi diventano ostili, il mondo che prima pareva ossequiarlo ora lo vuole crocifiggere tra un finestrino e la porta d’uscita, ma perché? Cosa ha fatto di male? La soluzione è facile, ce l’ha a portata di mano: sono invidiosi, hanno intuito che non saranno mai come lui. Fa un bel respiro, ha visto in un video che nei momenti di difficoltà bisogna respirare col diaframma, ci prova ma nel video sembrava più facile. Dopo un paio di minuti va un po’meglio, la gente ha smesso di essere ostile ma lui è comunque tutto sudato, agitarsi non fa bene all’ espressione di distacco che tanto gli ha dato successo.
La fermata è arrivata e deve scendere, ma prima di farlo non riesce a tenere a bada l’orgoglio, la voglia di rendere l’offesa lo fa parlare.
- Vi ho tutti memorizzati, non sapete con chi avete a che fare.
Gli risponde un vecchio signore con due baffi che gli incorniciano il viso.
- Sei qualcosa che muore come tutti noi.
La porta si apre e l’uomo cipresso si getta fuori bofonchiando parole di sdegno. Armando ha un sorriso amaro, come se sapesse molto più di quello che ha appena visto, lo guarda allontanarsi come si fa con un parente che parte per una sconfitta.
Via del Corso è la sua meta ed è tra due fermate. Torna a guardare chi lo circonda: un signore starnutisce talmente forte da far spaventare un altro, una bambina piange per un dispetto fatto dalla sorella, se potesse abbraccerebbe quella bambina e raccoglierebbe le sue lacrime per i giorni di afa, in verità abbraccerebbe chiunque, ma farlo è un lavoro difficile, bisogna essere allenati per farlo.
Ogni viaggio per lui che aveva paura a stare a casa da solo è scoprire un continente per poi tornare a capire che anche le pareti di casa se non le curi soffrono come le donne che hanno le rughe. Armando è l’ultimo a scendere, non ha fretta, l’ultimo ha la fortuna di scoprire la fine delle note musicali del dinosauro che li ha trasportati, saluta come se conoscesse il conducente che distratto ricambia. Armando tocca terra e per un attimo si sente avvolgere da un qualcosa vicino alla tristezza. Appoggiato sulle gambe controlla ma non trova un ‘impronta nella terra di pianura, a parte qualche macchina che lascia ferite sull’asfalto non ci sono segnali che lo aiutino, non importa, si appoggia ad un’idea e prosegue, intanto che il piede sinistro raggiunge il destro si immagina leggero come un fiore staccato e così senza peso può pensare di camminare sottosopra con i piedi immersi dentro la panna delle nuvole.