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Franco Casale – Ramingo blues – Recensione CdM

Posted: Sun Apr 19, 2026 11:48 pm
by paolasenzalai
Titolo: Ramingo blues
Autore: Franco Casale
Editore: EdiKiT
Pagine: 278
ISBN: 979-12-81623-37-8
Formato: brossura
Prezzo: 16.00 euro
  

Trama: Roma, anni Novanta. In una piazza che non dorme mai, dove le vite si sfiorano senza toccarsi davvero, la morte di un uomo di strada, Tavernello, scivola via come un fatto qualunque, ma per Bip, un musicista randagio, e per Nancy, una giovane studentessa americana con un’inquietudine ancora senza nome, quell’assenza diviene una crepa, una porta che chiede di essere attraversata.
Campo de’ Fiori è il loro centro: un ventre che accoglie, respinge, confonde. Qui Nancy entra nel piccolo clan di Bip e dei suoi compagni, una tribù fatta di musica, improvvisazioni e sopravvivenza. E mentre si lascia attraversare da quel mondo, un’intuizione sottile la sfiora: la morte di Tavernello non è poi così naturale. L’indagine che ne nasce non ha il passo del poliziesco, ma quello di un cammino interioreun viaggio dentro l’anima, che interroga il confine tra chi passa oltre e chi decide di restare e la stessa domanda viene fatta anche a te, caro lettore.

   

Recensione: ho trovato questo romanzo insolito, profondo e intimamente cupo. Già dalle prime pagine, con il suonatore Jones il suo ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto, avrei dovuto capire dove mi stava portando. E invece mi ha conquistata più avanti, alla tredicesima riga, quando Franco scrive: “quello è il suo posto, il centro del suo mondo, lì si sente protetto”. Lì ho capito che ero dentro. Perché quella sensazione la conosco anch’io: ogni volta che torno a Roma infatti, anche solo per uno sciopero, non posso non passare da Campo de’ Fiori, a salutare il grande Maestro.
Le descrizioni degli ambienti sono sublimi. Sembra di guardare un film, di camminare con una cinepresa sulla fronte. Forse perché quei luoghi li ho vissuti, annusati, respirati: Campo de' Fiori, la scalinata di Trinità dei Monti,  il quartiere Coppedè. Leggendo, mi è sembrato di rivivere i miei giorni romani. E mi chiedo quanta magia ci sia nelle coincidenze: ritrovare parole che avrei potuto scrivere anch’io, con meno maestria, certo, ma con la stessa emozione. Quel falò sotto la statua… l’ho visto anch’io, in una notte lontana del 1989, e ancora lo ricordo.
I personaggi sono descritti con una precisione che li rende reali, quasi riconoscibili in un ipotetico incontro. E infatti restano: ti accompagnano nei giorni, persino nei mesi successivi. Ci sono aspetti disturbanti, almeno per me, eppure sono proprio quelli a renderli vivi, vibranti, veri. C’è stato un momento in cui avrei voluto chiudere il libro e smettere di leggere, come quando distogli lo sguardo da un’immagine che non ti piace. Ma fermandomi un attimo ho capito che dovevo andare avanti: non è chiudendo gli occhi che i problemi si risolvono. E infatti un personaggio, potenzialmente positivo, si rivela davvero tale solo se hai la pazienza di conoscerlo fino in fondo, il coraggio di non giudicare. Un grande insegnamento!
Dal punto di vista del lessico e della scorrevolezza, nulla da dire: Franco ha una lingua che non è la mia: la fragranza primigenia di quel suono, io non riuscirei a scriverlo nemmeno fra mille anni, ma è una lingua che funziona, che costruisce atmosfere. La forza del romanzo, però, sta nei personaggi, nei loro caratteri complessi, nel loro passato, negli ambienti che li accolgono.
La prossima volta che andrò a Roma porterò un fiore a Tavernello, da posare sul basamento e idealmente lo farò e spererò di incrociare davvero quei musici con il copricapo a becco d’uccello, che si muovono come sciamani, vorrei ballare con loro senza dire neanche una parola, solo abbracciarli alla fine, uno ad uno, perché in fondo facciamo tutti parte della stessa grande famiglia. Noi sì.
La parte psicologica è quella che mi ha coinvolta di più. Non ho scritto la recensione subito dopo aver finito il libro: non volevo fosse un compito scolastico, ma un’avventura. Volevo vedere cosa mi sarebbe rimasto addosso, cosa i personaggi avrebbero continuato a raccontarmi. E non sono rimasta delusa, anzi. Come scrive l’autore: sai, le storie rimangono impresse se si portano appresso un’emozione, ecco: qui le emozioni rimangono, tante, e non tutte positive. Ed è proprio questo il pregio del romanzo: nessuno è totalmente buono, come nessuno lo è nella realtà. Certo, ci si può correggere, migliorare e “i grandi” lo fanno, anche alcuni personaggi lo fanno, l’importante è, come dice Franco, sta vorta stà dalla parte giusta.
Le citazioni musicali sono splendide, come l’Adagio di Albinoni (che Albinoni non ha mai composto): già quello sarebbe un romanzo a sé… e poi la biglia di vetro… io ne ho una che porto con me dal ‘89, va beh… di nuovo le coincidenze...
Alla fine il mio giudizio complessivo è questo: ciao Tavernello, ciao Sergioe io aggiungo anche ciao Nancy, Bip, Nigeria e tutti gli altri della Kalakuta. La vostra storia mi ha insegnato molto e non andrà perduta. Grazie Franco e… Kalakuta Republic forever.


Re: Franco Casale – Ramingo blues – Recensione CdM

Posted: Mon Apr 20, 2026 11:33 pm
by paolasenzalai
paolasenzalai wrote: Titolo: Ramingo blues
Autore: Franco Casale
Editore: EdiKiT
Pagine: 278
ISBN: 979-12-81623-37-8
Formato: brossura
Prezzo: 16.00 euro
  

Trama: Roma, anni Novanta. In una piazza che non dorme mai, dove le vite si sfiorano senza toccarsi davvero, la morte di un uomo di strada, Tavernello, scivola via come un fatto qualunque, ma per Bip, un musicista randagio, e per Nancy, una giovane studentessa americana con un’inquietudine ancora senza nome, quell’assenza diviene una crepa, una porta che chiede di essere attraversata.
Campo de’ Fiori è il loro centro: un ventre che accoglie, respinge, confonde. Qui Nancy entra nel piccolo clan di Bip e dei suoi compagni, una tribù fatta di musica, improvvisazioni e sopravvivenza. E mentre si lascia attraversare da quel mondo, un’intuizione sottile la sfiora: la morte di Tavernello non è poi così naturale. L’indagine che ne nasce non ha il passo del poliziesco, ma quello di un cammino interioreun viaggio dentro l’anima, che interroga il confine tra chi passa oltre e chi decide di restare e la stessa domanda viene fatta anche a te, caro lettore.

   

Recensione: ho trovato questo romanzo insolito, profondo e intimamente cupo. Già dalle prime pagine, con il suonatore Jones il suo ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto, avrei dovuto capire dove mi stava portando. E invece mi ha conquistata più avanti, alla tredicesima riga, quando Franco scrive: “quello è il suo posto, il centro del suo mondo, lì si sente protetto”. Lì ho capito che ero dentro. Perché quella sensazione la conosco anch’io: ogni volta che torno a Roma infatti, anche solo per uno sciopero, non posso non passare da Campo de’ Fiori, a salutare il grande Maestro.
Le descrizioni degli ambienti sono sublimi. Sembra di guardare un film, di camminare con una cinepresa sulla fronte. Forse perché quei luoghi li ho vissuti, annusati, respirati: Campo de' Fiori, la scalinata di Trinità dei Monti,  il quartiere Coppedè. Leggendo, mi è sembrato di rivivere i miei giorni romani. E mi chiedo quanta magia ci sia nelle coincidenze: ritrovare parole che avrei potuto scrivere anch’io, con meno maestria, certo, ma con la stessa emozione. Quel falò sotto la statua… l’ho visto anch’io, in una notte lontana del 1989, e ancora lo ricordo.
I personaggi sono descritti con una precisione che li rende reali, quasi riconoscibili in un ipotetico incontro. E infatti restano: ti accompagnano nei giorni, persino nei mesi successivi. Ci sono aspetti disturbanti, almeno per me, eppure sono proprio quelli a renderli vivi, vibranti, veri. C’è stato un momento in cui avrei voluto chiudere il libro e smettere di leggere, come quando distogli lo sguardo da un’immagine che non ti piace. Ma fermandomi un attimo ho capito che dovevo andare avanti: non è chiudendo gli occhi che i problemi si risolvono. E infatti un personaggio, potenzialmente positivo, si rivela davvero tale solo se hai la pazienza di conoscerlo fino in fondo, il coraggio di non giudicare. Un grande insegnamento!
Dal punto di vista del lessico e della scorrevolezza, nulla da dire: Franco ha una lingua che non è la mia: la fragranza primigenia di quel suono, io non riuscirei a scriverlo nemmeno fra mille anni, ma è una lingua che funziona, che costruisce atmosfere. La forza del romanzo, però, sta nei personaggi, nei loro caratteri complessi, nel loro passato, negli ambienti che li accolgono.
La prossima volta che andrò a Roma porterò un fiore a Tavernello, da posare sul basamento e idealmente lo farò e spererò di incrociare davvero quei musici con il copricapo a becco d’uccello, che si muovono come sciamani, vorrei ballare con loro senza dire neanche una parola, solo abbracciarli alla fine, uno ad uno, perché in fondo facciamo tutti parte della stessa grande famiglia. Noi sì.
La parte psicologica è quella che mi ha coinvolta di più. Non ho scritto la recensione subito dopo aver finito il libro: non volevo fosse un compito scolastico, ma un’avventura. Volevo vedere cosa mi sarebbe rimasto addosso, cosa i personaggi avrebbero continuato a raccontarmi. E non sono rimasta delusa, anzi. Come scrive l’autore: sai, le storie rimangono impresse se si portano appresso un’emozione, ecco: qui le emozioni rimangono, tante, e non tutte positive. Ed è proprio questo il pregio del romanzo: nessuno è totalmente buono, come nessuno lo è nella realtà. Certo, ci si può correggere, migliorare e “i grandi” lo fanno, anche alcuni personaggi lo fanno, l’importante è, come dice Franco, sta vorta stà dalla parte giusta.
Le citazioni musicali sono splendide, come l’Adagio di Albinoni (che Albinoni non ha mai composto): già quello sarebbe un romanzo a sé… e poi la biglia di vetro… io ne ho una che porto con me dal ‘89, va beh… di nuovo le coincidenze...
Alla fine il mio giudizio complessivo è questo: ciao Tavernello, ciao Sergioe io aggiungo anche ciao Nancy, Bip, Nigeria e tutti gli altri della Kalakuta. La vostra storia mi ha insegnato molto e non andrà perduta. Grazie Franco e… Kalakuta Republic forever.
@Alatriste