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Juliette – Capitolo 24

Posted: Sat Sep 19, 2026 8:44 pm
by Nightafter
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Juliette – Capitolo 24


Juliette stava in ginocchio, avvolta nello scialle nero.
Sembrava un animale ferito che aveva già capito di essere alla fine.
Tremava a scatti irregolari, senza gemere.
Non chiedeva pietà. Non alzava gli occhi.
Tutto ciò che era stata, l'origine nobile, l'orgoglio, anche la bellezza, era scomparso.
Restava solo un corpo piegato, tremante, che sentiva il freddo e nient'altro.
L'aria del mattino era rigida, acida, un sole debole filtrava tra gli alberi senza scaldare.
Puzzava di cordite e di sangue fresco.
Intorno non c'era più nessun tedesco in piedi, tranne loro due.
Il colonnello restava eretto per puro accanimento.
L'avambraccio sinistro gli era stato strappato poco sopra il gomito.
Dal moncone usciva a intermittenza un getto di sangue rosso vivo che gli aveva annerito la manica e la gamba del pantalone e ora formava una pozza scura sotto gli stivali.
Il volto era diafano, le labbra cianotiche. Gli occhi aperti e vitrei non vedevano più.
Un sudore gelido gli scorreva lungo le tempie. Respirava a scatti corti, ogni inspirazione uno sforzo.
Era ancora cosciente, o qualcosa in lui lo era, ma stava già scivolando nello shock.
Juliette non riusciva a staccare lo sguardo da quel moncone.
E mentre lo guardava, sentiva se stessa dissolversi insieme a lui.
- Immagino la tensione violenta che tutti voi dovete aver provato - disse Marcel, scosso dal racconto.
- Può dirlo, monsieur. Avevamo vinto, ma ancora mi tremavano le mani nel reggere il fucile. - rispose il vecchio.
Poi - continuò - la volontà e le forze del colonnello cedettero: sbiancato in volto come un cadavere, si accasciò al suolo seguito dal grido angosciato di Juliette.
Lei fece uno scatto in avanti per soccorrerlo; René la bloccò sbarrandole la strada col fucile.
Uno di noi si chinò sul tedesco per verificare se fosse ancora vivo, gli tastò la vena sul collo e disse che un lieve battito c'era ancora.
Gli occhi di Juliette balenarono di una flebile speranza.
René stirò le labbra in un sorriso simile a un ghigno di soddisfazione.
- Sta solo dormendo, beato lui - disse.
Poi, rivolto al nostro compagno: - Corbeau, dagli tu la sveglia, che poi ce ne andiamo.
Corbeau era Jules Garnier, che ironicamente avevamo soprannominato Zippo per via del suo inseparabile accendino.
Anche perché era lui lo specialista nell'appiccare il fuoco quando dovevamo incendiare mezzi nemici o compiere sabotaggi.
- Ma Jules Garnier non è quello dell'incidente di due settimane fa, che è andato a fuoco col suo furgone carico di carburante? - osservò Marcel.
- Proprio lui. Gli piaceva giocare col fuoco, a Jules...
Comprese subito cosa aveva in mente René.
Nel camion tedesco della scorta vi erano diverse taniche di benzina e nafta.
Ne recuperò una insieme a una matassa di robusta corda.
Tagliò col serramanico un metro e mezzo di corda, col quale legò strette le gambe del colonnello sopra le caviglie.
- Caso mai svegliandosi gli venisse voglia di scappare - disse ridendo forte.
Anche gli altri furono contagiati dal suo buon umore.
Finito d'imbragare l'uomo, sempre esangue, gli versò addosso mezza tanica di benzina, poi indietreggiando di un paio di metri lasciò colare il filo di liquido fino ai propri piedi.
Estrasse il suo Zippo e accese quel filo liquido come fosse una miccia.
Juliette comprese ciò che stava accadendo e cacciò un grido altissimo d'orrore.
La fiamma corse lungo il filo di benzina con un sibilo leggero, poi si aprì come una bocca gialla e avvolse il colonnello. Per un istante il corpo restò immobile, ancora immerso nello shock.
Poi la carne reagì. Il colonnello si risvegliò con un urlo che non sembrava umano: un suono rotto, acuto, che si spezzò subito in una sequenza di grida strozzate.
Le gambe legate si contrassero in scatti violenti; cercò di rotolare, ma la corda e il fuoco gli impedirono ogni movimento coordinato.
Le fiamme gli ustionarono il volto, gli bruciarono i capelli e gli occhi.
La manica della divisa e ciò che restava del braccio sinistro si trasformarono in torce.
L'odore di carne arrostita e di tessuto bruciato si mescolò pesante a quello già presente.
Juliette urlò ancora, una sola volta, cieca di disperazione, poi si coprì la bocca con le mani e si piegò in avanti, come se volesse vomitare.
René non la guardò. Teneva il fucile abbassato e osservava il colonnello con un'espressione quasi divertita.
Corbeau fece un passo indietro, sorrideva soddisfatto del proprio lavoro.
- Adesso sì che è sveglio – mormorò.
Il colonnello emetteva solo rantoli spezzati, quando le fiamme trovavano nuova carne.
Le gambe legate battevano a terra in un ritmo scomposto; la pozza di sangue sotto di lui cuocendo evaporava.
Qualcuno di noi distolse lo sguardo. Altrui risero piano, di un riso nervoso.
Io mi allontanai in disparte e vomitai la cena del giorno prima.
Certo quella carogna di un nazista aveva meritato quanto gli era successo, ma avrei preferito vederlo freddato con un proiettile alla testa, piuttosto che massacrarlo in quel modo.
Juliette, ancora in ginocchio, aveva smesso di piangere e urlare.
Guardava le fiamme con gli occhi sbarrati, come se stesse vedendo qualcosa che non avrebbe più potuto dimenticare.
Il colonnello non emetteva più alcun lamento, il corpo si piegò raccolto su un fianco in un gorgoglio sinistro, mentre le fiamme continuavano a consumarlo.
Il crepaccio si apriva a pochi passi dal sentiero, una ferita nera nella calcare del plateau. Largo quanto un carro, scendeva quasi venti metri prima di perdersi nell'ombra.
Ci muovevamo in silenzio, ancora sporchi di sangue e polvere.
I tre dei nostri rimasti a terra, vennero avvolti in coperte e caricati sul camion con cui eravamo giunti lì, rimasto nascosto nella boscaglia occultato da sterpi e rovi.
Quegli uomini avevano dato la vita per combattere gli invasori, per vendicare gli eccidi compiuti dei nazisti.
I loro corpi sarebbero stati riconsegnati alle famiglie perché gli dessero una degna sepoltura.
Non c'era tempo per seppellire i morti tedeschi, ma non potevano lasciarli sul terreno su cui erano caduti.
- I tedeschi non possiamo seppellirli, ma non li lasciamo alle bestie. Ed è meglio che non lasciamo tracce. Il colonnello ce lo portiamo con noi. - Disse René.
Due uomini scesero a fatica lungo la parete, aggrappandosi alle radici.
Sul fondo gettarono tronchi secchi, rami di ginepro e cespugli di erica raccolti nel bosco adiacente.
Formarono uno strato spesso mezzo metro.
Poi, a uno a uno, i cadaveri furono calati o semplicemente spinti oltre l'orlo. Caddero con tonfi sordi, le armi e gli elmetti che tintinnavano contro la roccia.
Sopra i corpi ammucchiarono altra legna: rami, assi strappate, dal camion tedesco, addirittura qualche cassa di munizioni vuota.
Dalle taniche di scorta tedesche prendemmo benzina e cherosene.
Ne versarono generosamente, fino a inzuppare la legna e i vestiti dei morti. L'odore acre del carburante salì fino all'orlo del crepaccio, mescolandosi a quello del sangue ancora fresco.
Le Corbeau, strappò una striscia di stoffa da una camicia tedesca, la immerse nel cherosene e la accese con lo Zippo. La lanciò nel crepaccio.
Per un secondo non successe nulla.
Poi un boato cupo risalì dal fondo, seguito da una colonna di fumo nero e denso.
Le fiamme si arrampicarono sui tronchi, leccarono le uniformi, avvolsero i corpi.
Si sentì lo scoppiettio della carne che si contraeva, il sibilo del grasso che colava sulla legna.
L'odore divenne nauseabondo: carne bruciata, tessuto, polvere da sparo residua.
Il fumo saliva dritto nel cielo grigio di settembre, era visibile da lontano.
Restammo a guardare per alcuni minuti, armi in pugno, pronti a sparare se qualcuno fosse apparso.
- Basta - mormorò Renè - Andiamo. Che bruci.
Ci allontanammo per raggiungere il nostro mezzo.
Alle nostre spalle il crepaccio continuava a vomitare fumo e un olezzo dolciastro che il vento portava verso il mare.
Tra le fiamme, ogni tanto, una mano annerita o un teschio parzialmente scarnificato sembravano muoversi, ma era solo il fuoco che li consumava.
Avevamo compiuto la nostra missione. Un lavoro ben fatto, efficace e rapido.
Potevamo essere soddisfatti di noi, una soddisfazione venata d'amarezza per i compagni caduti. Ma questa era la guerra - disse Maël Morvan, con un bisbiglio sofferto.
- Ma Juliette, che ne è stato di lei? - chiese Marcel.
- Quello che accadde a lei è la parte più vergognosa di questa storia, monsieur.
Il vecchio abassò lo sguardo, come se tornasse indietro nel tempo..
- Quando fu ora di andarcene, René ci radunò e disse: - Non abbiamo ancora finito, ragazzi. Prima il lavoro, e quello lo abbiamo fatto. Ora il meritato piacere.
E volse lo sguardo verso di lei, con una risata di crudele perfidia.


(Continua)