Juliette – Capitolo 19
Posted: Fri Aug 21, 2026 9:38 pm
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Juliette – Capitolo 19
Marcel Dubois si risvegliò di colpo.
Un grido gli aveva attraversato le orecchie, acuto e stridente, come un chiodo conficcato nel sonno. Un gabbiano.
Spalancò gli occhi. Aveva freddo. L'aria umida gli aveva intriso gli indumenti fino alla pelle e sotto di sé sentiva la solidità densa della rena bagnata.
Un brivido gli scosse le spalle; in bocca gli restava un sapore metallico, acidulo, quasi si fosse morso un labbro a sangue.
Per un istante pensò di essere ancora dentro un sogno.
La nebbia lo avvolgeva fitta e grigia, la luce del pomeriggio stava già scemando, e il mondo sembrava sospeso tra il reale e qualcosa di più labile.
Poi i ricordi tornarono, rapidi e improvvisi come un flash al magnesio.
Aveva fatto l'amore con Juliette su quella spiaggia.
La nebbia li aveva nascosti al mondo come un'alcova segreta.
Era stato un sesso frenetico, vorace, quasi disperato: corpi che si cercavano con fame, che si prendevano senza parole, come se il tempo stesse per finire. Al solo pensiero le membra gli si scaldarono e il cuore riprese a battere più forte.
Poi, stremati, si erano abbandonati l'uno contro l'altra.
Lei si era assopita sul suo petto, il respiro leggero contro la pelle, e poco dopo anche lui era scivolato in un sonno pesante, ipnotico.
Ora era scomparsa di nuovo.
Marcel sorrise con un filo di amarezza. Ormai stava imparando a non sorprendersi.
Juliette appariva e spariva come e quando voleva, evanescente e intangibile quanto un sogno — o uno spettro.
Eppure un corpo ce l'aveva. Un corpo capace di fargli perdere la ragione, e lui ormai lo sapeva bene.
Nei momenti prima del sonno gli aveva sussurrato qualcosa.
Qualcosa di importante. Ma le parole gli sfuggivano, come se il sonno gliele avesse rubate. Non si ostinò a recuperarle: se erano davvero importanti, sarebbero tornate da sole.
Quella donna gli era entrata dentro senza chiedere permesso.
Non con la violenza delle passioni che fanno rumore, ma con qualcosa di più sottile, ostinato: una presenza che continuava a seguirlo anche quando lei non c'era.
Si domandava da dove venisse quell'attrazione.
Forse il modo in cui sembrava sempre sul punto di sottrarsi, anche quando gli permetteva di avvicinarsi.
Gli aveva lasciato conoscere il proprio corpo, ma se provava a oltrepassare quella soglia ed entrare nella sua vita, Juliette scompariva.
Di lei conosceva la pelle, il profumo, il modo in cui inclinava appena la testa quando qualcosa la divertiva.
Della sua storia, invece, aveva raccolto soltanto frammenti.
Una parola lasciata cadere. Un silenzio troppo lungo. Una risposta data con gli occhi.
E poi c'era il mare. Lei immobile, con lo sguardo oltre l'orizzonte.
Non sembrava guardare le onde, né le barche che passavano lontane. Sembrava aspettare qualcosa che non sarebbe tornato.
Era stato allora che aveva cominciato a riconoscere in lei qualcosa di sé che gli faceva male.
L'aveva osservata in silenzio. Il vento le muoveva appena i capelli e lei non faceva nulla per liberarsene.
Per un istante Juliette aveva chiuso gli occhi. Quando li aveva riaperti, lui aveva visto ciò che conteneva il suo sguardo, aveva sentito il passato riemergere come la ferita di una lama.
Conosceva quello sguardo. Lo aveva visto allo specchio, molti anni prima.
Era quello di chi saluta qualcuno non sapendo che sarà l'ultima volta
Di chi sorride, dice "a domani" e solo dopo comprende che quel domani non arriverà. Certe ferite non le rimargina neppure il tempo.
Per un momento non fu più davanti al mare, ma altrove: una porta che si chiudeva, passi che si allontanavano.
Inspirò lentamente, ma l'aria sembrò fermarsi a metà del petto, fredda e dura come qualcosa che non riuscisse a inghiottire.
Un nuovo grido acuto squarciò la nebbia.
Incredibilmente, neppure la nebbia più fitta riusciva a fermare il loro volo. Marcel li sentì passare sopra di sé, invisibili, e per un attimo pensò a quanto quei richiami avessero guidato per secoli i marinai quando la costa spariva e il mondo diventava solo bianco.
Anche lui, in quel momento, si sentiva un po' come un marinaio perso: senza bussola, senza orizzonte.
Spazzolò con gesti rapidi la sabbia dai pantaloni e dal giaccone.
Stirò le membra indolenzite da quel sonno sulla spiaggia e con un passo ancora un po' malfermo si avviò uscendo dall'arenile.
La nebbia faceva grondare gocce di condensa dagli alberi spogli e dai cornicioni delle case come una pioggerella continua, sottile e muta.
Aveva bisogno di un caffè forte e di una buona pipata per schiarirsi le idee.
Affrettò il passo verso L'Amarrage Gaspard
Novembre, nel cuore della notte, sulla Côte d'Opale.
Il mare era insolitamente piatto, una lastra d'acciaio opaco che non faceva nemmeno una piega.
Yann Le Roux era solo a bordo del suo piccolo peschereccio.
Aveva già calato le reti per le aringhe.
Dalla cabina di navigazione non riusciva a vedere nemmeno la punta della prua: la nebbia era scesa fitta, densa, quasi oleosa, e aveva cancellato ogni cosa oltre il metro di distanza.
Si era insinuata ovunque come un animale bianco.
L'aria sapeva di sale, di ruggine e di alghe in decomposizione.
Il freddo umido gli penetrava nelle ossa, gli faceva stringere le spalle sotto la cerata.
Era nervoso. Le cose accadute di recente gli pesavano sullo stomaco come un pezzo di piombo.
Lui e Maël erano gli ultimi vivi a conoscere la verità sulla morte di Juliette. Brume stava facendo fuori tutti gli altri, uno dopo l'altro.
L'altra sera Maël lo aveva affrontato: gli aveva puntato il mitra in faccia e gli aveva fatto capire, senza troppe parole, che se avesse avuto idee malsane su di loro avrebbe finito i suoi giorni sotto due metri di terra, pieno di piombo.
Brume aveva ascoltato. Non era stupido.
Ma Yann non riusciva a liberarsi del pensiero che quella minaccia potesse non bastare.
Controllò gli strumenti di bordo, anche se sapeva che non gli avrebbero detto nulla.
Il silenzio era davvero troppo: solo lo scricchiolio dello scafo e il gocciolio lento dell'acqua dalle cime, che sembravano scandire secondi troppo lunghi.
Poi, di scatto, si voltò.
Gli era parso di avvertire un lieve fruscio, come se qualcosa scivolasse sulle tavole umide della coperta.
Non vide nulla.
Quel buio lattiginoso non era la prima volta che lo affrontava da solo in mare, ma quella notte lo innervosiva più del solito.
Gli faceva pensare a cose che non dovevano esserci.
Guardò l'ora. Ancora cinque minuti e avrebbe issato la rete.
Ultimamente il mare era diventato avaro: per portare a bordo quello che una volta pescavi in una notte ora dovevi faticare il doppio.
Sarebbe stata una notte lunga. Quella nebbia che lo stringeva come un topo cieco lo stava già sfiancando.
Nel silenzio, di nuovo, quel fruscio alle sue spalle.
Bestemmiò tra i denti, afferrò la torcia e puntò il fascio verso la poppa.
La luce tentò di lacerare la nebbia.
Qualcosa brillava. Una fluorescenza debole, verdognola, come fosforo sciolto nel vapore denso. Qualcosa di incorporeo eppure concreto.
Sotto i suoi occhi la forma si solidificò.
Spilli acuminati gli trafissero il cervello. Il cuore gli diede un colpo sordo che gli rimbombò nelle orecchie.
La mano che teneva la lampada tremava. Il metallo era gelido sotto le dita.
Dalla gola gli uscì solo un rantolo cupo.
Una figura. Una donna ammantata di nero, immobile, quasi confusa con l'oscurità stessa.
All'improvviso gli saltarono agli occhi i capelli: rosso mogano, lucidi, irreali, che sembravano assorbire e restituire la luce in un riflesso malato, come braci ancora vive.
Juliette.
Era lei. Era venuta a prenderselo.
Yann non riuscì a muoversi. La lampada gli tremava in mano e il fascio ballava sulla figura nera. Lei non avanzava. Non parlava.
Restava lì, sul ponte bagnato, avvolta nel nero, con quei capelli che sembravano bruciare nella nebbia.
Un gelo gli scese lungo il corpo, più freddo dell'aria della notte.In un delirio di panico Yann fuggì nella plancia di pilotaggio.
Sbarrò la porta alle sue spalle come se quel gabbiotto, piccolo come un guscio di noce, potesse proteggerlo dall'orrore che stava sul ponte.
Spense le luci per rendersi invisibile dall'esterno.
Col martello del sangue nelle tempie si addossò alla parete opposta alla porta e restò tremante in attesa.
La nebbia aveva trasformato le vetrate in lastre di ossidiana.
Era passato un tempo che non sapeva più misurare: forse decine di minuti, forse ore. Aveva perso ogni nozione.
Nulla accadeva. Tutto pendeva sospeso nell'attesa di qualcosa che tardava ad arrivare.
Il silenzio era materiale, snervante, rotto soltanto dal suo respiro affannoso e dal rollìo dello scafo cullato dalle onde nere.
Un muro di tenebra avvolgeva lui e la sua mente, inchiodata all'incubo.La bottiglia di genièvre, quella che teneva per scaldarsi nelle lunghe notti di pesca, stava sulla mensola accanto al timone.
Con mano tremante l'afferrò, strappò il tappo e se la portò alle labbra.
I quarantotto gradi gli scivolarono in gola; quando raggiunsero lo stomaco, un fuoco ruvido gli infiammò il sangue.
Poi gli parve di vedere qualcosa di simile a un fumo: una debole fluorescenza filtrava lentamente sotto la soglia della porta.
Quella cosa cresceva, prendeva forma verticale dentro la cabina.
Non era nebbia. I capelli gli si rizzarono. Un sudore gelido gli colò lungo la schiena.
Juliette stava entrando.
Nel bagliore verdastro degli strumenti e nel fascio intermittente del radar vide illuminarsi il volto cavo dello spettro, il teschio ghignante.
Stava di fronte a lui, immobile. I capelli le incorniciavano il capo come un verminaio di meduse.
Il respiro corto, il cuore che gli batteva nelle orecchie, Yann afferrò la bottiglia ancora mezza piena e la scagliò con tutta la forza della disperazione.
Il vetro colpì in pieno lo schermo del radar, proprio sopra il quadro dei comandi.
Un suono secco, tagliente, di cristallo che esplode riempì la cabina.
La bottiglia si sbriciolò in mille schegge. L'odore dolciastro e aggressivo dell'alcol ad alta gradazione invase istantaneamente l'aria chiusa, mescolandosi al tanfo di gasolio e salsedine.
Per un attimo tutto si fermò.
Poi i contatti elettrici, bagnati dal liquido infiammabile, cominciarono a scricchiolare e a friggere.
Scintille bluastre e gialle scoppiarono come piccoli fuochi d'artificio.
Un arco elettrico sibilò, acuto e maligno.
L'alcol si accese con un sibilo sordo.
Le fiamme arancioni si propagarono in un battito di ciglia lungo il quadro di comando, brillando sugli interruttori, sui fili scoperti, sulla plafoniera.
Nel buio restavano soltanto il crepitio dell'incendio e il bagliore danzante che rendeva lo spettro ancora più alto, più tenebroso, più vicino.
Il calore gli morse il volto. L'odore acre di plastica bruciata e alcol in fiamme gli riempì i polmoni.
Nello sguardo vuoto dell'apparizione, per un istante, gli parve di vedere un sorriso.
E seppe, con un raccapriccio che gli saliva dalle viscere, che presto avrebbe accompagnato Juliette negli abissi del fondo marino.
Continua)
Juliette – Capitolo 19
Marcel Dubois si risvegliò di colpo.
Un grido gli aveva attraversato le orecchie, acuto e stridente, come un chiodo conficcato nel sonno. Un gabbiano.
Spalancò gli occhi. Aveva freddo. L'aria umida gli aveva intriso gli indumenti fino alla pelle e sotto di sé sentiva la solidità densa della rena bagnata.
Un brivido gli scosse le spalle; in bocca gli restava un sapore metallico, acidulo, quasi si fosse morso un labbro a sangue.
Per un istante pensò di essere ancora dentro un sogno.
La nebbia lo avvolgeva fitta e grigia, la luce del pomeriggio stava già scemando, e il mondo sembrava sospeso tra il reale e qualcosa di più labile.
Poi i ricordi tornarono, rapidi e improvvisi come un flash al magnesio.
Aveva fatto l'amore con Juliette su quella spiaggia.
La nebbia li aveva nascosti al mondo come un'alcova segreta.
Era stato un sesso frenetico, vorace, quasi disperato: corpi che si cercavano con fame, che si prendevano senza parole, come se il tempo stesse per finire. Al solo pensiero le membra gli si scaldarono e il cuore riprese a battere più forte.
Poi, stremati, si erano abbandonati l'uno contro l'altra.
Lei si era assopita sul suo petto, il respiro leggero contro la pelle, e poco dopo anche lui era scivolato in un sonno pesante, ipnotico.
Ora era scomparsa di nuovo.
Marcel sorrise con un filo di amarezza. Ormai stava imparando a non sorprendersi.
Juliette appariva e spariva come e quando voleva, evanescente e intangibile quanto un sogno — o uno spettro.
Eppure un corpo ce l'aveva. Un corpo capace di fargli perdere la ragione, e lui ormai lo sapeva bene.
Nei momenti prima del sonno gli aveva sussurrato qualcosa.
Qualcosa di importante. Ma le parole gli sfuggivano, come se il sonno gliele avesse rubate. Non si ostinò a recuperarle: se erano davvero importanti, sarebbero tornate da sole.
Quella donna gli era entrata dentro senza chiedere permesso.
Non con la violenza delle passioni che fanno rumore, ma con qualcosa di più sottile, ostinato: una presenza che continuava a seguirlo anche quando lei non c'era.
Si domandava da dove venisse quell'attrazione.
Forse il modo in cui sembrava sempre sul punto di sottrarsi, anche quando gli permetteva di avvicinarsi.
Gli aveva lasciato conoscere il proprio corpo, ma se provava a oltrepassare quella soglia ed entrare nella sua vita, Juliette scompariva.
Di lei conosceva la pelle, il profumo, il modo in cui inclinava appena la testa quando qualcosa la divertiva.
Della sua storia, invece, aveva raccolto soltanto frammenti.
Una parola lasciata cadere. Un silenzio troppo lungo. Una risposta data con gli occhi.
E poi c'era il mare. Lei immobile, con lo sguardo oltre l'orizzonte.
Non sembrava guardare le onde, né le barche che passavano lontane. Sembrava aspettare qualcosa che non sarebbe tornato.
Era stato allora che aveva cominciato a riconoscere in lei qualcosa di sé che gli faceva male.
L'aveva osservata in silenzio. Il vento le muoveva appena i capelli e lei non faceva nulla per liberarsene.
Per un istante Juliette aveva chiuso gli occhi. Quando li aveva riaperti, lui aveva visto ciò che conteneva il suo sguardo, aveva sentito il passato riemergere come la ferita di una lama.
Conosceva quello sguardo. Lo aveva visto allo specchio, molti anni prima.
Era quello di chi saluta qualcuno non sapendo che sarà l'ultima volta
Di chi sorride, dice "a domani" e solo dopo comprende che quel domani non arriverà. Certe ferite non le rimargina neppure il tempo.
Per un momento non fu più davanti al mare, ma altrove: una porta che si chiudeva, passi che si allontanavano.
Inspirò lentamente, ma l'aria sembrò fermarsi a metà del petto, fredda e dura come qualcosa che non riuscisse a inghiottire.
Un nuovo grido acuto squarciò la nebbia.
Incredibilmente, neppure la nebbia più fitta riusciva a fermare il loro volo. Marcel li sentì passare sopra di sé, invisibili, e per un attimo pensò a quanto quei richiami avessero guidato per secoli i marinai quando la costa spariva e il mondo diventava solo bianco.
Anche lui, in quel momento, si sentiva un po' come un marinaio perso: senza bussola, senza orizzonte.
Spazzolò con gesti rapidi la sabbia dai pantaloni e dal giaccone.
Stirò le membra indolenzite da quel sonno sulla spiaggia e con un passo ancora un po' malfermo si avviò uscendo dall'arenile.
La nebbia faceva grondare gocce di condensa dagli alberi spogli e dai cornicioni delle case come una pioggerella continua, sottile e muta.
Aveva bisogno di un caffè forte e di una buona pipata per schiarirsi le idee.
Affrettò il passo verso L'Amarrage Gaspard
Novembre, nel cuore della notte, sulla Côte d'Opale.
Il mare era insolitamente piatto, una lastra d'acciaio opaco che non faceva nemmeno una piega.
Yann Le Roux era solo a bordo del suo piccolo peschereccio.
Aveva già calato le reti per le aringhe.
Dalla cabina di navigazione non riusciva a vedere nemmeno la punta della prua: la nebbia era scesa fitta, densa, quasi oleosa, e aveva cancellato ogni cosa oltre il metro di distanza.
Si era insinuata ovunque come un animale bianco.
L'aria sapeva di sale, di ruggine e di alghe in decomposizione.
Il freddo umido gli penetrava nelle ossa, gli faceva stringere le spalle sotto la cerata.
Era nervoso. Le cose accadute di recente gli pesavano sullo stomaco come un pezzo di piombo.
Lui e Maël erano gli ultimi vivi a conoscere la verità sulla morte di Juliette. Brume stava facendo fuori tutti gli altri, uno dopo l'altro.
L'altra sera Maël lo aveva affrontato: gli aveva puntato il mitra in faccia e gli aveva fatto capire, senza troppe parole, che se avesse avuto idee malsane su di loro avrebbe finito i suoi giorni sotto due metri di terra, pieno di piombo.
Brume aveva ascoltato. Non era stupido.
Ma Yann non riusciva a liberarsi del pensiero che quella minaccia potesse non bastare.
Controllò gli strumenti di bordo, anche se sapeva che non gli avrebbero detto nulla.
Il silenzio era davvero troppo: solo lo scricchiolio dello scafo e il gocciolio lento dell'acqua dalle cime, che sembravano scandire secondi troppo lunghi.
Poi, di scatto, si voltò.
Gli era parso di avvertire un lieve fruscio, come se qualcosa scivolasse sulle tavole umide della coperta.
Non vide nulla.
Quel buio lattiginoso non era la prima volta che lo affrontava da solo in mare, ma quella notte lo innervosiva più del solito.
Gli faceva pensare a cose che non dovevano esserci.
Guardò l'ora. Ancora cinque minuti e avrebbe issato la rete.
Ultimamente il mare era diventato avaro: per portare a bordo quello che una volta pescavi in una notte ora dovevi faticare il doppio.
Sarebbe stata una notte lunga. Quella nebbia che lo stringeva come un topo cieco lo stava già sfiancando.
Nel silenzio, di nuovo, quel fruscio alle sue spalle.
Bestemmiò tra i denti, afferrò la torcia e puntò il fascio verso la poppa.
La luce tentò di lacerare la nebbia.
Qualcosa brillava. Una fluorescenza debole, verdognola, come fosforo sciolto nel vapore denso. Qualcosa di incorporeo eppure concreto.
Sotto i suoi occhi la forma si solidificò.
Spilli acuminati gli trafissero il cervello. Il cuore gli diede un colpo sordo che gli rimbombò nelle orecchie.
La mano che teneva la lampada tremava. Il metallo era gelido sotto le dita.
Dalla gola gli uscì solo un rantolo cupo.
Una figura. Una donna ammantata di nero, immobile, quasi confusa con l'oscurità stessa.
All'improvviso gli saltarono agli occhi i capelli: rosso mogano, lucidi, irreali, che sembravano assorbire e restituire la luce in un riflesso malato, come braci ancora vive.
Juliette.
Era lei. Era venuta a prenderselo.
Yann non riuscì a muoversi. La lampada gli tremava in mano e il fascio ballava sulla figura nera. Lei non avanzava. Non parlava.
Restava lì, sul ponte bagnato, avvolta nel nero, con quei capelli che sembravano bruciare nella nebbia.
Un gelo gli scese lungo il corpo, più freddo dell'aria della notte.In un delirio di panico Yann fuggì nella plancia di pilotaggio.
Sbarrò la porta alle sue spalle come se quel gabbiotto, piccolo come un guscio di noce, potesse proteggerlo dall'orrore che stava sul ponte.
Spense le luci per rendersi invisibile dall'esterno.
Col martello del sangue nelle tempie si addossò alla parete opposta alla porta e restò tremante in attesa.
La nebbia aveva trasformato le vetrate in lastre di ossidiana.
Era passato un tempo che non sapeva più misurare: forse decine di minuti, forse ore. Aveva perso ogni nozione.
Nulla accadeva. Tutto pendeva sospeso nell'attesa di qualcosa che tardava ad arrivare.
Il silenzio era materiale, snervante, rotto soltanto dal suo respiro affannoso e dal rollìo dello scafo cullato dalle onde nere.
Un muro di tenebra avvolgeva lui e la sua mente, inchiodata all'incubo.La bottiglia di genièvre, quella che teneva per scaldarsi nelle lunghe notti di pesca, stava sulla mensola accanto al timone.
Con mano tremante l'afferrò, strappò il tappo e se la portò alle labbra.
I quarantotto gradi gli scivolarono in gola; quando raggiunsero lo stomaco, un fuoco ruvido gli infiammò il sangue.
Poi gli parve di vedere qualcosa di simile a un fumo: una debole fluorescenza filtrava lentamente sotto la soglia della porta.
Quella cosa cresceva, prendeva forma verticale dentro la cabina.
Non era nebbia. I capelli gli si rizzarono. Un sudore gelido gli colò lungo la schiena.
Juliette stava entrando.
Nel bagliore verdastro degli strumenti e nel fascio intermittente del radar vide illuminarsi il volto cavo dello spettro, il teschio ghignante.
Stava di fronte a lui, immobile. I capelli le incorniciavano il capo come un verminaio di meduse.
Il respiro corto, il cuore che gli batteva nelle orecchie, Yann afferrò la bottiglia ancora mezza piena e la scagliò con tutta la forza della disperazione.
Il vetro colpì in pieno lo schermo del radar, proprio sopra il quadro dei comandi.
Un suono secco, tagliente, di cristallo che esplode riempì la cabina.
La bottiglia si sbriciolò in mille schegge. L'odore dolciastro e aggressivo dell'alcol ad alta gradazione invase istantaneamente l'aria chiusa, mescolandosi al tanfo di gasolio e salsedine.
Per un attimo tutto si fermò.
Poi i contatti elettrici, bagnati dal liquido infiammabile, cominciarono a scricchiolare e a friggere.
Scintille bluastre e gialle scoppiarono come piccoli fuochi d'artificio.
Un arco elettrico sibilò, acuto e maligno.
L'alcol si accese con un sibilo sordo.
Le fiamme arancioni si propagarono in un battito di ciglia lungo il quadro di comando, brillando sugli interruttori, sui fili scoperti, sulla plafoniera.
Nel buio restavano soltanto il crepitio dell'incendio e il bagliore danzante che rendeva lo spettro ancora più alto, più tenebroso, più vicino.
Il calore gli morse il volto. L'odore acre di plastica bruciata e alcol in fiamme gli riempì i polmoni.
Nello sguardo vuoto dell'apparizione, per un istante, gli parve di vedere un sorriso.
E seppe, con un raccapriccio che gli saliva dalle viscere, che presto avrebbe accompagnato Juliette negli abissi del fondo marino.
Continua)