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Juliette – Capitolo 18

Posted: Thu Aug 06, 2026 7:13 pm
by Nightafter
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Juliette – Capitolo 18


Quella notte René non chiudeva occhio.
La brandina scricchiolava a ogni movimento. Si girava da un fianco all’altro come se sotto il lenzuolo ci fossero cocci di vetro.
La schiena doleva, le tempie pulsavano.
Un’anima in pena, pensò. Anzi: un’anima dannata. La sua lo era da tempo.
L’incontro di quella sera gli restava nello stomaco come un pezzo di carne marcia.
Quel vecchio coglione di Maël.
Quel codardo che si era permesso di puntargli lo Sten Mk II senza dire una parola. Bastava il gesto.
René serrò i denti nel buio. In un altro momento glielo avrebbe fatto mangiare, quel mitra.
Glielo avrebbe ficcato su per il didietro, e magari a Maël sarebbe pure piaciuto: era uno di quelli che si commuovevano per i due invertiti morti.
Solidarietà per due checche.
Si mise a sedere, piedi nudi sul pavimento freddo.
Maël poteva diventare pericoloso.
Bastava che i sensi di colpa gli prendessero la mano e chissà a chi andava a raccontare tutto.
Magari a quello scrittore ficcanaso venuto da Parigi.
La stessa cosa che stava per succedere con Adrien Martin e il memoriale su Juliette lasciato dal fratello.Guillaume…
Prima di spararsi in bocca con la vecchia Ruby d’ordinanza, quel debole aveva messo per iscritto la storia di quel giorno e l’aveva lasciata in eredità.
La gente invecchia male. I guai se li cerca da sola.
Si alzò. Il plico era ancora nel cassetto. Al sicuro, per ora.
Poteva bruciarlo nel camino e chiudere tutto.
Ma lo scrittore e Maël restavano due mine vaganti.
Finché respiravano, lui non sarebbe stato tranquillo.
Doveva aspettare. Vedere.
Altri due morti adesso sarebbero stati una pessima mossa.
Quattro cadaveri in due settimane, in uno sputo di villaggio come Escalles-sur-Dunes… E la gendarmeria di mezza Francia sarebbe piombata lì con battaglioni di schmitt, manco fosse il D-Day.
Erano le due.
Si trascinò sotto la doccia. L’acqua scrosciava quasi gelida, poi tiepida.
Cercava di lavare via i fumi dell’alcol e la rabbia che gli premeva dentro come un animale vivo.
E i ricordi tornarono da soli.
La Mercedes nera del colonnello nazista. La puttana francese seduta accanto a lui. La scorta che cercava di filarsela verso il confine.
Non ci erano arrivati. Nemmeno vicini.
Erano dodici maquisards, col nome di battaglia “Les Ombres”.
Le Loup. Le Faucon. L’Aigle. Le Vent. Le Corbeau. Le Goéland. Tempête. Écume. Falaises. Marée. Spectre.
E lui che li guidava: Brume.
Tre di loro ci lasciarono la pelle. Ma nessun crucco rivide la cagna tedesca che lo aveva partorito. Li freddammo tutti.
Nessuna guerra si fa con i guanti bianchi.
Non importa per chi combatti: cambiano i motivi, la guerra resta uguale.
Mani sporche di sangue e l’odore acre della morte che non ti va via di dosso per giorni.
Per lui non era finita nel ’45.
Altri trent’anni nella Legione. Perché era quello che sapeva fare: combattere e uccidere.
Perché dopo il ’45 le cose erano cambiate.
“Épuration légale”, l'avevano chiamata.
Una genialata di De Gaulle. Processi per i partigiani che si erano macchiati di abusi ed esecuzioni sommarie.
Li chiamavano crimini di guerra, come se la guerra stessa non fosse già un crimine.
Come se si potesse vincerla con le buone maniere. Cazzate.
Si faceva e si vinceva in un modo solo.
Anche per la Legione c’erano state denunce.
Le “anime belle” non sopportavano certi metodi.
Ma eravamo noi a batterci anche per loro contro i fellagha.
Quei maledetti militanti armati, collegati con i movimenti anticolonialisti.
Li facevamo cantare come usignoli con la corrente e l’acqua.
Quando non parlavano più, li portavamo nel bled e fine della storia.
Pulizia. Lavoro da uomini.
E adesso quei parigini con le mani pulite e il culo al caldo si permettevano di giudicare. Tortura. Eccessi. Barbarie. Che ne sapevano loro?
A loro restavano solo i benefici: l’Algeria francese, il petrolio, l’orgoglio.
Grazie a quelli come lui, che ci avevano messo il sangue e le palle.
Aveva visto cosa facevano quei selvaggi quando gli davi spazio.
Sgozzavano, stupravano, bruciavano vivi i pieds-noirs.
E loro dovevano fare i bravi? Col cazzo! La Legione non faceva prigionieri. Faceva ordine. Col ferro e col fuoco dove serviva.
Se si sapesse cosa avevano fatto col colonnello e con quella Juliette, lo chiamerebbero mostro.
Lui, che aveva tenuto alta la bandiera mentre i ratti del FLN strisciavano nella casbah. Patetico.
La Francia di oggi era diventata una puttana debole, piena di scrupoli e di e di negri e arabi che ci ridono in faccia.
Ma lui ricordava. Ricordava tutto.
L’acqua continuava a scendere.
René restò fermo a lungo, finché la rabbia non diventò solo un peso sordo sulle spalle.


Marcel era tornato a pranzare a “L’Amarrage Gaspard”.
Il menù del giorno gli offrì, per cominciare, una soupe de poisson — o caudière, come la chiamavano da quelle parti — densa di moules, patate e panna, attraversata da un soffio d’erbe marine che sapeva di marea e di fuoco di legna.
Poi venne il Welsh rarebit, quella specialità di origine gallese e inglese che a Boulogne e a Calais aveva messo radici profonde: una fetta di pane croccante sommersa da cheddar o formaggio locale fuso con birra e senape, spesso coronata da un uovo e affiancata da patatine fritte all’uso belga, fagiolini e un’insalata fresca.
A chiudere, una crème brûlée al cioccolato, la cui crosta caramellata cedette al cucchiaio con un lieve scricchiolio.
Il tutto accompagnato da un Chablis freddo e, a fine pasto, da un calvados che scese lento e caldo.
Soddisfatto, si alzò da tavola quando erano quasi le due del pomeriggio.
Gaspard, il padrone della locanda, lo salutò caldamente e con cerimoniosa deferenza dopo aver intascato il conto e la mancia generosa che Marcel gli aveva lasciato.
Ormai le giornate si succedevano uguali, tra pioggia e vento battente, e lui si trovava in uno stallo forzato.
Attendeva che i sigilli posti dalla gendarmerie alla casa di Lucas Moreau venissero tolti, così da poter accedere all’abitazione grazie alle chiavi ancora in possesso della donna che ne curava le pulizie settimanali.
Senza quasi accorgersene, i passi lo condussero verso il punto abituale della spiaggia dove era solito fermarsi e accendere la pipa.
A ben pensarci, in quella giornata qualcosa di differente c’era.
Non pioveva, il vento era più lieve e il mare stranamente fermo: le onde frangevano la riva carezzandola più che assalirla.
Poco più in là, a ravvivare quello scenario quasi statico, un nugolo di gabbiani si contendeva con strepiti acuti un pesce morto, strappandone pezzi con feroci beccate.
Marcel iniziò a fumare con lentezza.
Era la prima pipata del giorno.
Voleva limitarne il numero giornaliero: ultimamente, per il nervosismo, aveva ecceduto nel fumare e ora avvertiva una certa irritazione del palato che gli impediva di sentire il gusto di ciò che fumava e anche dei cibi che mangiava.
Cercò di rilassarsi quanto più gli fosse possibile.
Lasciò andare i pensieri senza inseguirli.
Al momento doveva necessariamente attendere: non potendo far altro, tanto valeva sfruttare quell’inerzia per rigenerare lo spirito.
Non era tardi, ma i giorni si accorciavano visibilmente.
La luce stava già scemando mentre una nebbia candida, saliva dal mare e si allargava lentamente sulla spiaggia.
A Marcel non dispiaceva quella cortina lattea che avvolgeva le cose come il silenzioso abbraccio di un ventre materno.
In breve si era insinuata ovunque, cancellando le forme del mondo.
Restare là dentro aveva qualcosa di rasserenante.
Continuava a fumare, confondendo il fumo caldo della pipa con quel vapore freddo da cui il suo field jacket lo proteggeva.
Stava bene. Si sentiva calmo, di una serenità che non provava da quando era giunto in quel villaggio.
Chiuse gli occhi, abbandonandosi allo sciabordio continuo dell’acqua sulla riva. Quando li riaprì, lei era a meno di un metro da lui, avvolta nel lungo scialle nero che portava sempre.
Il mogano dei suoi capelli forava la coltre bianca.
Juliette era tornata.
- Ciao - disse lei.
Marcel sentì accelerare i battiti.
Non lo avrebbe mai ammesso, ma il desiderio di rivederla covava come brace sotto la cenere.
- Ciao, Juliette. Che bello rivederti.
- Rivedere qualcosa, con questa nebbia… è quasi un atto di fede, non trovi? - ribatté lei con un sorriso sottile.
A lui piaceva vederla sorridere; lo riscaldava.
Le perle dei denti splendevano anche in quella luce fioca.
- Anche per te guardare il mare oggi è impossibile - rispose lui.
- Sì - assentì lei, e un’ombra le attraversò gli occhi -, ma oggi non sono venuta per il mare.
Ci fu silenzio. Rimase solo la voce delle onde.
Si fissarono senza una parola.
Poi i corpi si cercarono e le labbra si unirono.
La nebbia divenne un’alcova muta e discreta.
Il cuore di Marcel gli risuonava nelle orecchie.
Le mani esploravano, le lingue si intrecciavano con una frenesia che non ammetteva esitazioni.
Caddero sulla sabbia umida, avvinghiati nell’urgenza del desiderio.
Lo scialle li avvolse simile alle ali spiegate di un enorme rapace nero.
I fiati si facevano vapore. La brama apriva strade veloci tra i vestiti.
La mano di Marcel scivolò sotto la gonna, risalì la seta delle gambe e trovò la sua intimità calda, libera, già pronta.
Tutta quella carne viva, che sapeva di schiuma e vento di mare, non poteva essere un fantasma. Ormai ne era convinto.
Era un corpo che ardeva dal bisogno di amare ed essere amato.
La prese con una dolce ruvidezza, muovendosi piano.
Voleva che quel sesso improvviso e impetuoso durasse a lungo, per il timore che, come accade con i sogni più seducenti, se ne perdesse memoria al risveglio.


(Continua)