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Juliette - Capitolo 11

Posted: Tue Jul 21, 2026 3:36 pm
by Nightafter
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Juliette - Capitolo 11


L'aria dentro Le Vieux Mouillage era densa, quasi masticabile.
Odore di legno bagnato, pesce deperito, tabacco stantio e birra rovesciata impregnava ogni cosa, talmente forte da depositarsi sulla pelle e nei capelli.
La bettola era illuminata solo da due lampade a muro con paralumi ingialliti e da una fila di neon tremolanti sopra il bancone.
Dal soffitto basso pendeva una rete da pesca vecchia, con dentro stelle marine rinsecchite e un granchio morto da chissà quale secolo.
.Yann Le Roux e Maël Morvan sedevano al solito tavolino d'angolo in fondo alla sala, le facce tese, le voci basse.
Lucien, l'oste, aveva appena posato davanti a loro due pinte di Trois Monts.
Fuori, oltre la porta che cigolava a ogni raffica di vento, il porto dormiva un sonno inquieto. I quindici pescherecci dondolavano ormeggiati come bestie stanche, scafi che gemevano contro i parabordi, sartie che tintinnavano nervose.
La nebbia della Côte d'Opale era scesa presto, strisciando dal mare come un lenzuolo umido, trasformando le luci dei lampioni in macchie malaticce e le barche in sagome gibbose.
Maël Morvan riempì la pipa in terracotta, strofinò lo zolfanello sul bordo ruvido del tavolo e accese il trinciato forte.
Una nuvola densa di fumo avvolse entrambi.
- Questa cosa ci sta scappando di mano» mormorò cupo.
Le Roux annuì, bevve una lunga sorsata di birra e si pulì la bocca col dorso della mano.
- Quello che è successo a Jules resta incomprensibile - disse. - Certo, è andato alla villa dei Lefebvre carico di nafta e benzina per darle fuoco. Con quello che gli passava per la testa, fin lì ci arrivo. Ma uno non si dà fuoco da solo.
- Appunto - fece Morvan, tirando una boccata profonda.
- A meno che lei non ci abbia messo le mani. Io ci metto la mano sul fuoco: Jules non si è cotto da solo.
Fece una pausa, lo sguardo fisso nel bicchiere.
- Però la morte di Adrien Martin è un'altra storia. Quella porta la firma di Brume. In Legione li addestravano alle eliminazioni silenziose con corda o laccio... le chiamavano "la loupe". Ce ne ha parlato tante volte.
Le Roux abbassò ancora di più la voce. - Il problema è che siamo gli unici a sapere del suo passato nella Legione Straniera. Se andiamo dai gendarmi, siamo morti. E non per la maledizione di Juliette.
- Morvan annuì lentamente. - Non sono tranquillo, Yann. Tacere non ci protegge. Sappiamo troppo. Per lui possiamo diventare testimoni scomodi da un momento all'altro.
- Allora dobbiamo guardarci il culo di continuo» concluse Le Roux, cupo.
Morvan tirò un'altra boccata. Il fumo calò come una cortina grigia su metà locale.
Con le teste immerse nella nebbia e i pensieri neri, i due uomini cercarono conforto nel fondo dei boccali di Trois Monts.
La cosa non bastò, con un cenno ne chiesero altre due pinte a Lucien.
Fuori, il vento portava l'odore dolciastro e putrido delle alghe marce.
E sotto il respiro del mare, sotto lo scricchiolio del legno, ogni tanto si sentiva un lamento basso, che sembrava salire dalle viscere stesse del molo, dove l'acqua nera lambiva i piloni con piccoli risucchi viscidi.


Di prima mattina Lucas Moreau bussò alla porta dell'abitazione del professor Adrien Martin.
Nel pomeriggio aveva appuntamento con Marcel Dubois, il parigino interessato al materiale sulla leggenda di Juliette per ricavarne spunto per il suo libro. Doveva recuperare tra le carte del defunto professore ciò che Adrien aveva preparato per lo scrittore.
Ad aprirgli venne, come sempre, Madame Thérèse Beaumont, la governante di Adrien.
La donna appariva pallida, curva, con gli occhi acquosi. Sembrava invecchiata di dieci anni in pochi giorni.
Lucas la comprendeva fin troppo bene: la tragica morte del professore aveva sconvolto anche lui.
Nelle notti precedenti aveva dovuto prendere dei farmaci per riuscire a dormire.
- Buongiorno, madame Beaumont. Spero di non disturbarla.
- Ah... è lei, monsieur Moreau. Venga avanti.
La voce era velata, ancora incrinata dal pianto recente.
La donna rimase ferma sull'andito, come se faticasse a orientarsi.
Poi parve ritrovare un appiglio familiare e si rifugiò nel gesto di sempre:
- Gradisce un caffè o del tè, monsieur Moreau?»
Lui le sorrise con tenerezza.
- Grazie, no, madame. Mi fermo solo il tempo di trovare tra le carte del professore il materiale che doveva consegnare al suo conoscente.
- Si riferisce a quel signore che è venuto l'altro giorno a cercare monsieur Adrien e ha poi chiesto di lei?
- Esattamente. Ci siamo parlati. Oggi pomeriggio dobbiamo incontrarci.
- Allora la lascio lavorare. Lei conosce la strada. Si accomodi.
Appena varcata la soglia dello studio, Lucas fu investito da un odore denso e antico: libri vecchi, cera d'api, legno umido e un lieve sentore di vetiver, la colonia che usava Adrien.
Lungo le pareti, scaffali straripanti di volumi antichi si alternavano a vetrinette piene di oggetti strani: conchiglie deformi, ossa levigate dal mare, piccole statuette di legno intagliato che ritraevano figure umane stilizzate.
Il pavimento di legno scricchiolava sotto i suoi passi.
In fondo alla stanza, il ticchettio lento di un orologio a pendolo segnava il silenzio.
Un tavolino basso, ingombro di vecchi giornali, stava accanto alla poltrona di pelle consunta sulla quale Adrien si rilassava mentre lui trascriveva gli appunti per un nuovo articolo.
La luce entrava debole dalle finestre strette, filtrata dalle tende di pizzo ingiallite, creando pozze d'ombra negli angoli.
Lucas era stato centinaia di volte in quello studio, ne conosceva ogni minimo anfratto.
Eppure quella mattina, senza il professore ad accoglierlo con una delle sue battute bonarie, si sentiva sperduto.
Un estraneo entrato abusivamente in un luogo sacro.


Il vecchio Maël Morvan – nome di battaglia: Tempête, aveva settant'anni suonati, ma il mare del nord non gli aveva ancora piegato del tutto la schiena.
Pescatore di Escalles-sur-Dunes da quando aveva quindici anni, abitava nella stessa piccola casa di mattoni grigi e tetto d'ardesia a due passi dalle falesie, dove il vento di nord-ovest non smetteva mai di urlare.
Era un uomo basso e tarchiato, con mani grandi e nodose segnate da reti, coltelli e cordame.
Il viso sembrava scolpito nel legno di deriva: rughe profonde, occhi di un azzurro sbiadito dal sale, e una cicatrice sottile che gli tagliava la guancia sinistra – ricordo di una notte del '44 quando una scheggia di granata tedesca lo aveva sfiorato vicino a un binario della ferrovia Calais-Boulogne.
Da quarantacinque anni Maël, viveva con un segreto sepolto a pochi metri dalla porta di casa.
Sotto le travi di quercia del gabbiotto degli attrezzi nel cortile sul retro – quello stesso capanno di legno sbiancato dal vento e dal sale dove teneva nasse per granchi, reti da riparare, taniche di gasolio e attrezzi da pesca – aveva nascosto la sua Sten Mk II.
Quella sera, mentre la marea montava e la nebbia saliva dalle dune come un sudario, Maël decise che era arrivato il momento.
Si infilò il vecchio giaccone cerato giallo sporco di olio motore, prese la torcia a dinamo e uscì nel cortile.
Il vento portava l'odore di pioggia in arrivo.
l gabbiotto era chiuso da un lucchetto arrugginito che non apriva da anni. Quando spinse la porta, questa emise un lungo cigolò stridulo.
L'interno odorava di legno umido, nafta e muffa.
Maël spostò due cassette di legno piene di sugheri e vecchie boe, poi, con gesti lenti e precisi da chi l'aveva fatto decine di volte nella sua testa, sollevò tre assi del pavimento malfermo.
Sotto, incastrata tra le travi portanti e avvolta in tela cerata oleata e poi in stracci di lana, c'era la borsa di tela militare sbiadita.
La tirò fuori con rispetto quasi religioso.
La Sten Mk II era lì, come l'aveva lasciata nell'autunno del 1944.
Canna corta, corpo tubolare, caricatore laterale da 32 colpi.
Il metallo aveva qualche macchia di ruggine superficiale, ma l'olio denso e scuro che aveva spalmato con cura nel '45 aveva fatto il suo lavoro.
Sembrava un oggetto uscito da un altro tempo: brutale, spartano, quasi osceno tra reti da pesca e secchi di plastica.
Maël fece scorrere lentamente l'otturatore.
Il rumore metallico, secco, risuonò nel silenzio del capanno.
Per un attimo gli parve di sentire di nuovo l'odore di cordite e di paura di quella notte vicino al viadotto di Marquise.
Chiuse gli occhi.
"T'as attendu longtemps, mon ami.", mormorò alla mitraglietta, con la voce bassa e roca di chi ha passato la vita a gridare contro il vento del Canale della Manica.
Fuori, il faro di Cap Gris-Nez mandava il suo lampo regolare nella nebbia. Dentro il capanno, il vecchio pescatore partigiano teneva tra le mani un pezzo di guerra che non era mai davvero finita.
E qualcosa, nel modo in cui le sue dita stringevano il metallo freddo, diceva che non l'avrebbe rimessa via tanto presto.


(Continua)