Juliette – Capitolo 3
Posted: Fri Jun 12, 2026 2:18 pm
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Juliette – Capitolo 3
La pioggia aveva smesso di cadere solo da un'ora.
Il molo sembrava appena uscito da una verniciatura fresca, lucido e fragile. Marcel Dubois controllò l'ora: le undici.
Escalles-sur-Dunes era ancora mezza addormentata sotto un cielo color madreperla grigia.
Il piccolo porto era poco più di una mezzaluna di pietra e legno incastrata tra due braccia di dune basse, ma aveva qualcosa di ostinatamente vivo.
Una decina di barche da pesca dondolavano agli ormeggi, ponti bagnati, reti pesanti che odoravano di sale, nafta e lavoro quotidiano.
Marcel camminava lento sul pontile di legno scuro, mani affondate nelle tasche del field jacket umido.
L'aria era fredda e pulita, satura di quel profumo denso tipico del mare del Nord.
In lontananza, oltre l'imboccatura del molo, l'acqua si muoveva lenta e grigia, quasi senza onde, come se anche il mare stesse riprendendo fiato dopo la notte di pioggia
Lesse i nomi sulle fiancate: Marie-Jeanne, Saint Yves, Cormoran, L'Étoile du Nord. Nomi semplici, quasi umili.
Tutto intorno parlava di una vita concreta, ripetuta per generazioni.
Un tempo avrebbe visto in quella scena l'incipit perfetto di un racconto: il paesino dimenticato, il porto silenzioso, l'uomo solo.
Ora sentiva solo un vuoto acido allo stomaco.
Per anni aveva terrorizzato i lettori con serial killer, case infestate e creature senza nome.
I libri firmati Marcel Dubois finivano nelle vetrine, in Francia e all'estero.
I lettori divoravano le sue storie, e il suo conto in banca ringraziava.
Poi, senza preavviso, la fonte si era prosciugata.
A quasi quarant'anni, dopo una decina di romanzi di successo, stava annegando nel suo peggior incubo: non aveva più niente da raccontare.
Un anno intero era scivolato via tra false partenze, notti in bianco e pagine cancellate.
Gli restavano otto settimane per consegnare il nuovo libro.
Otto settimane e un unico titolo: La Maledizione.
Un titolo suggestivo che aveva venduto al suo editore come un progetto già avanzato, incassando un anticipo generoso sulla fiducia di anni.
Adesso quell'anticipo gli pesava come piombo sullo stomaco.
Mancare la consegna non sarebbe stato solo un fallimento: sarebbe stato la sua fine.
Era venuto a Escalles-sur-Dunes per questo.
L'ultimo tentativo. Sperava che il mare, il vento, il silenzio potessero restituirgli qualcosa che a Parigi aveva perso.
Perfino Victor Hugo e Dickens avevano cercato rifugio su queste coste quando la penna si arrestava.
Ma per ora sentiva soltanto il proprio fallimento che gli camminava accanto.
Si scosse da quei pensieri.
Era tardi per la colazione e troppo presto per il pranzo.
Quattro passi gli avrebbero fatto bene, almeno al corpo.
Imboccò il sentiero che saliva verso le falesie.
La terra bagnata e l'erba fradicia rendevano il passo pesante.
Dopo una trentina di minuti, con il fiato corto e il cuore che batteva forte, raggiunse la cresta.
Il vento gelido lo colpì in pieno viso. Abbassò la zip del giaccone, accaldato nonostante l'aria fredda.
Sul lato destro il sentiero costeggiava lo strapiombo.
Centotrenta metri più sotto, la spiaggia di sassi e sabbia chiara sembrava una lama sottile tra il bianco accecante delle falesie di gesso e il mare color ardesia. Le onde si frangevano con rabbia contro la base delle scogliere, e il vento portava fin lassù spruzzi salmastri.
In lontananza, oltre la Manica, la costa inglese appariva come un fantasma pallido.
A sinistra, invece, il paesaggio si addolciva in colline ondulate, pascoli verdi e macchie di vegetazione bassa. Marcel proseguì.
Poco più avanti notò un sentiero secondario, stretto e invaso dalle erbacce, che si staccava dal percorso principale inoltrandosi verso l'interno.
Aveva ancora tempo prima di pranzo.
Senza una ragione precisa, lo imboccò.
Il viottolo scendeva dolcemente tra siepi di biancospino selvatico, fino a una radura dominata da una villa imponente.
Non era una semplice casa di campagna.
Era una maison de maître neoclassica, con proporzioni armoniose e una solennità severa.
Facciata simmetrica in pietra calcarea annerita dal tempo, colonne ioniche al portico centrale, tetto a mansarda.
In un altro secolo sarebbe stata splendida.
Ora appariva ferita dall'ingiuria degli anni.
L'edera aveva inghiottito quasi interamente il lato ovest.
Le persiane pendevano sbilenche dai cardini arrugginiti, le finestre del piano nobile erano velate di sporco e polvere.
Il giardino all'inglese era diventato un groviglio selvaggio di rovi, alberi cresciuti senza controllo e ortiche.
Sul retro, seminascosti dalla vegetazione, si intravedevano vecchi edifici secondari – probabilmente ex scuderie o dépendance – con muri di mattoni più rozzi e finestrelle strette, quasi feritoie.
Marcel si fermò ai margini della proprietà.
Caricò la pipa, l'accese e tirò una lunga boccata.
Perché un edificio di tale prestigio era stato abbandonato da decenni? Sembrava troppo grande, troppo bello per essere caduto semplicemente in disgrazia economica. C'era qualcosa di ostile nel suo silenzio, come se la casa stessa trattenesse il respiro
Il portone principale era socchiuso.
Il vento lo faceva cigolare con un ritmo basso e irregolare.
"Lefebvre..." mormorò, leggendo il nome su una vecchia targa di ottone ossidata, semisepolta dall'edera. "Sicuramente una famiglia nobiliare del posto." - pensò tra sé.
Rimase lì, immobile, mentre il fumo della pipa si dissolveva nel vento freddo, per un lungo momento a osservare la casa silenziosa.
Che sembrava osservarlo a sua volta.
(Continua)
Juliette – Capitolo 3
La pioggia aveva smesso di cadere solo da un'ora.
Il molo sembrava appena uscito da una verniciatura fresca, lucido e fragile. Marcel Dubois controllò l'ora: le undici.
Escalles-sur-Dunes era ancora mezza addormentata sotto un cielo color madreperla grigia.
Il piccolo porto era poco più di una mezzaluna di pietra e legno incastrata tra due braccia di dune basse, ma aveva qualcosa di ostinatamente vivo.
Una decina di barche da pesca dondolavano agli ormeggi, ponti bagnati, reti pesanti che odoravano di sale, nafta e lavoro quotidiano.
Marcel camminava lento sul pontile di legno scuro, mani affondate nelle tasche del field jacket umido.
L'aria era fredda e pulita, satura di quel profumo denso tipico del mare del Nord.
In lontananza, oltre l'imboccatura del molo, l'acqua si muoveva lenta e grigia, quasi senza onde, come se anche il mare stesse riprendendo fiato dopo la notte di pioggia
Lesse i nomi sulle fiancate: Marie-Jeanne, Saint Yves, Cormoran, L'Étoile du Nord. Nomi semplici, quasi umili.
Tutto intorno parlava di una vita concreta, ripetuta per generazioni.
Un tempo avrebbe visto in quella scena l'incipit perfetto di un racconto: il paesino dimenticato, il porto silenzioso, l'uomo solo.
Ora sentiva solo un vuoto acido allo stomaco.
Per anni aveva terrorizzato i lettori con serial killer, case infestate e creature senza nome.
I libri firmati Marcel Dubois finivano nelle vetrine, in Francia e all'estero.
I lettori divoravano le sue storie, e il suo conto in banca ringraziava.
Poi, senza preavviso, la fonte si era prosciugata.
A quasi quarant'anni, dopo una decina di romanzi di successo, stava annegando nel suo peggior incubo: non aveva più niente da raccontare.
Un anno intero era scivolato via tra false partenze, notti in bianco e pagine cancellate.
Gli restavano otto settimane per consegnare il nuovo libro.
Otto settimane e un unico titolo: La Maledizione.
Un titolo suggestivo che aveva venduto al suo editore come un progetto già avanzato, incassando un anticipo generoso sulla fiducia di anni.
Adesso quell'anticipo gli pesava come piombo sullo stomaco.
Mancare la consegna non sarebbe stato solo un fallimento: sarebbe stato la sua fine.
Era venuto a Escalles-sur-Dunes per questo.
L'ultimo tentativo. Sperava che il mare, il vento, il silenzio potessero restituirgli qualcosa che a Parigi aveva perso.
Perfino Victor Hugo e Dickens avevano cercato rifugio su queste coste quando la penna si arrestava.
Ma per ora sentiva soltanto il proprio fallimento che gli camminava accanto.
Si scosse da quei pensieri.
Era tardi per la colazione e troppo presto per il pranzo.
Quattro passi gli avrebbero fatto bene, almeno al corpo.
Imboccò il sentiero che saliva verso le falesie.
La terra bagnata e l'erba fradicia rendevano il passo pesante.
Dopo una trentina di minuti, con il fiato corto e il cuore che batteva forte, raggiunse la cresta.
Il vento gelido lo colpì in pieno viso. Abbassò la zip del giaccone, accaldato nonostante l'aria fredda.
Sul lato destro il sentiero costeggiava lo strapiombo.
Centotrenta metri più sotto, la spiaggia di sassi e sabbia chiara sembrava una lama sottile tra il bianco accecante delle falesie di gesso e il mare color ardesia. Le onde si frangevano con rabbia contro la base delle scogliere, e il vento portava fin lassù spruzzi salmastri.
In lontananza, oltre la Manica, la costa inglese appariva come un fantasma pallido.
A sinistra, invece, il paesaggio si addolciva in colline ondulate, pascoli verdi e macchie di vegetazione bassa. Marcel proseguì.
Poco più avanti notò un sentiero secondario, stretto e invaso dalle erbacce, che si staccava dal percorso principale inoltrandosi verso l'interno.
Aveva ancora tempo prima di pranzo.
Senza una ragione precisa, lo imboccò.
Il viottolo scendeva dolcemente tra siepi di biancospino selvatico, fino a una radura dominata da una villa imponente.
Non era una semplice casa di campagna.
Era una maison de maître neoclassica, con proporzioni armoniose e una solennità severa.
Facciata simmetrica in pietra calcarea annerita dal tempo, colonne ioniche al portico centrale, tetto a mansarda.
In un altro secolo sarebbe stata splendida.
Ora appariva ferita dall'ingiuria degli anni.
L'edera aveva inghiottito quasi interamente il lato ovest.
Le persiane pendevano sbilenche dai cardini arrugginiti, le finestre del piano nobile erano velate di sporco e polvere.
Il giardino all'inglese era diventato un groviglio selvaggio di rovi, alberi cresciuti senza controllo e ortiche.
Sul retro, seminascosti dalla vegetazione, si intravedevano vecchi edifici secondari – probabilmente ex scuderie o dépendance – con muri di mattoni più rozzi e finestrelle strette, quasi feritoie.
Marcel si fermò ai margini della proprietà.
Caricò la pipa, l'accese e tirò una lunga boccata.
Perché un edificio di tale prestigio era stato abbandonato da decenni? Sembrava troppo grande, troppo bello per essere caduto semplicemente in disgrazia economica. C'era qualcosa di ostile nel suo silenzio, come se la casa stessa trattenesse il respiro
Il portone principale era socchiuso.
Il vento lo faceva cigolare con un ritmo basso e irregolare.
"Lefebvre..." mormorò, leggendo il nome su una vecchia targa di ottone ossidata, semisepolta dall'edera. "Sicuramente una famiglia nobiliare del posto." - pensò tra sé.
Rimase lì, immobile, mentre il fumo della pipa si dissolveva nel vento freddo, per un lungo momento a osservare la casa silenziosa.
Che sembrava osservarlo a sua volta.
(Continua)