Atrax robustus Pt. 23
Posted: Wed Jun 10, 2026 7:10 pm
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Atrax robustus Pt. 23
Sotto i portici di via Po si trovava l’elegante Caffè Fiorio.
Appena entrato, l’aria calda sapeva di cioccolato, caffè tostato e cera per pavimenti.
Le boiserie scure rivestivano le pareti fino a metà altezza, mentre stucchi chiari sul soffitto riflettevano la luce dei lampadari.
Erano quasi le diciannove quando Lorenzo Maria spinse la pesante porta a vetri.
Attraversò la sala con passo deciso, tra tavolini di marmo e poltroncine neosettecentesche, diretto verso il salone sulla destra del bancone in marmo giallo di Siena.
Superò due camerieri in livrea che asciugavano bicchieri.
Lo salutarono con deferenza; lui rispose con un cenno del capo.
Diede un’occhiata al cronografo. Era in anticipo, e la cosa gli piaceva.
Poteva scegliere con calma il posto e prepararsi mentalmente.
Essere il primo ad arrivare dava sempre un vantaggio.
Appese il soprabito alla rastrelliera in ottone e sedette sul lato del divano da cui poteva controllare l’ingresso.
Il velluto rosso era morbido e un po’ vissuto.
Da lì la sala appariva più intima, ovattata.
Il giovane attore arrivò con otto minuti di ritardo.
Lorenzo Maria lo vide varcare l’ingresso e cercarlo con lo sguardo, calmo e padrone di sé.
Quando individuò l’unico uomo maturo seduto solo, i loro sguardi si incrociarono.
Lorenzo Maria si limitò a un cenno secco del capo.
Il ragazzo attraversò il locale con passo deciso.
- Professor De Angeli?»
- Giorgio Ferri, suppongo.
La stretta di mano fu salda e asciutta. Lorenzo Maria registrò il dettaglio con approvazione.
- Mi scusi per il ritardo. Il traffico a quest’ora…»
- Non si preoccupi. È il prezzo di vivere a Torino. Un sorriso breve, educato.
Giorgio si tolse il macintosh scuro e la lunga sciarpa, rivelando un total black: maglia a collo alto e jeans di velluto.
I capelli bruni erano legati in una coda bassa, fermata da un nastro di velluto bordeaux.
Il viso era di una bellezza quasi disturbante: lineamenti delicati, incarnato diafano, qualcosa di androgino che poteva risultare inquietante o irresistibile, a seconda dell’uso.
Lorenzo Maria lo studiò come si valuta un attrezzo.
- Grazie di essere venuto», disse, facendo un cenno al cameriere.
- Immagino si stia chiedendo il reale motivo di questo incontro.
- Giorgio si appoggiò allo schienale con un mezzo sorriso d’assenso. Non sembrava particolarmente ansioso.
- Ho bisogno di un attore - proseguì Lorenzo Maria a voce bassa. - Uno bravo, e mi dicono che lei lo sia. Alla scuola d’arte drammatica ne parlano come uno dei migliori.
L’altro incassò l’elogio con un lieve sorriso. O era un mostro di presunzione, o sapeva controllare ad arte le proprie espressioni.
- Si tratta di una sola sera, una scena molto breve ma intensa. Pagamento generoso e riservatezza assoluta.
Il cameriere si materializzò. Ordinarono: Negroni sbagliato per Lorenzo Maria, Spritz per il giovane.
Quando furono di nuovo soli, Lorenzo Maria si sporse leggermente in avanti.
- Dovrà interpretare un ex amante. Gay. - disse con un sorriso lievemente beffardo. - La scena sarà pubblica, durante una cena al circolo del golf. Dovrà riconoscere un uomo tra i presenti e fargli una scenata. Niente di fisico, solo parole. Dovrà accusarlo di aver avuto una relazione con lei quando era ancora minorenne.
Giorgio socchiuse gli occhi. Per la prima volta esitò.
Lorenzo Maria alzò una mano, rassicurante.
- So che sembra pesante. Ma è uno scherzo. Una burla organizzata da un gruppo di soci del club. L’uomo in questione è un vanitoso patentato, uno che racconta a tutti di essere un irresistibile seduttore. Centinaia di conquiste, secondo lui. Noi vogliamo dargli una piccola lezione. Alla fine, quando l’imbarazzo sarà al massimo, tutti scoppieremo a ridere e gli riveleremo che si è trattato di una goliardata. Lui riderà con noi… o fingerà di farlo.
Giorgio bevve un sorso di Spritz, riflettendo.
- E nessuno saprà che sono un attore?
- Solo io e il gruppo di amici che sta organizzando la cosa. Per gli altri lei sarà esattamente ciò che sembrerà: un giovane che ha deciso di sputtanare pubblicamente un ex. Renderà tutto più credibile.
Il ragazzo rimase in silenzio qualche secondo.
- E se il vostro amico la prende male e cerca di spaccarmi la faccia?
- Non si preoccupi. Al primo cenno d’alterazione interverremo. In ogni caso, dopo aver recitato la sua parte, lei si dileguerà rapidamente.
Giorgio fece un cenno d’approvazione.
- Ok. Allora va bene. Si può fare.
- Il compenso sarà di quattrocentomila lire per una sera di lavoro. Metà ora, metà dopo la performance.
Giorgio posò il bicchiere. Un mezzo sorriso gli incurvò le labbra.
- Esiste già un testo che posso vedere?
- Glielo invierò stasera stessa. Non è Shakespeare, ma lei è libero di adattarlo. L’importante è che la scenata sia convincente: rabbia, dolore, umiliazione. Voglio che quell’uomo provi un grande imbarazzo davanti a tutta la crème di Torino.
Lorenzo Maria sollevò il bicchiere.
- Alla nostra piccola pièce, allora. Fecero tintinnare il cristallo.
Lorenzo Maria sorrise, ma i suoi occhi rimasero gelidi.
I portici di via Po avevano ancora le vetrine illuminate, ma il traffico e i pedoni si stavano diradando.
Giorgio Ferri strinse la cintura del macintosh.
La temperatura serale cominciava a farsi sentire.
Si sentiva allegro. Accese una sigaretta e allungò il passo.
L’incontro si era risolto ottimamente.
Quel vecchio trombone era il prototipo del “barone” universitario: tronfio, pomposo, con velleità di goliardia fuori tempo.
Del resto questi altoborghesi erano tutti pieni di manie e vizi.
Quello che affliggeva il professore era tra i meno deprecabili.
Nel giro degli attori giravano storie su certe feste in collina a base di stupefacenti, superalcolici e ragazzotte minorenni.
Quando De Angeli aveva cambiato la proposta (dalle sue poesie a questa scenata), la cosa gli era suonata stonata.
Aveva controllato sul sito dell’università: pedigree impeccabile, titoli, riconoscimenti.
Di persona però lo aveva trovato ampolloso e sfuggente, uno che si compiaceva di manipolare chi gli stava intorno.
Quel cambio improvviso della finalità della serata e l’insistenza con cui aveva cercato di spacciare la porcata per una semplice burla la dicevano lunga.
Era uno abituato a mentire e a cambiare le carte in tavola senza remore. Quella commedia che lui avrebbe recitato era tutt’altro che uno scherzo innocente.
Secondo Giorgio, il tipo preso di mira si sarebbe incazzato come una bestia. Sarebbe già stato tanto se la serata non fosse finita con bottiglie di champagne spaccate su qualche testa.
In ogni caso erano cazzi loro.
Recitata la scenetta, lui sarebbe sparito.
Il professore lo avrebbe rivisto solo per pagare il saldo.
Per ora aveva nel portafoglio due biglietti da centomila lire, e questo bastava.
Tirò l’ultima boccata e lanciò il mozzicone sulle lastre di pietra della via.
(Continua)
Atrax robustus Pt. 23
Sotto i portici di via Po si trovava l’elegante Caffè Fiorio.
Appena entrato, l’aria calda sapeva di cioccolato, caffè tostato e cera per pavimenti.
Le boiserie scure rivestivano le pareti fino a metà altezza, mentre stucchi chiari sul soffitto riflettevano la luce dei lampadari.
Erano quasi le diciannove quando Lorenzo Maria spinse la pesante porta a vetri.
Attraversò la sala con passo deciso, tra tavolini di marmo e poltroncine neosettecentesche, diretto verso il salone sulla destra del bancone in marmo giallo di Siena.
Superò due camerieri in livrea che asciugavano bicchieri.
Lo salutarono con deferenza; lui rispose con un cenno del capo.
Diede un’occhiata al cronografo. Era in anticipo, e la cosa gli piaceva.
Poteva scegliere con calma il posto e prepararsi mentalmente.
Essere il primo ad arrivare dava sempre un vantaggio.
Appese il soprabito alla rastrelliera in ottone e sedette sul lato del divano da cui poteva controllare l’ingresso.
Il velluto rosso era morbido e un po’ vissuto.
Da lì la sala appariva più intima, ovattata.
Il giovane attore arrivò con otto minuti di ritardo.
Lorenzo Maria lo vide varcare l’ingresso e cercarlo con lo sguardo, calmo e padrone di sé.
Quando individuò l’unico uomo maturo seduto solo, i loro sguardi si incrociarono.
Lorenzo Maria si limitò a un cenno secco del capo.
Il ragazzo attraversò il locale con passo deciso.
- Professor De Angeli?»
- Giorgio Ferri, suppongo.
La stretta di mano fu salda e asciutta. Lorenzo Maria registrò il dettaglio con approvazione.
- Mi scusi per il ritardo. Il traffico a quest’ora…»
- Non si preoccupi. È il prezzo di vivere a Torino. Un sorriso breve, educato.
Giorgio si tolse il macintosh scuro e la lunga sciarpa, rivelando un total black: maglia a collo alto e jeans di velluto.
I capelli bruni erano legati in una coda bassa, fermata da un nastro di velluto bordeaux.
Il viso era di una bellezza quasi disturbante: lineamenti delicati, incarnato diafano, qualcosa di androgino che poteva risultare inquietante o irresistibile, a seconda dell’uso.
Lorenzo Maria lo studiò come si valuta un attrezzo.
- Grazie di essere venuto», disse, facendo un cenno al cameriere.
- Immagino si stia chiedendo il reale motivo di questo incontro.
- Giorgio si appoggiò allo schienale con un mezzo sorriso d’assenso. Non sembrava particolarmente ansioso.
- Ho bisogno di un attore - proseguì Lorenzo Maria a voce bassa. - Uno bravo, e mi dicono che lei lo sia. Alla scuola d’arte drammatica ne parlano come uno dei migliori.
L’altro incassò l’elogio con un lieve sorriso. O era un mostro di presunzione, o sapeva controllare ad arte le proprie espressioni.
- Si tratta di una sola sera, una scena molto breve ma intensa. Pagamento generoso e riservatezza assoluta.
Il cameriere si materializzò. Ordinarono: Negroni sbagliato per Lorenzo Maria, Spritz per il giovane.
Quando furono di nuovo soli, Lorenzo Maria si sporse leggermente in avanti.
- Dovrà interpretare un ex amante. Gay. - disse con un sorriso lievemente beffardo. - La scena sarà pubblica, durante una cena al circolo del golf. Dovrà riconoscere un uomo tra i presenti e fargli una scenata. Niente di fisico, solo parole. Dovrà accusarlo di aver avuto una relazione con lei quando era ancora minorenne.
Giorgio socchiuse gli occhi. Per la prima volta esitò.
Lorenzo Maria alzò una mano, rassicurante.
- So che sembra pesante. Ma è uno scherzo. Una burla organizzata da un gruppo di soci del club. L’uomo in questione è un vanitoso patentato, uno che racconta a tutti di essere un irresistibile seduttore. Centinaia di conquiste, secondo lui. Noi vogliamo dargli una piccola lezione. Alla fine, quando l’imbarazzo sarà al massimo, tutti scoppieremo a ridere e gli riveleremo che si è trattato di una goliardata. Lui riderà con noi… o fingerà di farlo.
Giorgio bevve un sorso di Spritz, riflettendo.
- E nessuno saprà che sono un attore?
- Solo io e il gruppo di amici che sta organizzando la cosa. Per gli altri lei sarà esattamente ciò che sembrerà: un giovane che ha deciso di sputtanare pubblicamente un ex. Renderà tutto più credibile.
Il ragazzo rimase in silenzio qualche secondo.
- E se il vostro amico la prende male e cerca di spaccarmi la faccia?
- Non si preoccupi. Al primo cenno d’alterazione interverremo. In ogni caso, dopo aver recitato la sua parte, lei si dileguerà rapidamente.
Giorgio fece un cenno d’approvazione.
- Ok. Allora va bene. Si può fare.
- Il compenso sarà di quattrocentomila lire per una sera di lavoro. Metà ora, metà dopo la performance.
Giorgio posò il bicchiere. Un mezzo sorriso gli incurvò le labbra.
- Esiste già un testo che posso vedere?
- Glielo invierò stasera stessa. Non è Shakespeare, ma lei è libero di adattarlo. L’importante è che la scenata sia convincente: rabbia, dolore, umiliazione. Voglio che quell’uomo provi un grande imbarazzo davanti a tutta la crème di Torino.
Lorenzo Maria sollevò il bicchiere.
- Alla nostra piccola pièce, allora. Fecero tintinnare il cristallo.
Lorenzo Maria sorrise, ma i suoi occhi rimasero gelidi.
I portici di via Po avevano ancora le vetrine illuminate, ma il traffico e i pedoni si stavano diradando.
Giorgio Ferri strinse la cintura del macintosh.
La temperatura serale cominciava a farsi sentire.
Si sentiva allegro. Accese una sigaretta e allungò il passo.
L’incontro si era risolto ottimamente.
Quel vecchio trombone era il prototipo del “barone” universitario: tronfio, pomposo, con velleità di goliardia fuori tempo.
Del resto questi altoborghesi erano tutti pieni di manie e vizi.
Quello che affliggeva il professore era tra i meno deprecabili.
Nel giro degli attori giravano storie su certe feste in collina a base di stupefacenti, superalcolici e ragazzotte minorenni.
Quando De Angeli aveva cambiato la proposta (dalle sue poesie a questa scenata), la cosa gli era suonata stonata.
Aveva controllato sul sito dell’università: pedigree impeccabile, titoli, riconoscimenti.
Di persona però lo aveva trovato ampolloso e sfuggente, uno che si compiaceva di manipolare chi gli stava intorno.
Quel cambio improvviso della finalità della serata e l’insistenza con cui aveva cercato di spacciare la porcata per una semplice burla la dicevano lunga.
Era uno abituato a mentire e a cambiare le carte in tavola senza remore. Quella commedia che lui avrebbe recitato era tutt’altro che uno scherzo innocente.
Secondo Giorgio, il tipo preso di mira si sarebbe incazzato come una bestia. Sarebbe già stato tanto se la serata non fosse finita con bottiglie di champagne spaccate su qualche testa.
In ogni caso erano cazzi loro.
Recitata la scenetta, lui sarebbe sparito.
Il professore lo avrebbe rivisto solo per pagare il saldo.
Per ora aveva nel portafoglio due biglietti da centomila lire, e questo bastava.
Tirò l’ultima boccata e lanciò il mozzicone sulle lastre di pietra della via.
(Continua)