Juliette - Capitolo 1
Posted: Sat May 23, 2026 11:16 pm
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Juliette - Capitolo 1
Marcel Dubois parcheggiò la sua Alfa Romeo Spider 2.0 nello spiazzo ghiaioso davanti alla Maison de Madame Auger.
Il piccolo bed & breakfast appariva come l’unico edificio ancora animato in quel grigio pomeriggio di fine autunno.
Scese dall’auto stirando il collo irrigidito.
Aveva lasciato Parigi poco dopo le otto, impiegando quasi un’ora solo per districarsi dal traffico della capitale, poi altre due ore e mezza tra autostrada e statali deserte.
Il cielo era basso e sporco, una pioggerella insistente lo aveva accompagnato per tutto il viaggio.
Si concesse finalmente la prima pipata della giornata.
Caricò con cura il tabacco, accese e tirò una boccata lenta e profonda, trattenendo il fumo denso in bocca.
Il sapore forte e aromatico del tabacco gli colmò il palato mentre osservava le dune lontane e il mare grigio oltre l’orizzonte.
Dal bagagliaio tirò fuori un borsone di tela e la borsa rigida di nylon nero che conteneva il suo Toshiba T1000.
Lo chiamava affettuosamente «il mio mostro grigio».
Pesava poco meno di tre chili, da due anni aveva quasi completamente sostituito la vecchia macchina da scrivere, e negli ultimi mesi lo aveva acceso quasi solo per fissare pagine bianche
Era venuto a Escalles-sur-Dunes per quello: provare a spezzare la crisi di scrittura che lo tormentava da mesi.
Un paesino di pescatori fuori stagione, battuto dal vento del Nord, gli era sembrata l’idea giusta.
Forse il cambiamento d’aria e la solitudine lo avrebbero aiutato.
Chiuse il bagagliaio con un colpo secco. La pioggia gli bagnava già le spalle.
Si avviò verso l’ingresso, col suo bagaglio nelle mani.
Il clima umido e salmastro del luogo, gli era entrato durante il tragitto fin dentro le ossa.
Quando spinse la porta de la Maison de Madame Auger, il campanello sopra la porta tintinnò con un suono metallico sospeso nell’aria per un lungo secondo.
il contrasto con l'esterno fu violento: un’ondata di calore pesante lo avvolse.
L’odore della hall lo colpì subito: un misto denso di cera per legno, fumo di camino, e un sentore di fiori secchi e vaniglia vecchia.
Il camino acceso sulla destra emanava un calore forte e irregolare: caldo sul viso, ma freddo sulle caviglie, come se una sottile corrente filtrasse da sotto il l'uscio alle sue spalle.
La fiamma vivace, crepitava producendo piccoli schiocchi secchi.
Il pavimento di legno scuro, consunto dal perenne calpestio, era irregolare sotto le suole delle sue scarpe.
Ogni passo produceva un basso cigolio, come se le assi protestassero per essere calpestate.
Il bancone della reception, di quercia massiccia, era consunto al centro da migliaia di gomiti appoggiati.
La carta da parati floreale, crema e bordeaux, mostrava un aspetto meno vissuto del resto, qualche bolla di umidità era fiorita a filo del battiscopa.
Dalla porta laterale, silenzioso come un ologramma, comparve un uomo.
Era anziano, probabilmente vicino ai settant’anni, ma ancora energico, alto e solido come un vecchio albero battuto dal vento.
Aveva un viso scavato, con pelle ruvida di chi ha passato tutta la vita in luogo di mare, ma non come pescatore.
Le guance erano solcate da profonde rughe, e una cicatrice, più chiara, gli attraversava il sopracciglio sinistro, segno di una antica ferita.
Marcel notò che nella mano sinistra gli mancava la punta dell’anulare.
Gli occhi di un azzurro acquoso, come il cielo autunnale di quel giorno, apparivano presenti e vigili.
Indossava una camicia di flanella grigio-verde e un gilè di lana marrone che aveva visto molti inverni.
- Buongiorno monsieur Dubois l'attendevamo. - disse con voce rauca e bassa. Il suo accento era marcato, tipicamente normanno, con le parole quasi masticate.
- Buongiono a lei signor?... - rispose Marcel, interrogativo.
- Mi chiami pure René. - confermò l'uomo - Sono l'inserviente del B&B, mi occupo delle camere, della manutenzione e delle pulizie della casa. Madame Auger mi ha incaricato di riceverla, poiché è assente per tutta la mattina.
- Capisco. Faccio con lei la registrazione.
- No, farà tutto con comodo più tardi con Madame. Posso offrirle qualcosa di caldo, sarà stanco dal viaggio. Poi le mostrerò la camera.
- Grazie. Se è possibile lo prenderei volentieri.
- Benissimo. Lasci qui il bagaglio, dopo mi occuperò di portarglielo in stanza.
Fecce cenno di seguirlo verso il bar.
Lo spazio era piccolo, quasi intimo, forse era la vecchia sala da pranzo della casa convertita in zona colazione.
C’erano solo cinque tavoli di legno massiccio, coperti da tovaglie di lino bianco da l'aria candida, ma non nuova di teleria.
La luce entrava fiocca da due finestre che davano sul giardino interno.
Al centro della parete di fondo c’era un vecchio mobile bar-colazione in legno di rovere.
Sopra, una caffettiera elettrica borbottava flebilmente, un odore di caffè un po’ bruciato colorava l'ambiente.
René lo invitò ad accomodarsi e passo dietro il bancone, pronto a servire ciò che gli sarebbe stato ordinato.
Era certamente l'uomo jolly della casa.
Anni d'esperienza gli consentivano di passare tra diversi ruoli: dal barman, al concierge, al cameriere e forse anche a cuoco e sguattero di cucina.
- The, Café au lait o express? - chiese con tono professionale.
- Café au lait - rispose Marcel, rilassandosi sul velluto della sedia.
Mentre beveva, René rimase in silenzio, pulendo il bancone con movimenti lenti.
Il Café au lait che gli aveva servito era perfetto e lo sorbì con piacere.
L'edificio contava solo due piani su una pianta decisamente estesa.
Salirono insieme, René lo precedeva col bagaglio in mano, si arrestò davanti all'ultima porta del lungo corridoio.
- Camera 7. - mormorò, il vecchio come stesse parlando al pavimento. - Bella stanza… molto tranquilla.
Aprì la porta della Camera con un leggero cigolio dei cardini.
Un odore di chiuso uscì dalla penombra, come se la stanza fosse stata sigillata per settimane.
L'uomo sistemò i bagali accanto al piccolo armadio a due ante e consegnò la chiave in mano a Marcel.
Lui rapidamente trasse venti franchi dal portafoglio e glieli porse.
- Un piccolo pourboire, per la vostra cortesia René.
- Ma no mensieur, non deve disturbarsi. - si schernì l'uomo.
- Nessun disturbo René. Lei è stato gentilissimo. Le sarei grato se mi avvisasse al rientro di Madame Auger. Non mi piace lasciare cose in sospeso.
- Sarà fatto mensieur. Buona permanenza.
La camera era più grande di quanto Marcel si aspettasse, ma risultava oppressiva.
Il soffitto era basso, travi di legno scuro a vista che sembravano comprimere lo spazio.
C'era un letto matrimoniale in ferro battuto, con una testiera alta e decorata.
I cuscini erano gonfi ma troppo morbidi per lui, avrebbe chiesto se ce ne fossero di più rigidi.
Sulla sinistra, un tavolino e una grande finestra che dava sul piccolo giardino interno, circondato da un basso muro di pietra grigia, con poche piante spoglie.
Al di sopra si apriva la prospettiva della strada principale del paese.
Si vedevano la piazza principale e uno scorcio della chiesa, poi la via scendeva al mare.
La stanza era fredda nonostante il piccolo termosifone di ghisa che tentava di combatterne l'umidità.
Il bagno era minuscolo, con vecchie piastrelle bianche e nere.
L’acqua del rubinetto nello scorrere produceva il lamento rauco dei tubi vecchi.
C'era silenzio. Solo ogni tanto si sentiva il fischio cupo del vento tra le tegole.
Marcel sedette sul bordo del letto, le lenzuola erano pulite e fredde, ma il profumo di sapone di Marsiglia ne garantiva il candore.
Il luogo era essenziale quanto una cella monastica.
Ma del resto – pensò - era quello che che cercava per una totale immersione che risvegliasse la sua creatività sopita.
Non aveva mai sentito di un hotel a cinque stelle che avesse ispirato grandi opere letterarie, e se ci fosse stato non ne aveva memoria.
Mentre apriva il borsone per sistemare le cose che si era portato, fuori, la campana della chiesa iniziò a suonare.
Non erano rintocchi normali. Erano tocchi lenti, gravi, funerei.
Marcel si avvicinò alla finestra. In lontananza, un corteo funebre procedeva lentamente verso la chiesa, ombre nere sotto la pioggia sottile.
Sorrise appena, di un sorriso storto.
Era venuto fin lì per trovare l’ispirazione per il suo nuovo romanzo dell’orrore.
Forse aveva appena ricevuto il giusto benvenuto.
(Continua)
Juliette - Capitolo 1
Marcel Dubois parcheggiò la sua Alfa Romeo Spider 2.0 nello spiazzo ghiaioso davanti alla Maison de Madame Auger.
Il piccolo bed & breakfast appariva come l’unico edificio ancora animato in quel grigio pomeriggio di fine autunno.
Scese dall’auto stirando il collo irrigidito.
Aveva lasciato Parigi poco dopo le otto, impiegando quasi un’ora solo per districarsi dal traffico della capitale, poi altre due ore e mezza tra autostrada e statali deserte.
Il cielo era basso e sporco, una pioggerella insistente lo aveva accompagnato per tutto il viaggio.
Si concesse finalmente la prima pipata della giornata.
Caricò con cura il tabacco, accese e tirò una boccata lenta e profonda, trattenendo il fumo denso in bocca.
Il sapore forte e aromatico del tabacco gli colmò il palato mentre osservava le dune lontane e il mare grigio oltre l’orizzonte.
Dal bagagliaio tirò fuori un borsone di tela e la borsa rigida di nylon nero che conteneva il suo Toshiba T1000.
Lo chiamava affettuosamente «il mio mostro grigio».
Pesava poco meno di tre chili, da due anni aveva quasi completamente sostituito la vecchia macchina da scrivere, e negli ultimi mesi lo aveva acceso quasi solo per fissare pagine bianche
Era venuto a Escalles-sur-Dunes per quello: provare a spezzare la crisi di scrittura che lo tormentava da mesi.
Un paesino di pescatori fuori stagione, battuto dal vento del Nord, gli era sembrata l’idea giusta.
Forse il cambiamento d’aria e la solitudine lo avrebbero aiutato.
Chiuse il bagagliaio con un colpo secco. La pioggia gli bagnava già le spalle.
Si avviò verso l’ingresso, col suo bagaglio nelle mani.
Il clima umido e salmastro del luogo, gli era entrato durante il tragitto fin dentro le ossa.
Quando spinse la porta de la Maison de Madame Auger, il campanello sopra la porta tintinnò con un suono metallico sospeso nell’aria per un lungo secondo.
il contrasto con l'esterno fu violento: un’ondata di calore pesante lo avvolse.
L’odore della hall lo colpì subito: un misto denso di cera per legno, fumo di camino, e un sentore di fiori secchi e vaniglia vecchia.
Il camino acceso sulla destra emanava un calore forte e irregolare: caldo sul viso, ma freddo sulle caviglie, come se una sottile corrente filtrasse da sotto il l'uscio alle sue spalle.
La fiamma vivace, crepitava producendo piccoli schiocchi secchi.
Il pavimento di legno scuro, consunto dal perenne calpestio, era irregolare sotto le suole delle sue scarpe.
Ogni passo produceva un basso cigolio, come se le assi protestassero per essere calpestate.
Il bancone della reception, di quercia massiccia, era consunto al centro da migliaia di gomiti appoggiati.
La carta da parati floreale, crema e bordeaux, mostrava un aspetto meno vissuto del resto, qualche bolla di umidità era fiorita a filo del battiscopa.
Dalla porta laterale, silenzioso come un ologramma, comparve un uomo.
Era anziano, probabilmente vicino ai settant’anni, ma ancora energico, alto e solido come un vecchio albero battuto dal vento.
Aveva un viso scavato, con pelle ruvida di chi ha passato tutta la vita in luogo di mare, ma non come pescatore.
Le guance erano solcate da profonde rughe, e una cicatrice, più chiara, gli attraversava il sopracciglio sinistro, segno di una antica ferita.
Marcel notò che nella mano sinistra gli mancava la punta dell’anulare.
Gli occhi di un azzurro acquoso, come il cielo autunnale di quel giorno, apparivano presenti e vigili.
Indossava una camicia di flanella grigio-verde e un gilè di lana marrone che aveva visto molti inverni.
- Buongiorno monsieur Dubois l'attendevamo. - disse con voce rauca e bassa. Il suo accento era marcato, tipicamente normanno, con le parole quasi masticate.
- Buongiono a lei signor?... - rispose Marcel, interrogativo.
- Mi chiami pure René. - confermò l'uomo - Sono l'inserviente del B&B, mi occupo delle camere, della manutenzione e delle pulizie della casa. Madame Auger mi ha incaricato di riceverla, poiché è assente per tutta la mattina.
- Capisco. Faccio con lei la registrazione.
- No, farà tutto con comodo più tardi con Madame. Posso offrirle qualcosa di caldo, sarà stanco dal viaggio. Poi le mostrerò la camera.
- Grazie. Se è possibile lo prenderei volentieri.
- Benissimo. Lasci qui il bagaglio, dopo mi occuperò di portarglielo in stanza.
Fecce cenno di seguirlo verso il bar.
Lo spazio era piccolo, quasi intimo, forse era la vecchia sala da pranzo della casa convertita in zona colazione.
C’erano solo cinque tavoli di legno massiccio, coperti da tovaglie di lino bianco da l'aria candida, ma non nuova di teleria.
La luce entrava fiocca da due finestre che davano sul giardino interno.
Al centro della parete di fondo c’era un vecchio mobile bar-colazione in legno di rovere.
Sopra, una caffettiera elettrica borbottava flebilmente, un odore di caffè un po’ bruciato colorava l'ambiente.
René lo invitò ad accomodarsi e passo dietro il bancone, pronto a servire ciò che gli sarebbe stato ordinato.
Era certamente l'uomo jolly della casa.
Anni d'esperienza gli consentivano di passare tra diversi ruoli: dal barman, al concierge, al cameriere e forse anche a cuoco e sguattero di cucina.
- The, Café au lait o express? - chiese con tono professionale.
- Café au lait - rispose Marcel, rilassandosi sul velluto della sedia.
Mentre beveva, René rimase in silenzio, pulendo il bancone con movimenti lenti.
Il Café au lait che gli aveva servito era perfetto e lo sorbì con piacere.
L'edificio contava solo due piani su una pianta decisamente estesa.
Salirono insieme, René lo precedeva col bagaglio in mano, si arrestò davanti all'ultima porta del lungo corridoio.
- Camera 7. - mormorò, il vecchio come stesse parlando al pavimento. - Bella stanza… molto tranquilla.
Aprì la porta della Camera con un leggero cigolio dei cardini.
Un odore di chiuso uscì dalla penombra, come se la stanza fosse stata sigillata per settimane.
L'uomo sistemò i bagali accanto al piccolo armadio a due ante e consegnò la chiave in mano a Marcel.
Lui rapidamente trasse venti franchi dal portafoglio e glieli porse.
- Un piccolo pourboire, per la vostra cortesia René.
- Ma no mensieur, non deve disturbarsi. - si schernì l'uomo.
- Nessun disturbo René. Lei è stato gentilissimo. Le sarei grato se mi avvisasse al rientro di Madame Auger. Non mi piace lasciare cose in sospeso.
- Sarà fatto mensieur. Buona permanenza.
La camera era più grande di quanto Marcel si aspettasse, ma risultava oppressiva.
Il soffitto era basso, travi di legno scuro a vista che sembravano comprimere lo spazio.
C'era un letto matrimoniale in ferro battuto, con una testiera alta e decorata.
I cuscini erano gonfi ma troppo morbidi per lui, avrebbe chiesto se ce ne fossero di più rigidi.
Sulla sinistra, un tavolino e una grande finestra che dava sul piccolo giardino interno, circondato da un basso muro di pietra grigia, con poche piante spoglie.
Al di sopra si apriva la prospettiva della strada principale del paese.
Si vedevano la piazza principale e uno scorcio della chiesa, poi la via scendeva al mare.
La stanza era fredda nonostante il piccolo termosifone di ghisa che tentava di combatterne l'umidità.
Il bagno era minuscolo, con vecchie piastrelle bianche e nere.
L’acqua del rubinetto nello scorrere produceva il lamento rauco dei tubi vecchi.
C'era silenzio. Solo ogni tanto si sentiva il fischio cupo del vento tra le tegole.
Marcel sedette sul bordo del letto, le lenzuola erano pulite e fredde, ma il profumo di sapone di Marsiglia ne garantiva il candore.
Il luogo era essenziale quanto una cella monastica.
Ma del resto – pensò - era quello che che cercava per una totale immersione che risvegliasse la sua creatività sopita.
Non aveva mai sentito di un hotel a cinque stelle che avesse ispirato grandi opere letterarie, e se ci fosse stato non ne aveva memoria.
Mentre apriva il borsone per sistemare le cose che si era portato, fuori, la campana della chiesa iniziò a suonare.
Non erano rintocchi normali. Erano tocchi lenti, gravi, funerei.
Marcel si avvicinò alla finestra. In lontananza, un corteo funebre procedeva lentamente verso la chiesa, ombre nere sotto la pioggia sottile.
Sorrise appena, di un sorriso storto.
Era venuto fin lì per trovare l’ispirazione per il suo nuovo romanzo dell’orrore.
Forse aveva appena ricevuto il giusto benvenuto.
(Continua)