[CE2026] Filippo
Posted: Fri Aug 28, 2026 11:12 pm
Bottiglia n.6
Colpo di scena: Dopo quella lunga e affannosa corsa, salì sul treno all'ultimo istante e si lasciò andare sul sedile. Si guardò attorno nello scompartimento gremito e mise alle orecchie le cuffie per isolarsi: una selezione di Spotify con musica anni '80.
Con un po' di fresco e la stanchezza nelle ossa, si sarebbe addormentato presto e forse l'avrebbe persino fatta franca ai controlli.
"Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero", cantava la voce melodica e gorgheggiante.
Solo che stavolta lo straniero era lui.
------------------------------
Una grassa nuvola candida distrasse Filippo. Con il corpo immobile davanti allo specchio osservò il suo navigare nel cielo. Il pensiero appena completato non lo soddisfece. Il punto non era il cielo di quel turchese estivo, forse lo era di più la cornice della finestra, bianca come quel cumulonembo solitario. Appena si concentrò di nuovo ad annodare la cravatta, una striscia di tessuto grigio perla, lucida come l’acciaio, lo colse una fitta di nostalgia per non si sa ché. Di nuovo, non solo lo sguardo, ma tutta la testa si rivolse verso la finestra. Gli sembró un quadro di proporzioni perfette, i due colori, bianco e azzurro così giusti, senza macchie né striature, erano esattamente come gli ombrelloni a Rimini.
All’improvviso gli parve di sentire la voce che urlava “Coccomammaaaaa!”, la presa sulla paletta che si rafforzava e uno sguardo supplice alla madre che, come al solito, non gli avrebbe comprato nulla, perché il cocco-te-lo-preparo-io-che-in-quel-cesto-ci-sono-batteri-come-squali. Figurarsi gli spiedini di frutta candita che nemmeno si potevano nominare. Per levarsene la voglia si immaginava quei deliziosi chicchi d’uva ricoperti di germi zampettanti incollati allo zucchero croccante.
Quel ricordo attivò tutti i suoi centri nervosi. Iniziò a salivare ricordandosi tutti gli spiedini clandestini che aveva consumato grazie a suo padre, stupendosi ogni volta di non aver preso la peste o la lebbra, a catechismo si mormorava che ci fossero ancora in certi angoli della terra. Allo stesso tempo sentiva sulle labbra i primi baci appiccicosi scambiati all’ombra della pineta, sdraiati su un tappeto di aghi tiepidi che tendevano a pungere senza preavviso. La sua pelle, quella che era ancora davanti allo specchio e che ricopriva le mani ferme in un gesto a mezz’aria, rabbrividiva al ricordo della brezza lieve e profumata di salsedine. Quella brezza che sapeva di estate, gioventù e libertà.
Le orecchie, liberate dall’incantesimo di quel ricordo, gli annunciarono i tacchi della madre in corridoio. Quindi non si soprese quando si spalancò la porta.
Non sussultò.
Nemmeno cambiò posizione.
Aveva la coscienza a posto, era in anticipo di due ore.
“Cosa fai lì imbambolato davanti alla finestra?”
Già cosa stava facendo? Ricordava? Sognava?
Decise che non aveva importanza, non doveva mica giustificarsi perché guardava il panorama.
Abbassò gli occhi sul prato, anche quello di un verde perfetto punteggiato di figurine biancovestite che si rincorrevano fra gli gazebo, bianchi a loro volta. Quelli erano disposti a rettangolo come un esercito consistente alla cui testa si trovava il gazebo generale, quello grande e importante; quello degli sposi.
“Allora Pipino, mi guardi? Mi rispondi? Dammi un segno di vita, per la miseria!” il tono era incalzante.
Con una stretta al cuore Filippo si volse verso la madre.
Ah, come era elegante.
Forse.
Tutta un voile color pastello dal verde ospedale al rosa confetto, senza tralasciare il giallo urina (sarà permesso avere un pensiero così sgarbato?) e l’azzurrino che pareva un insulto a quel cielo intenso e vivo.
“Ciao, mamma, dimmi.” rispose mite e pacato, come era nella sua natura, com’era Filippo in tutto il suo essere.
“Allora, lasciatelo dire, i tuoi consuoceri…”
Sembrò che quella parola riavviasse la realtà. All’improvviso un bussare alla porta della camera accompagnato dal cellulare che squillava in maniera insistente, quasi che la persona all’altro capo del filo (che concetto obsoleto!) avesse il potere, o meglio, il diritto di produrre quei drin più acuti e ravvicinati del solito.
“Avanti!” alla porta, “Pronto!” al telefono, Filippo non perse la compostezza.
“Amore!” la voce si fece strada come un trapano, “Amore, credimi, io alla tua mamma voglio un sacco di bene, ma cambiare il colore dei tovaglioli a due ore dalla cerimonia, perché il color champagne non le si abbina con l’abito e ne pretende di cremisi, che mi pare di essere alla laurea di un medico, è troppo! Troppissimo!”
Fece un sospiro per riordinare le idee e cercare di formulare una risposta diplomatica, mentre teneva d’occhio la suocera che guardava in cagnesco sua madre. Suocera che aveva evitato i colori pastello prediligendo una sinfonia di beige e blu, coronati dal cappello a tesa larga piazzato da abili mani sulla sua acconciatura. Di nuovo Filippo si distrasse dal presente chiedendosi se gli ospiti dietro di lei avrebbero sofferto di torcicollo per vedere gli sposi.
“Tesoro” cercò di temporeggiare Filippo al telefono, sperando di trovare le parole giuste per esprimere la sua indifferenza rispetto al colore dei tovaglioli senza urtare la sensibilità estetica della futura moglie. Era consapevole che si erano scatenate faide famigliari e guerre per molto meno.
La madre come batuffolo di zucchero filato di fianco alla sua filiforme consuocera, attaccò con il suo solito “Pipino, fai qualcosa!”
Ma che cosa?
Era la domanda che Filippo si pose. A parte i tovaglioli, non gli parve che ci fossero altre questioni da dirimere.
Abbassò gli occhi per cercare di fare il punto della situazione. Da quello che vedeva, la situazione era che le sue brogue nere, in morbidissimo vitello inglese erano lucide, allacciate alla perfezione con i fiocchi simmetrici e della stessa dimensione. L’orlo dei pantaloni cadeva senza incertezza incalzato dalla piega dritta e affilata come la spada di un samurai. La giacca era ancora aperta, così la chiuse per darsi un tono.
“Sei sempre il solito, se non ci penso io qui!” disse la madre infilando la porta come un piccolo prussiano.
“Certo che tua madre… dovresti tenerla sotto controllo almeno il giorno delle tue nozze!” aggiunse la suocera indignata, uscendo a sua volta dalla camera di gran carriera.
“Amoreee! Filippo! Ma ci sei!” non voleva tacere quella voce.
“Scusa, ma…” cercó di riprendere Filippo.
I pochi brandelli di pensiero concernenti il colore dei tovaglioli che era riuscito a mettere insieme, furono spazzati via in un battibaleno.
“Capisco che anche tu sia emozionato, ma cerca di essere più reattivo!” nemmeno il tempo di un respiro “Senti, amore, guarda ho capito. Ci penso io. Mi spiace litigare con tua madre il giorno del matrimonio, ma i paletti devono essere messi subito e in maniera chiara. Altrimenti poi che succede? Ci prescrive come vestire i bambini che altrimenti non stanno bene col suo foulard? Non ti preoccupare sarò delicata.”
Il cellulare tacque.
Allo specchio Filippo vide lo sposo, bello, elegante, con la mascella pronunciata il giusto. Raddrizzò le spalle larghe per darsi un tono, cercò di assumere quell’atteggiamento da maschio alfa tanto decantato. Per un momento si immaginò di mischiarsi alle figurine giù sul prato, picchiare il pugno sul tavolo e dichiarare che i tovaglioli sarebbero stati verde pistacchio e guai a chi se ne fosse lamentato. O forse arancione zucca? Quale era il suo colore preferito?
Di nuovo lo sguardo si perse nel cielo. La grassa nuvola ormai aveva attraversato per metà il riquadro della finestra. Proprio in quel momento si ricordò la causa di quella stretta al cuore.
Era il padre che mancava. Quel padre che lui aveva amato disperatamente, il complice delle sue marachelle, quello che giocava a calcio e faceva finta di non vedere quando guardava le ragazzine o bigiava la scuola. Quello che prima di morire gli aveva detto che la vita era come le scarpe.
“Se sono strette, dure, fanno male o ti fanno venire le bolle, non c’è cerotto o calzolaio che tenga, vanno cambiate e basta.”
Ecco il seme che quella nuvola aveva deposto dentro di lui. Nemmeno se ne rese conto Filippo che ancora era perso nei ricordi estivi del sole cocente e dei bagni rinfrescanti, dei rientri a scuola, poi all’università. Dell’odore di asfalto caldo, quando invece di passare l’estate in riviera la passava in città al lavoro. Degli anni passati a lavorare, ad essere troppo preciso, parsimonioso, attento e rispettoso. Ad essere così per bene, che la sua futura moglie gli chiedeva dove nascondesse la passione. Della sua anima ingobbita per ogni volta che si rendeva conto di aver deluso chi aveva davanti, perché lui era bello e di successo, ma di animo timido e delicato. Perché non era capace di fare la voce grossa, nemmeno per scherzo e nemmeno a letto dove gli chiedevano di essere sbattute come i cassetti della credenza. Mentre lui voleva planare lieve come una farfalla nei piaceri del corpo e della mente. Uomo parco e pacato, che trovava il piacere nei dettagli di una tavola apparecchiata bene, di un ricciolo sfuggito, di una pagina commovente.
Allontanandosi dalla finestra, di nuovo osservò le sue belle e morbide scarpe ed iniziò a spogliarsi.
Preciso come quelli che non sanno perché stanno facendo una certa cosa, Filippo, si levó ogni capo e accurato come una vetrinista ricompose tutto sulle grucce. Infine, indossando solo i suoi boxer da luna di miele, neri e aderenti il giusto, depose le scarpe con dentro i calzini ai piedi della sua composizione. Si trovò di fronte uno sposo vuoto, fatto di nulla, che dondolava lieve nelle correnti di aria condizionata. Come ultimo tocco strinse la cravatta, che poco prima aveva annodato, al collo vuoto.
Di nuovo la finestra richiamó il suo sguardo. Ora il cielo era vuoto, una distesa turchese sopra a quel succoso verde. Osservò la madre sventolare i tovaglioli rosso peccato, a cui rispose la suocera con uno sventolio altrettanto vigoroso, ma color champagne. Le due signore si avvicinarono l’un l’altra in maniera pericolosa, ma entrò in scena una figurina con una vestaglietta bianca e i bigodini. Pareva fosse a piedi nudi. Gabriella, la futura moglie di Filippo, strappò di mano i tovaglioli alle due suocere. Agitando un braccio chiamò qualcuno e, dopo un breve conciliabolo, quel qualcuno si allontanò di fretta con entrambe i tovaglioli. Chissà quale magica soluzione aveva trovato? Si sarà imposta e basta?
Testimone in mutande del salvataggio del suo matrimonio, per un momento Filippo percepì in modo completo e profondo il suo essere superfluo in quel quadro.
Con una certa insistenza si fece strada l’idea che avrebbe potuto benissimo allontanarsi. Mancava ancora un’ora e mezza alla cerimonia, aveva tempo in abbondanza.
Di nuovo il telefono.
Rispose.
“Amore, ho risolto tutto. Mettiamo entrambe i tovaglioli piegati assieme. Una cosa chic. Nessuna delle due è soddisfatta, ma pazienza. Tu sei pronto?”
“Si, pronto a tutto.” gli sfuggi proprio quella risposta, come se a torso nudo avesse preso vita un Filippo piú selvaggio, quasi indomito.
“Bene, non balbettare, non arrossire e guarda sempre dritto nell’obiettivo oppure me, che altrimenti le foto vengono uno schifo e non abbiamo niente da far vedere ai nipoti. Ti sei messo quel deodorante della farmacia che altrimenti ti vengono le chiazze alle ascelle?”
“Si.” Una parola pesante come un macigno, quasi un’eco di quella che avrebbe dovuto scandire fra un’ora.
“Bene, aspettami all’altare, sarò bellissima!” e instagrammabile, pensò Filippo con una certa malignità.
Abituato a compiacere, stava allungando la mano verso il deodorante che si era dimenticato. Spalmò la cremina sotto le ascelle perfettamente glabre, come da richiesta della sposa, e si rifiutò di riflettere sulle altre parti del suo corpo orfane dei suoi peli. Considerò che se fosse stato una donna era pronto per andare in spiaggia.
In effetti la spiaggia non era una brutta idea. Per essere maggio il sole scaldava giá l’aria, ma non ci sarebbero stati tutti i vacanzieri, men che meno le famiglie con i bambini vocianti ancora rinchiusi nelle aule scolastiche.
Chi frequentava le spiagge a metà maggio?
Una domanda che meritava una risposta.
Filippo si rivestì con una certa urgenza, questa volta jeans, maglietta e giubbotto, che non si sa mai.
Si infilò i mocassini senza calze e prese la porta.
Sul retro dell’albergo era appena arrivato un ragazzo in bicicletta.
“Me la presti?” chiese al volo “Te la lascio in stazione.”
Non voleva fuggire, solo controllare una cosa.
Ma ad ogni pedalata l’aria gli sembrò più dolce, ricca di promesse e sorprese.
Allo sportello, le spalle dritte come si confà ad un over trenta di successo che sa quello che sta facendo, richiese un biglietto, sola andata, per Rimini.
“È fortunato, signore, sul binario tre fra quattro minuti parte un treno per Verona e lì dopo dieci minuti c’è la coincidenza.”
Filippo, senza bagagli, leggero come un fringuello, si avviò verso il binario, godendosi quel momento di trasgressione pura. Gli parve incredibile essere in un luogo all'insaputa di tutti, nemmeno la sua segretaria avrebbe potuto immaginarlo in una stazioncina. Piuttosto al volante della sua Tesla, cosí politicamente corretta, ecologica e a basso impatto che nemmeno ti disturbava quando ti passava di fianco, tranne quando prendeva fuoco oppure era ora di smaltire le sue efficienti batterie. Si rilassó, non era piú un suo problema, aveva lasciato alle spalle anche quella.
Considerò per un momento di gettare il proprio cellulare per sparire per sempre, come nei polizieschi tanto amati dalla madre, ma aveva pagato il biglietto con il bancomat; quindi, rinunciò all’idea di senza-tracce. Gli bastava essere altrove per un po’.
Pervaso da questa idea di avventura si sentì un uomo nuovo, capace di scelte sorprendenti e forse anche bizzarre.
L’annuncio gracchiante lo fece scattare:il treno era in partenza!
Non poteva perderlo.
Non ora, non questa volta.
Non voleva essere raggiunto dal vecchio Filippo conciliante, quello che si sarebbe preoccupato degli ospiti, della sposa e delle suocere. Mentre accorciava le distanze, si augurava solo che gli invitati apprezzassero l’anatra all’arancia e i vol-au-vent ripieni di vero caviale, già tutto pagato e offerto da lui in persona.
Dopo quella lunga e affannosa corsa, salì sul treno all'ultimo istante e si lasciò andare sul sedile. Si guardò attorno nello scompartimento gremito e mise alle orecchie le cuffie per isolarsi: una selezione di Spotify con musica anni '80.
Con un po' di fresco e la stanchezza nelle ossa, si sarebbe addormentato presto.
"Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero", cantava la voce melodica e gorgheggiante.
Solo che stavolta lo straniero era lui.
Ho cancellato un pezzo di frase dalla traccia, non volevo che Filippo combinasse qualcosa di sconveniente, come fanno di solito i miei personaggi.
Colpo di scena: Dopo quella lunga e affannosa corsa, salì sul treno all'ultimo istante e si lasciò andare sul sedile. Si guardò attorno nello scompartimento gremito e mise alle orecchie le cuffie per isolarsi: una selezione di Spotify con musica anni '80.
Con un po' di fresco e la stanchezza nelle ossa, si sarebbe addormentato presto e forse l'avrebbe persino fatta franca ai controlli.
"Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero", cantava la voce melodica e gorgheggiante.
Solo che stavolta lo straniero era lui.
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Una grassa nuvola candida distrasse Filippo. Con il corpo immobile davanti allo specchio osservò il suo navigare nel cielo. Il pensiero appena completato non lo soddisfece. Il punto non era il cielo di quel turchese estivo, forse lo era di più la cornice della finestra, bianca come quel cumulonembo solitario. Appena si concentrò di nuovo ad annodare la cravatta, una striscia di tessuto grigio perla, lucida come l’acciaio, lo colse una fitta di nostalgia per non si sa ché. Di nuovo, non solo lo sguardo, ma tutta la testa si rivolse verso la finestra. Gli sembró un quadro di proporzioni perfette, i due colori, bianco e azzurro così giusti, senza macchie né striature, erano esattamente come gli ombrelloni a Rimini.
All’improvviso gli parve di sentire la voce che urlava “Coccomammaaaaa!”, la presa sulla paletta che si rafforzava e uno sguardo supplice alla madre che, come al solito, non gli avrebbe comprato nulla, perché il cocco-te-lo-preparo-io-che-in-quel-cesto-ci-sono-batteri-come-squali. Figurarsi gli spiedini di frutta candita che nemmeno si potevano nominare. Per levarsene la voglia si immaginava quei deliziosi chicchi d’uva ricoperti di germi zampettanti incollati allo zucchero croccante.
Quel ricordo attivò tutti i suoi centri nervosi. Iniziò a salivare ricordandosi tutti gli spiedini clandestini che aveva consumato grazie a suo padre, stupendosi ogni volta di non aver preso la peste o la lebbra, a catechismo si mormorava che ci fossero ancora in certi angoli della terra. Allo stesso tempo sentiva sulle labbra i primi baci appiccicosi scambiati all’ombra della pineta, sdraiati su un tappeto di aghi tiepidi che tendevano a pungere senza preavviso. La sua pelle, quella che era ancora davanti allo specchio e che ricopriva le mani ferme in un gesto a mezz’aria, rabbrividiva al ricordo della brezza lieve e profumata di salsedine. Quella brezza che sapeva di estate, gioventù e libertà.
Le orecchie, liberate dall’incantesimo di quel ricordo, gli annunciarono i tacchi della madre in corridoio. Quindi non si soprese quando si spalancò la porta.
Non sussultò.
Nemmeno cambiò posizione.
Aveva la coscienza a posto, era in anticipo di due ore.
“Cosa fai lì imbambolato davanti alla finestra?”
Già cosa stava facendo? Ricordava? Sognava?
Decise che non aveva importanza, non doveva mica giustificarsi perché guardava il panorama.
Abbassò gli occhi sul prato, anche quello di un verde perfetto punteggiato di figurine biancovestite che si rincorrevano fra gli gazebo, bianchi a loro volta. Quelli erano disposti a rettangolo come un esercito consistente alla cui testa si trovava il gazebo generale, quello grande e importante; quello degli sposi.
“Allora Pipino, mi guardi? Mi rispondi? Dammi un segno di vita, per la miseria!” il tono era incalzante.
Con una stretta al cuore Filippo si volse verso la madre.
Ah, come era elegante.
Forse.
Tutta un voile color pastello dal verde ospedale al rosa confetto, senza tralasciare il giallo urina (sarà permesso avere un pensiero così sgarbato?) e l’azzurrino che pareva un insulto a quel cielo intenso e vivo.
“Ciao, mamma, dimmi.” rispose mite e pacato, come era nella sua natura, com’era Filippo in tutto il suo essere.
“Allora, lasciatelo dire, i tuoi consuoceri…”
Sembrò che quella parola riavviasse la realtà. All’improvviso un bussare alla porta della camera accompagnato dal cellulare che squillava in maniera insistente, quasi che la persona all’altro capo del filo (che concetto obsoleto!) avesse il potere, o meglio, il diritto di produrre quei drin più acuti e ravvicinati del solito.
“Avanti!” alla porta, “Pronto!” al telefono, Filippo non perse la compostezza.
“Amore!” la voce si fece strada come un trapano, “Amore, credimi, io alla tua mamma voglio un sacco di bene, ma cambiare il colore dei tovaglioli a due ore dalla cerimonia, perché il color champagne non le si abbina con l’abito e ne pretende di cremisi, che mi pare di essere alla laurea di un medico, è troppo! Troppissimo!”
Fece un sospiro per riordinare le idee e cercare di formulare una risposta diplomatica, mentre teneva d’occhio la suocera che guardava in cagnesco sua madre. Suocera che aveva evitato i colori pastello prediligendo una sinfonia di beige e blu, coronati dal cappello a tesa larga piazzato da abili mani sulla sua acconciatura. Di nuovo Filippo si distrasse dal presente chiedendosi se gli ospiti dietro di lei avrebbero sofferto di torcicollo per vedere gli sposi.
“Tesoro” cercò di temporeggiare Filippo al telefono, sperando di trovare le parole giuste per esprimere la sua indifferenza rispetto al colore dei tovaglioli senza urtare la sensibilità estetica della futura moglie. Era consapevole che si erano scatenate faide famigliari e guerre per molto meno.
La madre come batuffolo di zucchero filato di fianco alla sua filiforme consuocera, attaccò con il suo solito “Pipino, fai qualcosa!”
Ma che cosa?
Era la domanda che Filippo si pose. A parte i tovaglioli, non gli parve che ci fossero altre questioni da dirimere.
Abbassò gli occhi per cercare di fare il punto della situazione. Da quello che vedeva, la situazione era che le sue brogue nere, in morbidissimo vitello inglese erano lucide, allacciate alla perfezione con i fiocchi simmetrici e della stessa dimensione. L’orlo dei pantaloni cadeva senza incertezza incalzato dalla piega dritta e affilata come la spada di un samurai. La giacca era ancora aperta, così la chiuse per darsi un tono.
“Sei sempre il solito, se non ci penso io qui!” disse la madre infilando la porta come un piccolo prussiano.
“Certo che tua madre… dovresti tenerla sotto controllo almeno il giorno delle tue nozze!” aggiunse la suocera indignata, uscendo a sua volta dalla camera di gran carriera.
“Amoreee! Filippo! Ma ci sei!” non voleva tacere quella voce.
“Scusa, ma…” cercó di riprendere Filippo.
I pochi brandelli di pensiero concernenti il colore dei tovaglioli che era riuscito a mettere insieme, furono spazzati via in un battibaleno.
“Capisco che anche tu sia emozionato, ma cerca di essere più reattivo!” nemmeno il tempo di un respiro “Senti, amore, guarda ho capito. Ci penso io. Mi spiace litigare con tua madre il giorno del matrimonio, ma i paletti devono essere messi subito e in maniera chiara. Altrimenti poi che succede? Ci prescrive come vestire i bambini che altrimenti non stanno bene col suo foulard? Non ti preoccupare sarò delicata.”
Il cellulare tacque.
Allo specchio Filippo vide lo sposo, bello, elegante, con la mascella pronunciata il giusto. Raddrizzò le spalle larghe per darsi un tono, cercò di assumere quell’atteggiamento da maschio alfa tanto decantato. Per un momento si immaginò di mischiarsi alle figurine giù sul prato, picchiare il pugno sul tavolo e dichiarare che i tovaglioli sarebbero stati verde pistacchio e guai a chi se ne fosse lamentato. O forse arancione zucca? Quale era il suo colore preferito?
Di nuovo lo sguardo si perse nel cielo. La grassa nuvola ormai aveva attraversato per metà il riquadro della finestra. Proprio in quel momento si ricordò la causa di quella stretta al cuore.
Era il padre che mancava. Quel padre che lui aveva amato disperatamente, il complice delle sue marachelle, quello che giocava a calcio e faceva finta di non vedere quando guardava le ragazzine o bigiava la scuola. Quello che prima di morire gli aveva detto che la vita era come le scarpe.
“Se sono strette, dure, fanno male o ti fanno venire le bolle, non c’è cerotto o calzolaio che tenga, vanno cambiate e basta.”
Ecco il seme che quella nuvola aveva deposto dentro di lui. Nemmeno se ne rese conto Filippo che ancora era perso nei ricordi estivi del sole cocente e dei bagni rinfrescanti, dei rientri a scuola, poi all’università. Dell’odore di asfalto caldo, quando invece di passare l’estate in riviera la passava in città al lavoro. Degli anni passati a lavorare, ad essere troppo preciso, parsimonioso, attento e rispettoso. Ad essere così per bene, che la sua futura moglie gli chiedeva dove nascondesse la passione. Della sua anima ingobbita per ogni volta che si rendeva conto di aver deluso chi aveva davanti, perché lui era bello e di successo, ma di animo timido e delicato. Perché non era capace di fare la voce grossa, nemmeno per scherzo e nemmeno a letto dove gli chiedevano di essere sbattute come i cassetti della credenza. Mentre lui voleva planare lieve come una farfalla nei piaceri del corpo e della mente. Uomo parco e pacato, che trovava il piacere nei dettagli di una tavola apparecchiata bene, di un ricciolo sfuggito, di una pagina commovente.
Allontanandosi dalla finestra, di nuovo osservò le sue belle e morbide scarpe ed iniziò a spogliarsi.
Preciso come quelli che non sanno perché stanno facendo una certa cosa, Filippo, si levó ogni capo e accurato come una vetrinista ricompose tutto sulle grucce. Infine, indossando solo i suoi boxer da luna di miele, neri e aderenti il giusto, depose le scarpe con dentro i calzini ai piedi della sua composizione. Si trovò di fronte uno sposo vuoto, fatto di nulla, che dondolava lieve nelle correnti di aria condizionata. Come ultimo tocco strinse la cravatta, che poco prima aveva annodato, al collo vuoto.
Di nuovo la finestra richiamó il suo sguardo. Ora il cielo era vuoto, una distesa turchese sopra a quel succoso verde. Osservò la madre sventolare i tovaglioli rosso peccato, a cui rispose la suocera con uno sventolio altrettanto vigoroso, ma color champagne. Le due signore si avvicinarono l’un l’altra in maniera pericolosa, ma entrò in scena una figurina con una vestaglietta bianca e i bigodini. Pareva fosse a piedi nudi. Gabriella, la futura moglie di Filippo, strappò di mano i tovaglioli alle due suocere. Agitando un braccio chiamò qualcuno e, dopo un breve conciliabolo, quel qualcuno si allontanò di fretta con entrambe i tovaglioli. Chissà quale magica soluzione aveva trovato? Si sarà imposta e basta?
Testimone in mutande del salvataggio del suo matrimonio, per un momento Filippo percepì in modo completo e profondo il suo essere superfluo in quel quadro.
Con una certa insistenza si fece strada l’idea che avrebbe potuto benissimo allontanarsi. Mancava ancora un’ora e mezza alla cerimonia, aveva tempo in abbondanza.
Di nuovo il telefono.
Rispose.
“Amore, ho risolto tutto. Mettiamo entrambe i tovaglioli piegati assieme. Una cosa chic. Nessuna delle due è soddisfatta, ma pazienza. Tu sei pronto?”
“Si, pronto a tutto.” gli sfuggi proprio quella risposta, come se a torso nudo avesse preso vita un Filippo piú selvaggio, quasi indomito.
“Bene, non balbettare, non arrossire e guarda sempre dritto nell’obiettivo oppure me, che altrimenti le foto vengono uno schifo e non abbiamo niente da far vedere ai nipoti. Ti sei messo quel deodorante della farmacia che altrimenti ti vengono le chiazze alle ascelle?”
“Si.” Una parola pesante come un macigno, quasi un’eco di quella che avrebbe dovuto scandire fra un’ora.
“Bene, aspettami all’altare, sarò bellissima!” e instagrammabile, pensò Filippo con una certa malignità.
Abituato a compiacere, stava allungando la mano verso il deodorante che si era dimenticato. Spalmò la cremina sotto le ascelle perfettamente glabre, come da richiesta della sposa, e si rifiutò di riflettere sulle altre parti del suo corpo orfane dei suoi peli. Considerò che se fosse stato una donna era pronto per andare in spiaggia.
In effetti la spiaggia non era una brutta idea. Per essere maggio il sole scaldava giá l’aria, ma non ci sarebbero stati tutti i vacanzieri, men che meno le famiglie con i bambini vocianti ancora rinchiusi nelle aule scolastiche.
Chi frequentava le spiagge a metà maggio?
Una domanda che meritava una risposta.
Filippo si rivestì con una certa urgenza, questa volta jeans, maglietta e giubbotto, che non si sa mai.
Si infilò i mocassini senza calze e prese la porta.
Sul retro dell’albergo era appena arrivato un ragazzo in bicicletta.
“Me la presti?” chiese al volo “Te la lascio in stazione.”
Non voleva fuggire, solo controllare una cosa.
Ma ad ogni pedalata l’aria gli sembrò più dolce, ricca di promesse e sorprese.
Allo sportello, le spalle dritte come si confà ad un over trenta di successo che sa quello che sta facendo, richiese un biglietto, sola andata, per Rimini.
“È fortunato, signore, sul binario tre fra quattro minuti parte un treno per Verona e lì dopo dieci minuti c’è la coincidenza.”
Filippo, senza bagagli, leggero come un fringuello, si avviò verso il binario, godendosi quel momento di trasgressione pura. Gli parve incredibile essere in un luogo all'insaputa di tutti, nemmeno la sua segretaria avrebbe potuto immaginarlo in una stazioncina. Piuttosto al volante della sua Tesla, cosí politicamente corretta, ecologica e a basso impatto che nemmeno ti disturbava quando ti passava di fianco, tranne quando prendeva fuoco oppure era ora di smaltire le sue efficienti batterie. Si rilassó, non era piú un suo problema, aveva lasciato alle spalle anche quella.
Considerò per un momento di gettare il proprio cellulare per sparire per sempre, come nei polizieschi tanto amati dalla madre, ma aveva pagato il biglietto con il bancomat; quindi, rinunciò all’idea di senza-tracce. Gli bastava essere altrove per un po’.
Pervaso da questa idea di avventura si sentì un uomo nuovo, capace di scelte sorprendenti e forse anche bizzarre.
L’annuncio gracchiante lo fece scattare:il treno era in partenza!
Non poteva perderlo.
Non ora, non questa volta.
Non voleva essere raggiunto dal vecchio Filippo conciliante, quello che si sarebbe preoccupato degli ospiti, della sposa e delle suocere. Mentre accorciava le distanze, si augurava solo che gli invitati apprezzassero l’anatra all’arancia e i vol-au-vent ripieni di vero caviale, già tutto pagato e offerto da lui in persona.
Dopo quella lunga e affannosa corsa, salì sul treno all'ultimo istante e si lasciò andare sul sedile. Si guardò attorno nello scompartimento gremito e mise alle orecchie le cuffie per isolarsi: una selezione di Spotify con musica anni '80.
Con un po' di fresco e la stanchezza nelle ossa, si sarebbe addormentato presto.
"Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero", cantava la voce melodica e gorgheggiante.
Solo che stavolta lo straniero era lui.
Confessione
Ho cancellato un pezzo di frase dalla traccia, non volevo che Filippo combinasse qualcosa di sconveniente, come fanno di solito i miei personaggi.