[CE2026] Notti in bianco
Posted: Fri Aug 28, 2026 12:18 pm
Traccia numero 13
Colpo di scena: Era proprio lui, lì davanti a lei. Dopo tutti quegli anni, era tornato. Ma ora come avrebbe potuto giustificare le bugie di una vita?
“Anna — sai che è appena passata la mezzanotte? È oggi ormai."
Lei staccò il cellulare dall’orecchio e, nella stanza buia, guardò l’ora sullo schermo.
Due minuti dopo le ventiquattro.
“Non ci posso ancora credere,” gli sussurrò.
Dall’altra parte lui sospirò. “Nemmeno io. Poi non sopporto sta cosa che il giorno prima non si debba vedere la sposa.” Insieme scoppiarono in una risata.
“Io l’ho sempre trovata una bella tradizione, sai Claudio?” lo canzonò.
“Ok, ok. Dai,” ammise lui, “non cominciamo a litigare proprio poche ore prima di sposarci.”
“Non ho tirato fuori io l’argomento.” Rise.
“Mi manchi però. Non sai nemmeno quanto.”
“Anche tu. Manca poco,” gli rispose.
Claudio rimase in silenzio.
“Hai combinato con mio padre? Ci sarà?” gli chiese lei, cambiando argomento.
“Tutto a posto, amore, non ti devi preoccupare.”
“Meglio che cerchiamo di dormire, allora. Buonanotte. Non vedo proprio l'ora. Un bacione. Vedrai che bello il mio vestito,” aggiunse, ridendo di nuovo. Le piaceva prenderlo un po’ in giro.
“Ne sono certo. Ti amo. Buonanotte.”
Anna posò il cellulare sul comodino, ma non lo spense. Poteva sempre capitare qualcosa durante la notte. E poi, pensò, non sarebbe certo riuscita a dormire; piuttosto avrebbe passato quelle ore a controllare che non si fossero scordati nulla.
I fiori? Ah sì, a quello avevano pensato i suoceri. Tutto confermato.
E il prete era stato avvisato che avevano cambiato l’orario? Trattenne il respiro; non si ricordava di averlo fatto.
Ah sì, certo: gli aveva telefonato di persona. Meglio dirlo una volta in più, che una in meno. E il fotografo? Era stato sostituito all’ultimo momento, visto che si era ammalato. Aveva parlato con la sostituta, una ragazza giovane, magari sarebbe stata più brava del titolare.
Si rigirò nel letto scomodo dell’albergo, con la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Forse gli anelli? Sua suocera si era occupata del cuscino con sua mamma. E c’erano anche i paggetti per portarli all’altare. Di sicuro l’avrebbero avvisata se si fossero ammalati. Quindi era tutto confermato.
La macchina sarebbe passata a prenderla in albergo alle undici in punto, mentre già alle otto avrebbe dovuto incontrarsi nella hall con la parrucchiera. Tra quello e il trucco aveva calcolato almeno tre ore. Significava che la colazione avrebbe dovuto farla prima, di fretta. Ce la poteva fare. Come al solito c’era poco tempo per fare tutto.
Ma sì dai, si disse. Era tutto pronto. Si erano tutti dati da fare per lei.
Anna si girò sulla pancia. Mancava solo una cosa: la più importante.
Suo padre in chiesa, per accompagnarla all’altare. Ma non Guido: l’altro.
L’aveva chiesto a mamma quel pomeriggio, ma non le aveva risposto subito. L’aveva guardata con quel suo sorriso triste, le fossette appena accennate.
“Ma perché vuoi fare questo a Guido? Vuoi proprio spezzargli il cuore?”
“Mamma, sai che voglio che sia mio padre biologico a portarmi all’altare. E non è Guido.”
“Anna, sai che non sono d’accordo.”
Le fossette si erano approfondite in una smorfia di delusione.
“Non capisco cos’abbia fatto per meritarsi questo. Sei arrabbiata perché avrebbe dovuto dirtelo prima, vero?” l’aveva incalzata.
Anna aveva chiuso i pugni e si era conficcata le unghie nei palmi. Gliel’aveva fatto ammettere dopo che qualcosa non le era più tornato nei risultati delle analisi.
“Deve essere contento di essere stato invitato lo stesso al matrimonio.”
“Se è per quello anch’io ti ho mentito, ” aveva replicato sua mamma.
“Mai più bugie. Lo sai,” le aveva risposto.
Sua mamma l’aveva guardata seria, il volto pallido e la bocca serrata su parole che non voleva più dire.
“Come vuoi, allora.” Alla fine si era arresa, distogliendo lo sguardo.
Ora lei, in quel letto, assaporava il momento in cui sarebbe entrata in chiesa e ci avrebbe trovato suo padre. Anche per questo non riusciva a dormire.
Alle undici in punto, vestita di tutto punto e con le borse sotto gli occhi nascoste dal trucco, guardò la macchina imboccare il piazzale davanti all’albergo e tirò un sospiro di sollievo. Mezz’ora dopo era in piedi sotto la scalinata della chiesa. Il lungo strascico disteso dietro di lei. Si comincia, pensò, accomodandosi il velo per non inciampare. La cerimonia avrebbe dovuto essere alle undici in punto: ci stava quella mezz’ora di ritardo. Tutto come da programma. Gli sguardi erano su di lei. Naturale. Gli ultimi parenti e amici la seguivano, mentre gli altri erano già dentro ad aspettarla. Varcò la soglia e le ci volle un istante di troppo per abituare gli occhi alla penombra.
Era proprio lui, lì davanti a lei. Dopo tutti quegli anni, era tornato.
Ma ora come avrebbe potuto giustificare le bugie di una vita?
L’ultimo pensiero schizzò e galleggiò sul mare di tutti gli altri, togliendole subito il fiato. Qualcosa non andava. Guardò meglio chi aveva davanti e capì il perché.
Guido la stava aspettando appena oltre il portone, pronto a prenderla sottobraccio.
Mentre aspettava, parlava fitto fitto con Claudio. Sua mamma, appena dietro, li ascoltava. Si girarono tutti e tre verso di lei nello stesso momento: un sorriso imbarazzato e due sguardi pieni di speranza. In sottofondo l’organo attaccò le prime note della marcia.
Dov’era suo padre? Non c’era nessun altro ad aspettarla, a parte Guido.
Anna girò loro le spalle e corse via. Giù dalle scale, dentro la macchina. Ignorò qualcuno che la stava chiamando e forse le stava correndo dietro. Claudio? Non si fermò. Chiuse la portiera e vi incastrò fuori buona parte dello strascico. Non importava.
“Portami di nuovo in albergo, subito,” urlò all’autista. Quello sobbalzò, sorpreso, e ripartì con un fischio delle gomme. Non dissero una sola parola durante il viaggio. Anna non cercava nemmeno di guardare fuori dal finestrino.
L’avevano tradita tutti per l’ultima volta. Anche Claudio. Da lui no, non se lo sarebbe mai aspettato. Non dopo tutto il tempo che le ci era voluto per avere fiducia in lui. E ora questo. Avrebbe pianto di rabbia se avesse potuto, ma si rifiutava di andare in pezzi. Che si arrangiassero tutti quanti senza di lei.
Quando arrivarono all’albergo non se ne accorse subito. L’autista l’aiutò a scendere e le portò la piccola valigia con il cambio d’abito fino a dentro la hall. Poi scappò via.
Lei rimase là da sola. Lo strascico candido del vestito segnato a metà. Non era reale.
Fu solo quando la porta della stanza le si chiuse dietro che sentì le emozioni sciogliersi sul trucco pesante. Allora si raggomitolò sul letto. Tutti quei preparativi, tutte le preoccupazioni solo per tornare là dentro con un vestito sgualcito. Tutto per niente.
Come avevano potuto solo pensare che fosse Guido a portarla all’altare?
Nel frattempo il cellulare stava suonando in fondo alla valigia. Non ci badò. Poteva essere Claudio che provava a parlarle, o magari sua mamma, convinta che avrebbe potuto convincerla a tornare in chiesa. Si sbagliavano tutti.
Pian piano le chiamate cessarono.
Con il passare delle ore la luce si affievolì. Quanto tempo aveva passato così, ferma sul letto?
Eppure non aveva fame o sonno, neppure voglia di vedere qualcuno di loro. C’era solo un nodo alla gola, giù fino al cuore. Non sapeva come, ma lo sentiva bene: era là, fermo. Non osava respirare troppo forte: aveva paura che le potesse lacerare il petto. Alla fine si alzò e recuperò quel maledetto cellulare.
Per prima cosa tolse la suoneria: appena in tempo. Qualcuno la stava chiamando in quel momento. Claudio. Lasciò che partisse la segreteria.
Dopo controllò le liste: l’aveva già chiamata tante volte, senza mai lasciare un messaggio. Sua mamma invece aveva provato a lasciarne alcuni. Lei li cancellò tutti: non voleva ascoltarla.
Scorse il dito sulle altre chiamate perse: in mezzo c’era un solo numero che non conosceva. E un messaggio. Poteva essere sua madre che aveva usato un altro numero? Improbabile. Anna fece partire l’audio.
“Ciao Anna, tu non mi conosci, sono tuo padre.”
Non aveva mai sentito quella voce. Strinse la mano sul cellulare per non farlo cadere a terra. Dall’altra parte, chiunque fosse, emise un respiro pesante.
“Tua mamma mi ha spiegato cos’è successo oggi,” continuò l’uomo, “e mi ha costretto a telefonarti. Io non sarei mai venuto in chiesa. Per questo è venuto Guido al mio posto. Per piacere, una volta ascoltato questo messaggio cancella pure il mio numero e non contattarmi. Non voglio fare parte della tua vita. È meglio così per tutti, credimi. Addio.”
Anna fece ripartire la registrazione dall’inizio. Ancora. E ancora. C’era un tono strano in quella voce: era diretta, senza alcun rimpianto. Distaccata. Quello era proprio suo padre, quello vero. Non una bugia: la verità.
Quando si stancò pensò all’espressione di Guido in chiesa. A come per un istante Claudio e sua mamma l’avessero guardata. Aveva capito subito che erano sicuri di farle accettare quello che volevano loro. Eppure suo padre non era venuto in chiesa, mentre Guido era là. Per lei.
Prese in mano il cellulare che aveva abbandonato sul letto e guardò di nuovo la rubrica. Rimase a lungo con le dita sopra il tasto della chiamata, senza sfiorarlo. Chi avrebbe dovuto chiamare per primo? Prese a cercare tra i nomi salvati: Guido, sua mamma, Claudio. Soprattutto Claudio. Quanta fiducia avrebbero dovuto avere per perdonarla?
Ma prima di tutto, all’inizio di quella nuova notte in bianco, cancellò il messaggio dal numero sconosciuto.
Colpo di scena: Era proprio lui, lì davanti a lei. Dopo tutti quegli anni, era tornato. Ma ora come avrebbe potuto giustificare le bugie di una vita?
“Anna — sai che è appena passata la mezzanotte? È oggi ormai."
Lei staccò il cellulare dall’orecchio e, nella stanza buia, guardò l’ora sullo schermo.
Due minuti dopo le ventiquattro.
“Non ci posso ancora credere,” gli sussurrò.
Dall’altra parte lui sospirò. “Nemmeno io. Poi non sopporto sta cosa che il giorno prima non si debba vedere la sposa.” Insieme scoppiarono in una risata.
“Io l’ho sempre trovata una bella tradizione, sai Claudio?” lo canzonò.
“Ok, ok. Dai,” ammise lui, “non cominciamo a litigare proprio poche ore prima di sposarci.”
“Non ho tirato fuori io l’argomento.” Rise.
“Mi manchi però. Non sai nemmeno quanto.”
“Anche tu. Manca poco,” gli rispose.
Claudio rimase in silenzio.
“Hai combinato con mio padre? Ci sarà?” gli chiese lei, cambiando argomento.
“Tutto a posto, amore, non ti devi preoccupare.”
“Meglio che cerchiamo di dormire, allora. Buonanotte. Non vedo proprio l'ora. Un bacione. Vedrai che bello il mio vestito,” aggiunse, ridendo di nuovo. Le piaceva prenderlo un po’ in giro.
“Ne sono certo. Ti amo. Buonanotte.”
Anna posò il cellulare sul comodino, ma non lo spense. Poteva sempre capitare qualcosa durante la notte. E poi, pensò, non sarebbe certo riuscita a dormire; piuttosto avrebbe passato quelle ore a controllare che non si fossero scordati nulla.
I fiori? Ah sì, a quello avevano pensato i suoceri. Tutto confermato.
E il prete era stato avvisato che avevano cambiato l’orario? Trattenne il respiro; non si ricordava di averlo fatto.
Ah sì, certo: gli aveva telefonato di persona. Meglio dirlo una volta in più, che una in meno. E il fotografo? Era stato sostituito all’ultimo momento, visto che si era ammalato. Aveva parlato con la sostituta, una ragazza giovane, magari sarebbe stata più brava del titolare.
Si rigirò nel letto scomodo dell’albergo, con la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Forse gli anelli? Sua suocera si era occupata del cuscino con sua mamma. E c’erano anche i paggetti per portarli all’altare. Di sicuro l’avrebbero avvisata se si fossero ammalati. Quindi era tutto confermato.
La macchina sarebbe passata a prenderla in albergo alle undici in punto, mentre già alle otto avrebbe dovuto incontrarsi nella hall con la parrucchiera. Tra quello e il trucco aveva calcolato almeno tre ore. Significava che la colazione avrebbe dovuto farla prima, di fretta. Ce la poteva fare. Come al solito c’era poco tempo per fare tutto.
Ma sì dai, si disse. Era tutto pronto. Si erano tutti dati da fare per lei.
Anna si girò sulla pancia. Mancava solo una cosa: la più importante.
Suo padre in chiesa, per accompagnarla all’altare. Ma non Guido: l’altro.
L’aveva chiesto a mamma quel pomeriggio, ma non le aveva risposto subito. L’aveva guardata con quel suo sorriso triste, le fossette appena accennate.
“Ma perché vuoi fare questo a Guido? Vuoi proprio spezzargli il cuore?”
“Mamma, sai che voglio che sia mio padre biologico a portarmi all’altare. E non è Guido.”
“Anna, sai che non sono d’accordo.”
Le fossette si erano approfondite in una smorfia di delusione.
“Non capisco cos’abbia fatto per meritarsi questo. Sei arrabbiata perché avrebbe dovuto dirtelo prima, vero?” l’aveva incalzata.
Anna aveva chiuso i pugni e si era conficcata le unghie nei palmi. Gliel’aveva fatto ammettere dopo che qualcosa non le era più tornato nei risultati delle analisi.
“Deve essere contento di essere stato invitato lo stesso al matrimonio.”
“Se è per quello anch’io ti ho mentito, ” aveva replicato sua mamma.
“Mai più bugie. Lo sai,” le aveva risposto.
Sua mamma l’aveva guardata seria, il volto pallido e la bocca serrata su parole che non voleva più dire.
“Come vuoi, allora.” Alla fine si era arresa, distogliendo lo sguardo.
Ora lei, in quel letto, assaporava il momento in cui sarebbe entrata in chiesa e ci avrebbe trovato suo padre. Anche per questo non riusciva a dormire.
Alle undici in punto, vestita di tutto punto e con le borse sotto gli occhi nascoste dal trucco, guardò la macchina imboccare il piazzale davanti all’albergo e tirò un sospiro di sollievo. Mezz’ora dopo era in piedi sotto la scalinata della chiesa. Il lungo strascico disteso dietro di lei. Si comincia, pensò, accomodandosi il velo per non inciampare. La cerimonia avrebbe dovuto essere alle undici in punto: ci stava quella mezz’ora di ritardo. Tutto come da programma. Gli sguardi erano su di lei. Naturale. Gli ultimi parenti e amici la seguivano, mentre gli altri erano già dentro ad aspettarla. Varcò la soglia e le ci volle un istante di troppo per abituare gli occhi alla penombra.
Era proprio lui, lì davanti a lei. Dopo tutti quegli anni, era tornato.
Ma ora come avrebbe potuto giustificare le bugie di una vita?
L’ultimo pensiero schizzò e galleggiò sul mare di tutti gli altri, togliendole subito il fiato. Qualcosa non andava. Guardò meglio chi aveva davanti e capì il perché.
Guido la stava aspettando appena oltre il portone, pronto a prenderla sottobraccio.
Mentre aspettava, parlava fitto fitto con Claudio. Sua mamma, appena dietro, li ascoltava. Si girarono tutti e tre verso di lei nello stesso momento: un sorriso imbarazzato e due sguardi pieni di speranza. In sottofondo l’organo attaccò le prime note della marcia.
Dov’era suo padre? Non c’era nessun altro ad aspettarla, a parte Guido.
Anna girò loro le spalle e corse via. Giù dalle scale, dentro la macchina. Ignorò qualcuno che la stava chiamando e forse le stava correndo dietro. Claudio? Non si fermò. Chiuse la portiera e vi incastrò fuori buona parte dello strascico. Non importava.
“Portami di nuovo in albergo, subito,” urlò all’autista. Quello sobbalzò, sorpreso, e ripartì con un fischio delle gomme. Non dissero una sola parola durante il viaggio. Anna non cercava nemmeno di guardare fuori dal finestrino.
L’avevano tradita tutti per l’ultima volta. Anche Claudio. Da lui no, non se lo sarebbe mai aspettato. Non dopo tutto il tempo che le ci era voluto per avere fiducia in lui. E ora questo. Avrebbe pianto di rabbia se avesse potuto, ma si rifiutava di andare in pezzi. Che si arrangiassero tutti quanti senza di lei.
Quando arrivarono all’albergo non se ne accorse subito. L’autista l’aiutò a scendere e le portò la piccola valigia con il cambio d’abito fino a dentro la hall. Poi scappò via.
Lei rimase là da sola. Lo strascico candido del vestito segnato a metà. Non era reale.
Fu solo quando la porta della stanza le si chiuse dietro che sentì le emozioni sciogliersi sul trucco pesante. Allora si raggomitolò sul letto. Tutti quei preparativi, tutte le preoccupazioni solo per tornare là dentro con un vestito sgualcito. Tutto per niente.
Come avevano potuto solo pensare che fosse Guido a portarla all’altare?
Nel frattempo il cellulare stava suonando in fondo alla valigia. Non ci badò. Poteva essere Claudio che provava a parlarle, o magari sua mamma, convinta che avrebbe potuto convincerla a tornare in chiesa. Si sbagliavano tutti.
Pian piano le chiamate cessarono.
Con il passare delle ore la luce si affievolì. Quanto tempo aveva passato così, ferma sul letto?
Eppure non aveva fame o sonno, neppure voglia di vedere qualcuno di loro. C’era solo un nodo alla gola, giù fino al cuore. Non sapeva come, ma lo sentiva bene: era là, fermo. Non osava respirare troppo forte: aveva paura che le potesse lacerare il petto. Alla fine si alzò e recuperò quel maledetto cellulare.
Per prima cosa tolse la suoneria: appena in tempo. Qualcuno la stava chiamando in quel momento. Claudio. Lasciò che partisse la segreteria.
Dopo controllò le liste: l’aveva già chiamata tante volte, senza mai lasciare un messaggio. Sua mamma invece aveva provato a lasciarne alcuni. Lei li cancellò tutti: non voleva ascoltarla.
Scorse il dito sulle altre chiamate perse: in mezzo c’era un solo numero che non conosceva. E un messaggio. Poteva essere sua madre che aveva usato un altro numero? Improbabile. Anna fece partire l’audio.
“Ciao Anna, tu non mi conosci, sono tuo padre.”
Non aveva mai sentito quella voce. Strinse la mano sul cellulare per non farlo cadere a terra. Dall’altra parte, chiunque fosse, emise un respiro pesante.
“Tua mamma mi ha spiegato cos’è successo oggi,” continuò l’uomo, “e mi ha costretto a telefonarti. Io non sarei mai venuto in chiesa. Per questo è venuto Guido al mio posto. Per piacere, una volta ascoltato questo messaggio cancella pure il mio numero e non contattarmi. Non voglio fare parte della tua vita. È meglio così per tutti, credimi. Addio.”
Anna fece ripartire la registrazione dall’inizio. Ancora. E ancora. C’era un tono strano in quella voce: era diretta, senza alcun rimpianto. Distaccata. Quello era proprio suo padre, quello vero. Non una bugia: la verità.
Quando si stancò pensò all’espressione di Guido in chiesa. A come per un istante Claudio e sua mamma l’avessero guardata. Aveva capito subito che erano sicuri di farle accettare quello che volevano loro. Eppure suo padre non era venuto in chiesa, mentre Guido era là. Per lei.
Prese in mano il cellulare che aveva abbandonato sul letto e guardò di nuovo la rubrica. Rimase a lungo con le dita sopra il tasto della chiamata, senza sfiorarlo. Chi avrebbe dovuto chiamare per primo? Prese a cercare tra i nomi salvati: Guido, sua mamma, Claudio. Soprattutto Claudio. Quanta fiducia avrebbero dovuto avere per perdonarla?
Ma prima di tutto, all’inizio di quella nuova notte in bianco, cancellò il messaggio dal numero sconosciuto.