[CDP2026] Il ballo dell'amore perduto
Posted: Tue Apr 07, 2026 10:28 pm
Uovo numero 5, epilogo.
[CDP 2026] Il ballo dell'amore perduto
Matej odiava l’umanità, e ovviamente il sentimento era reciproco. Non era un vezzo da snob. Era una constatazione. Come dire che la pioggia cade.
Aveva provato a voler bene agli uomini, ma ogni volta gli era rimasto un pugno di sabbia nel cuore e qualche debito in più.
Lavorava in una biblioteca che nessuno frequentava, un edificio antico tra colonne soffocate di rampicanti. Finestre dai vetri martellati lasciavano entrare una luce stanca.
Catalogava libri che nessuno avrebbe mai letto, solitario come chi ordina i resti di una civiltà già dimenticata. Le giornate si srotolavano tutte uguali, pagine bianche che riempiva con le parole degli altri. Vite tra le sue mani, un mondo parallelo di voci che non chiedevano risposta.
Aveva letto qualunque cosa. Romanzi dimenticati, trattati di teologia, manuali di botanica, fisica, lingue morte. Aveva attraversato guerre senza sparare un colpo, amato donne senza toccarle, creduto in dei che non erano i suoi. Ogni libro gli aveva lasciato qualcosa: un pensiero, un dubbio, una crepa. Non era una saggezza ordinata, ma un accumulo confuso, polvere negli angoli della mente. Col tempo, quella polvere cominciò a disegnare figure, connessioni, domande più grandi.
Mentre fuori il mondo continuava a ignorarlo, Matej imparava. Imparava che ogni verità è fragile, che ogni fede è un tentativo, che ogni uomo chiama Dio con un nome diverso per non sentirsi solo. E più leggeva, più gli sembrava che tutte quelle parole — così diverse, così lontane — stessero cercando di dire la stessa cosa, senza però mai riuscirci.
Era diventato, suo malgrado, un uomo colto. Non nel modo elegante dei professori o dei salotti, ma in quello ruvido, scavando da solo. Sapeva cose inutili e fondamentali insieme. Eppure, nonostante tutto questo sapere, non aveva trovato una risposta che bastasse. La conoscenza non lo aveva salvato, né gli aveva insegnato a essere felice. Gli aveva dato soltanto parole più precise per nominare il vuoto, pensieri più articolati per giustificare la sua solitudine.
I libri, almeno, non lo tradivano. Non ridevano. Non mentivano.
Non andavano via.
Suzanne arrivò in un pomeriggio immobile di metà inverno. Entrò con il passo incerto ma deciso di chi ha dimenticato qualcosa ma non sa cosa. Matej se ne accorse quando attraversò la prima lama di luce obliqua che tagliava in due il corridoio.
Quando le si presentò davanti sollevò appena lo sguardo, concedendole un sorriso arido, camuffato sulla bocca ma non negli occhi. Sembrava una mezza matta, con i capelli folti e scuri raccolti in alto, trattenuti da una sciarpa di seta dai colori accesi. Poteva avere venticinque anni, forse trenta, ma in lei traspariva qualcosa di incompiuto.
Vestiva in modo eccentrico, stracci e piume che parevano recuperati dalle bancarelle al mercato dell’usato. Eppure, addosso a lei, tutto trovava un ordine segreto, uno stile che non apparteneva alla moda ma a qualcosa di più ostinato e personale.
– Cerco un libro – gli si rivolse senza nemmeno salutare, la voce luminosa che tradiva l’origine francofona.
– È una biblioteca. È un buon inizio.
Lei non sorrise subito, guardandolo con frenata impazienza.
– Non uno qualsiasi. Balletto russo – aggiunse, e gli allungò un bigliettino sgualcito.
L’accento francese le smussava le parole rendendole più lente e dense. Non era una voce sicura, tratteneva qualcosa di intimo, ma su Matej ebbe un effetto ipnotico.
Prese il bigliettino, lo lesse ed espresse il proprio tacito disappunto scuotendo lievemente la testa. Poi sgranò gli occhi, come colto da una folgorazione improvvisa. Si alzò e sparì tra gli scaffali. Riapparve dopo dieci minuti con un volume sottobraccio, la copertina scolorita e le pagine ispessite dal tempo.
– È questo – certificò con sicurezza.
La ragazza inclinò la testa verso il tomo e lo scrutò dubbiosa. Lo aprì, e alla prima illustrazione lo ruotò di centottanta gradi.
– Ma è in cirillico… – si lamentò imbronciando le labbra come una bambina.
Matej girò attorno al tavolo e si sedette di fianco a lei. Sfogliò qualche pagina, e senza aggiungere altro iniziò a tradurre ad alta voce, ruvido ma preciso. Le parole scorrevano come acqua torbida da un tubo di piombo spaccato.
La sorpresa le si disegnò sul viso.
– Vengo dall’est – le rivelò. – Storia lunga – tagliò corto, osservando l’espressione sbalordita con la quale lei decideva se credergli o meno.
Quel giorno la ragazza restò fino alla chiusura. Tornò quello successivo, e poi quelli dopo ancora. Si sedeva sempre allo stesso tavolo, posava il libro e aspettava. Quando lui le si avvicinava, a volte lo guardava con aria stralunata, come se cercasse nel suo volto una risposta che lui non sapeva dare; altre volte lo sguardo semplicemente se ne andava, perso in qualcosa che non era il mondo. Quando tornava, lo fissava con occhi scialbi e immobili, come se stesse cercando di capire se lui fosse reale o solo un’altra delle sue visioni.
– Come ti chiami? – le chiese finalmente dopo una settimana.
Lei glielo disse e rise. Una risata improvvisa, limpida, un vento caldo che gli sbrinò il cuore.
Dopo due settimane, le disse anche il proprio nome.
Col passare dei giorni, la biblioteca cambiò. La luce sembrava meno stanca, le ore meno ostili.
Matej si innamorò senza accorgersene. O forse se ne accorse subito, ma fece finta di niente. Era un amore che non chiedeva nulla. Di quelli che non si confessano nemmeno a sé stessi, perché già si sa che non possono esistere.
Un pomeriggio, mentre traduceva un passaggio complicato, lei lo interruppe.
– Tu credi in Dio? – gli chiese dal nulla.
Matej alzò lo sguardo. Bastava una sua domanda per farlo sentire come un cieco che si muove tra spazzatura e fiori.
– Sì – rispose semplicemente. Aveva un mondo nel cuore e non riusciva ad esprimerlo con le parole.
Suzanne lo fissò con una luce impenetrabile.
– Ma il tuo è diverso dal mio – stabilì lei, agitando l’indice davanti al suo naso.
Matej corrugò la fronte.
– Diverso come? Dio è uno.
Una frase sembrò formarsi sulle labbra socchiuse, ma non uscì alcun suono.
– Il tuo è nei libri – riprese Suzanne. – Nelle cose che sai.
– E il tuo?
Gli prese la mano e la posò sul proprio petto.
– Qui.
Matej sentì il battito, irregolare ma ostinato. Il desiderio gli corse sulle dita, che si ritrassero come scottate.
Suzanne lo guardò con occhi spenti, e se ne andò.
Da quel giorno smise di venire, lasciando Matej incastrato nei cocci dell’incomprensione.
Si buttò a capofitto nello studio. Voleva capire, Dio non poteva ridursi a un battito, a un corpo, a una presenza.
Testi sacri, lingue morte, teologia, filosofia. Giorni e notti si confusero. Ogni libro apriva una crepa nuova, ogni riga letta finiva solo con l’allargare il vuoto lasciato da quell’amore impossibile.
Dormiva poco, mangiava meno, annotava, confrontava. Ma non riusciva a capire perché l’amore non si creasse, perché Dio avesse tanti nomi. Vagava per i corridoi come un folle sconsolato, pronunciando frasi indistinte, alzando le spalle e allargando le braccia.
Le settimane divennero mesi che divennero anni.
Poi un pomeriggio, senza preavviso, lei ricomparve.
– Ho imparato tutti i passi del balletto. Ti va di provarli insieme? – chiese porgendogli la mano, come se l’avessero concordato la sera prima.
Matej esitò.
– Non posso. Sto studiando – rifiutò abbassando lo sguardo sul voluminoso tomo aperto davanti a sé.
– E cosa stai studiando di tanto importante? – insistette, continuando a far vibrare le dita tese.
– Imparo l’enciclopedia a memoria.
Suzanne scoppiò a ridere, limpida, contagiosa.
– E a che punto sei arrivato?
Matej fece scorrere il dito lungo le righe.
– Allora, vediamo: “Maiale: mammifero artiodattilo suide…”
– Matej…
– “Majakovskij: poeta, drammaturgo e pittore russo…”
– Matej…
– “Malfatto…”
Lei lo troncò con un altro sorriso, il più bello che avesse mai ricevuto.
– Matto.
Matej fece un passo avanti e, finalmente, le strinse la mano.
Ballò, per la prima volta in vita sua.
Il corpo di Suzanne oscillava tra la grazia e la follia, e lui seguiva quel movimento con tutto sé stesso. In quel contatto incerto, qualcosa dentro di lui si spezzò e si ricompose.
E tutto quel sapere trovò ordine.
“Io sono il signore tuo Dio, non avrai altro Dio fuori di me.”
E dunque, dopo tanto cercare, forse l'aveva capito. Del resto, anche la sua etimologia lo diceva: Deus, in origine, più che un nome era un aggettivo qualificativo, una caratteristica, una proprietà. Le sue radici affondavano nel termine deiwos, luce, luminoso. In un mondo che va al di là del materiale, o meglio nella forma più dettagliata della materia, tutto è luce ed energia, tutto è Uno e nulla c'è al di fuori, perché non esiste un dentro e un fuori.
[CDP 2026] Il ballo dell'amore perduto
Matej odiava l’umanità, e ovviamente il sentimento era reciproco. Non era un vezzo da snob. Era una constatazione. Come dire che la pioggia cade.
Aveva provato a voler bene agli uomini, ma ogni volta gli era rimasto un pugno di sabbia nel cuore e qualche debito in più.
Lavorava in una biblioteca che nessuno frequentava, un edificio antico tra colonne soffocate di rampicanti. Finestre dai vetri martellati lasciavano entrare una luce stanca.
Catalogava libri che nessuno avrebbe mai letto, solitario come chi ordina i resti di una civiltà già dimenticata. Le giornate si srotolavano tutte uguali, pagine bianche che riempiva con le parole degli altri. Vite tra le sue mani, un mondo parallelo di voci che non chiedevano risposta.
Aveva letto qualunque cosa. Romanzi dimenticati, trattati di teologia, manuali di botanica, fisica, lingue morte. Aveva attraversato guerre senza sparare un colpo, amato donne senza toccarle, creduto in dei che non erano i suoi. Ogni libro gli aveva lasciato qualcosa: un pensiero, un dubbio, una crepa. Non era una saggezza ordinata, ma un accumulo confuso, polvere negli angoli della mente. Col tempo, quella polvere cominciò a disegnare figure, connessioni, domande più grandi.
Mentre fuori il mondo continuava a ignorarlo, Matej imparava. Imparava che ogni verità è fragile, che ogni fede è un tentativo, che ogni uomo chiama Dio con un nome diverso per non sentirsi solo. E più leggeva, più gli sembrava che tutte quelle parole — così diverse, così lontane — stessero cercando di dire la stessa cosa, senza però mai riuscirci.
Era diventato, suo malgrado, un uomo colto. Non nel modo elegante dei professori o dei salotti, ma in quello ruvido, scavando da solo. Sapeva cose inutili e fondamentali insieme. Eppure, nonostante tutto questo sapere, non aveva trovato una risposta che bastasse. La conoscenza non lo aveva salvato, né gli aveva insegnato a essere felice. Gli aveva dato soltanto parole più precise per nominare il vuoto, pensieri più articolati per giustificare la sua solitudine.
I libri, almeno, non lo tradivano. Non ridevano. Non mentivano.
Non andavano via.
Suzanne arrivò in un pomeriggio immobile di metà inverno. Entrò con il passo incerto ma deciso di chi ha dimenticato qualcosa ma non sa cosa. Matej se ne accorse quando attraversò la prima lama di luce obliqua che tagliava in due il corridoio.
Quando le si presentò davanti sollevò appena lo sguardo, concedendole un sorriso arido, camuffato sulla bocca ma non negli occhi. Sembrava una mezza matta, con i capelli folti e scuri raccolti in alto, trattenuti da una sciarpa di seta dai colori accesi. Poteva avere venticinque anni, forse trenta, ma in lei traspariva qualcosa di incompiuto.
Vestiva in modo eccentrico, stracci e piume che parevano recuperati dalle bancarelle al mercato dell’usato. Eppure, addosso a lei, tutto trovava un ordine segreto, uno stile che non apparteneva alla moda ma a qualcosa di più ostinato e personale.
– Cerco un libro – gli si rivolse senza nemmeno salutare, la voce luminosa che tradiva l’origine francofona.
– È una biblioteca. È un buon inizio.
Lei non sorrise subito, guardandolo con frenata impazienza.
– Non uno qualsiasi. Balletto russo – aggiunse, e gli allungò un bigliettino sgualcito.
L’accento francese le smussava le parole rendendole più lente e dense. Non era una voce sicura, tratteneva qualcosa di intimo, ma su Matej ebbe un effetto ipnotico.
Prese il bigliettino, lo lesse ed espresse il proprio tacito disappunto scuotendo lievemente la testa. Poi sgranò gli occhi, come colto da una folgorazione improvvisa. Si alzò e sparì tra gli scaffali. Riapparve dopo dieci minuti con un volume sottobraccio, la copertina scolorita e le pagine ispessite dal tempo.
– È questo – certificò con sicurezza.
La ragazza inclinò la testa verso il tomo e lo scrutò dubbiosa. Lo aprì, e alla prima illustrazione lo ruotò di centottanta gradi.
– Ma è in cirillico… – si lamentò imbronciando le labbra come una bambina.
Matej girò attorno al tavolo e si sedette di fianco a lei. Sfogliò qualche pagina, e senza aggiungere altro iniziò a tradurre ad alta voce, ruvido ma preciso. Le parole scorrevano come acqua torbida da un tubo di piombo spaccato.
La sorpresa le si disegnò sul viso.
– Vengo dall’est – le rivelò. – Storia lunga – tagliò corto, osservando l’espressione sbalordita con la quale lei decideva se credergli o meno.
Quel giorno la ragazza restò fino alla chiusura. Tornò quello successivo, e poi quelli dopo ancora. Si sedeva sempre allo stesso tavolo, posava il libro e aspettava. Quando lui le si avvicinava, a volte lo guardava con aria stralunata, come se cercasse nel suo volto una risposta che lui non sapeva dare; altre volte lo sguardo semplicemente se ne andava, perso in qualcosa che non era il mondo. Quando tornava, lo fissava con occhi scialbi e immobili, come se stesse cercando di capire se lui fosse reale o solo un’altra delle sue visioni.
– Come ti chiami? – le chiese finalmente dopo una settimana.
Lei glielo disse e rise. Una risata improvvisa, limpida, un vento caldo che gli sbrinò il cuore.
Dopo due settimane, le disse anche il proprio nome.
Col passare dei giorni, la biblioteca cambiò. La luce sembrava meno stanca, le ore meno ostili.
Matej si innamorò senza accorgersene. O forse se ne accorse subito, ma fece finta di niente. Era un amore che non chiedeva nulla. Di quelli che non si confessano nemmeno a sé stessi, perché già si sa che non possono esistere.
Un pomeriggio, mentre traduceva un passaggio complicato, lei lo interruppe.
– Tu credi in Dio? – gli chiese dal nulla.
Matej alzò lo sguardo. Bastava una sua domanda per farlo sentire come un cieco che si muove tra spazzatura e fiori.
– Sì – rispose semplicemente. Aveva un mondo nel cuore e non riusciva ad esprimerlo con le parole.
Suzanne lo fissò con una luce impenetrabile.
– Ma il tuo è diverso dal mio – stabilì lei, agitando l’indice davanti al suo naso.
Matej corrugò la fronte.
– Diverso come? Dio è uno.
Una frase sembrò formarsi sulle labbra socchiuse, ma non uscì alcun suono.
– Il tuo è nei libri – riprese Suzanne. – Nelle cose che sai.
– E il tuo?
Gli prese la mano e la posò sul proprio petto.
– Qui.
Matej sentì il battito, irregolare ma ostinato. Il desiderio gli corse sulle dita, che si ritrassero come scottate.
Suzanne lo guardò con occhi spenti, e se ne andò.
Da quel giorno smise di venire, lasciando Matej incastrato nei cocci dell’incomprensione.
Si buttò a capofitto nello studio. Voleva capire, Dio non poteva ridursi a un battito, a un corpo, a una presenza.
Testi sacri, lingue morte, teologia, filosofia. Giorni e notti si confusero. Ogni libro apriva una crepa nuova, ogni riga letta finiva solo con l’allargare il vuoto lasciato da quell’amore impossibile.
Dormiva poco, mangiava meno, annotava, confrontava. Ma non riusciva a capire perché l’amore non si creasse, perché Dio avesse tanti nomi. Vagava per i corridoi come un folle sconsolato, pronunciando frasi indistinte, alzando le spalle e allargando le braccia.
Le settimane divennero mesi che divennero anni.
Poi un pomeriggio, senza preavviso, lei ricomparve.
– Ho imparato tutti i passi del balletto. Ti va di provarli insieme? – chiese porgendogli la mano, come se l’avessero concordato la sera prima.
Matej esitò.
– Non posso. Sto studiando – rifiutò abbassando lo sguardo sul voluminoso tomo aperto davanti a sé.
– E cosa stai studiando di tanto importante? – insistette, continuando a far vibrare le dita tese.
– Imparo l’enciclopedia a memoria.
Suzanne scoppiò a ridere, limpida, contagiosa.
– E a che punto sei arrivato?
Matej fece scorrere il dito lungo le righe.
– Allora, vediamo: “Maiale: mammifero artiodattilo suide…”
– Matej…
– “Majakovskij: poeta, drammaturgo e pittore russo…”
– Matej…
– “Malfatto…”
Lei lo troncò con un altro sorriso, il più bello che avesse mai ricevuto.
– Matto.
Matej fece un passo avanti e, finalmente, le strinse la mano.
Ballò, per la prima volta in vita sua.
Il corpo di Suzanne oscillava tra la grazia e la follia, e lui seguiva quel movimento con tutto sé stesso. In quel contatto incerto, qualcosa dentro di lui si spezzò e si ricompose.
E tutto quel sapere trovò ordine.
“Io sono il signore tuo Dio, non avrai altro Dio fuori di me.”
E dunque, dopo tanto cercare, forse l'aveva capito. Del resto, anche la sua etimologia lo diceva: Deus, in origine, più che un nome era un aggettivo qualificativo, una caratteristica, una proprietà. Le sue radici affondavano nel termine deiwos, luce, luminoso. In un mondo che va al di là del materiale, o meglio nella forma più dettagliata della materia, tutto è luce ed energia, tutto è Uno e nulla c'è al di fuori, perché non esiste un dentro e un fuori.