[CDP2026] Lucio
Posted: Tue Apr 07, 2026 5:09 pm
Incipit - Uovo n. 10
Da quelle parole era iniziato il mio calvario. Fino a quel momento, avevo riempito intere agende con il profilo di Lucio. All’inizio mi limitavo ai dettagli, come i suoi occhi, che cambiavano con la luce e non capivo mai se fossero verdi o nocciola. Tracciavo ossessivamente le singole pagliuzze dorate della sua iride e mi sentivo come Gaudì che assemblava i vetri colorati della Sagrada Familia. In un’altra pagina passavo al naso, grosso e solido, da gladiatore romano. Le labbra erano la mia parte preferita. Quello superiore era incoronato da un arco di Cupido perfetto, ed erano piene come quelle delle donne nei giornaletti che trovavo sotto la poltrona di mio padre.
Quando le singole forme mi furono abbastanza familiari da disegnarle a memoria, iniziai con il volto per intero, aggiungendo elementi che non avevo mai considerato prima: le sue lentiggini, che quando disegnavo solo il naso mi sfuggivano di mente, e un accenno di barba sulla mascella. Col senno di poi si trattava di due peletti. Mi facevano invidia perché a me non era cresciuto ancora nulla, ma allora mi sembrava che Lucio fosse già un uomo, nonostante avesse solo due anni più di me.
Per mia fortuna era ripetente, così oltre all’oratorio ce l’avevo anche in classe. Io ero in terza fila, lui in prima, perché era un disturbatore, e gli insegnanti dovevano tenerlo d’occhio. Non erano gli unici. Come ero felice di poterlo fissare in pace, senza destare sospetti. Mi emozionava specialmente, chissà perché, la parte sulla nuca dove sfumavano i capelli, che portava sempre rasati e freschi di barbiere, e iniziavano le curve delle orecchie. Sotto il destro aveva piccolo neo, l’ultimo dettaglio che inserivo nei miei lavori, come una firma.
La predica di Don Gaetano mi bloccò completamente, tanto da non farmi più prendere in mano la matita. Non ero sicuro che il disegnare in sé fosse un atto impuro: quello che sapevo per certo era che nessuno doveva conoscere il soggetto, e tanto mi bastava. La vergogna era tale che pensai di bruciare tutto, una volta che ero a casa dei nonni in montagna. Il camino era a portata di mano e tutti i miei parenti erano occupati a tessere le lodi della mia sorellina, che a sei mesi e mezzo emetteva i primi suoni, incomprensibili per me ma segno di una intelligenza fuori dal comune per loro.
Fu proprio allora, alzando gli occhi dalle fiamme e posandoli sulla libreria a parete del nonno, che mi resi conto di non riuscire a distinguere i titoli dei volumi. Eppure non ero seduto così distante. Decisi di non darci peso, diedi la colpa al troppo calore del fuoco che, così vicino, doveva avermi dato alla testa. Mi alzai, pescai un libro qualsiasi e lo aprii. Mi rincuorai: le lettere non erano più una massa informe, e io le sapevo ancora interpretare.
Il sollievo durò poco. Quel gennaio, tornato dalle vacanze di Natale, scoprii che non vedevo bene la lavagna. Strizzare gli occhi per ore mi dava un mal di testa che mi portavo fino al letto. Persino la testa di Lucio mi appariva offuscata.
Era successo davvero. Dio mi stava punendo, stavo diventando cieco.
Non sapevo con chi parlarne senza poter ammettere il mio segreto. I miei genitori erano fuori discussione, così come tutti i miei compagni e lo stesso Don Gaetano.
L’unica con cui mi sentivo di parlare era la professoressa di italiano, che insegnava anche arte e immagine e mi diceva sempre che ero molto dotato. La notte prima la passai a contorcermi nel letto senza chiudere occhio, come in preda agli spasmi della febbre. Mi immaginai la professoressa che si spaventava e correva in chiesa, ad allertare Don Gaetano e a chiedergli un esorcismo d’urgenza. Mi avrebbero legato a una sedia e tutti avrebbero assistito: la mia famiglia, ma anche Lucio stesso.
Ma non successe niente di tutto ciò. Anzi, quello che fece la professoressa mi fece dubitare delle intenzioni di Dio. Mi disse di provare a mettermi al primo banco e, confermato che da lì ci vedevo benissimo, il giorno dopo spostò Serena e nel posto libero vicino a Lucio ci finii io.
Se adesso ci vedevo, smisi di sentirci: il cuore mi batteva così forte nelle orecchie da coprire la voce dei professori.
Non gli ero mai stato così vicino: quando giocavamo mi mettevano sempre in porta, quindi ero sistematicamente escluso da qualsiasi tipo di abbracci, pacche fraterne e festeggiamenti, anche quelli della mia stessa squadra.
Con Lucio, poi, non avevo mai nemmeno parlato da soli. Ma averlo come compagno di banco sbloccò informazioni così illuminanti da farmi tornare la passione per il disegno. Primi fra tutti, i piccoli calli che aveva sulle dita, forse perché suonava la chitarra — alla messa dei più piccoli, ogni domenica alle nove e mezza — o perché aiutava suo padre giardiniere. Riusciva sempre, in un modo o nell’altro, a sporcarsi i palmi d’inchiostro, e mi chiedeva i fazzoletti per pulirsi. Io, che a scuola portavo a stento la merenda e i libri del giorno, iniziai a rubarne pacchi e pacchi dalla borsa di mia madre, solo perché Lucio sorrideva quando mi diceva grazie. Aveva uno dei due denti davanti leggermente storto: adesso potevo aprire quelle bocche di grafite che costellavano le mie pagine.
Ma non si fermò lì: Lucio iniziò a sfiorarmi il braccio quando cercava di copiare da me le verifiche, a chiedermi di ripassare con lui, nel cortile dell’oratorio. Diventai più creativo: non mi serviva più disegnarlo, ora che ce l’avevo tutto il giorno davanti, in tre dimensioni.
I suoi voti lievitarono, e riuscì finalmente a ottenere la licenza media. Fui orgoglioso più di lui che di me stesso. Quando uscì dall’aula, finito il suo esame orale, fui la prima persona che abbracciò, esultando in dialetto così stretto che non lo capii.
Le nostre strade si divisero quando io scelsi il liceo scientifico e lui l’istituto agrario, entrambi spinti dai nostri padri. Il mio voleva che continuassi la sua professione e facessi il contabile, e io non vedevo alternative: sapevo solo disegnare.
Tra il mio studiare e il suo giostrarsi tra scuola e lavoro, perdemmo i contatti. Smisi anche di giocare a calcio all’oratorio, sicuramente non una grande perdita per i miei compagni. Continuai ad andare alla messa delle nove e mezza, accontentandomi di guardarlo suonare.
Fantasticavo che quando saremmo diventati grandi saremmo scappati dal paese entrambi: io avrei fatto l’artista e lui il musicista, e non avremmo dato conto a nessuno. Era un sogno che però tenni solo per me, per paura che Lucio lo avrebbe trovato frivolo o, ancora peggio, che non pensasse alla nostra amicizia con lo stesso affetto che invece le riservavo io.
Il primo anno di liceo fu anche l’anno in cui mi misi gli occhiali e mi tolsi il timore di Dio. Anche avesse voluto punirmi, non credevo di rischiare la dannazione eterna: mi vedevo così brutto, tra occhiali e brufoli, che pensavo non avrei mai messo in atto quelli che erano rimasti pensieri impuri.
Ripresi a disegnare Lucio, ora che era fuori dalla mia portata. Per ribellione adolescenziale avevo smesso di andare a messa, e così gli aggiungevo i segni di una crescita che non conoscevo. Lo immaginavo di volta in volta con un baffetto, i capelli più lunghi, le spalle più larghe. Arrivato a un certo punto, il Lucio nei miei quaderni poteva essere tutti o nessuno.
Fu grazie a quei disegni che misi insieme il mio primo portfolio e mi iscrissi all’Accademia delle Belle Arti. Ci trovai il mio primo fidanzato, poi anche il secondo, e per un sacco di anni non ho pensato più a Lucio.
Ancora adesso, però, quando le cose vanno male mi sorprendo a rifugiarmi nella mia cotta adolescenziale: sfoglio le mie vecchie agende e mi chiedo se io abbia mai disegnato qualcos’altro con la stessa minuzia, la stessa dedizione.
La risposta è no: se disegno senza pensare c’è ancora lui, anche sotto i vestiti colorati di Bruno, il sorriso sfrontato di Michele, o la massa di ricci di un passante per strada.
Torno molto di rado nel mio paese, giusto per le feste comandate, ma quest’occasione è meno gioiosa: il funerale della mia professoressa di italiano. A volte la vita chiude il cerchio, e per la seconda volta è lei a farci sedere vicini.
Non lo riconosco, gli stringo la mano perché è lui a porgermi la sua per primo per salutarmi, ma quando mi siedo al suo lato destro trovo il neo, lì, sotto l’orecchio. Il suo nome mi scivola dalla bocca in un sussurro, ma lui non mi sente: “Ci mettiamo in piedi,” sta già dicendo un nuovo prete.
Dopo la funzione, nel cortile, lui cammina avanti e io lo seguo. Afferra un manico del calcio balilla, e noto con non poca soddisfazione che non ha la fede. “Giochiamo? In memoria dei vecchi tempi.”
In realtà non credo di averci mai giocato con lui, ma inserisco comunque un euro nella fessura, guardo cadere le palline. Dieci. Butto in campo la prima, sudo freddo: è come un conto alla rovescia, e non so se riuscirò a dirgli tutto, o se c’è qualcosa da dirgli, alla fine.
Inizia lui, comunque. “Mi hanno detto che stai a Milano.”
Chi? Mi verrebbe da chiedergli, ma mi mordo la lingua. Mi interessa di più sapere cosa dice lui quando qualcuno mi nomina, se per lui sono un bel ricordo o pensa che io l’abbia abbandonato. “Sì.”
“Ci sono andato. Fa schifo.”
Mi viene da ridere. Non riesco ad immaginare Lucio lontano da questo paese, dal sole che spacca le pietre e dalla lentezza con cui tutto si muove. “È vero.”
Mi fa un gol. Un’altra pallina. “Ci ho fatto un giardino. Ho pensato di chiamarti.” Sono così scioccato che mi paralizzo. Gol numero due. “Ma non avevo il tuo numero.”
“Potevi chiedere a mia madre.” Ora sono arrabbiato che non l’abbia fatto.
Lui alza le spalle. Con due dita mi fa cenno di continuare col gioco. “Mi vergognavo” ammette a bassa voce.
Segno io, adesso. Restiamo a fissarci per un attimo dai due lati del campo. “Di cosa?”
Ancora spallucce, non mi risponde. Ha sempre fatto l’attaccante e io so solo stare in porta, e per un po’ giochiamo al meglio delle nostre forze, così io non attacco e lui non deve difendere. Poi Lucio molla la presa con un sospiro e fa un passo indietro. La pallina si ferma in un angolo come per lasciarci spazio. “Forse me ne vengo anche io.”
Ma come, non gli faceva schifo? “Se vuoi posso ospitarti.” È il ragazzino in me che parla, quello stupido che si emozionava per ogni sguardo, ogni contatto, ogni sorriso. Che, adesso mi rendo conto, spera ancora di vivere insieme a lui.
Mi guarda, un dubbio, una specie di paura che non gli ho mai visto negli occhi. “Non ce l’hai una fidanzata? Ti dò fastidio.”
La mia testa si svuota quando capisco che non lo sa. Pensavo che mia madre avesse appeso i manifesti. “Sono gay.” Riesco solo ad ammettere, come se stessi pronunciando una sentenza. “E con l’ultimo ci siamo lasciati due mesi fa.”
Lucio guarda giù, annuisce lentamente. Con uno scatto afferra un manico, lo tira verso di lui, sblocca la pallina. Va in porta con così tanta foga che quella esce fuori e finisce nell’erba. Ride, bellissimo, col suo dente storto.
Quando andiamo a cercarla, la raccogliamo insieme e prendiamo la scossa dai polpastrelli.
Lucio
L’oratorio era il nostro luogo di ritrovo. C’era il ping pong, il calcio balilla e un grande prato dove tirar calci al pallone. L’unico obbligo con cui dovevamo ripagare l’ospitalità della chiesa era l’ora di catechismo con Don Gaetano. A ripensarci ora mi viene quasi da sorridere, ma a quel tempo avevo provato un vero terrore quando aveva descritto le punizioni per chi commetteva atti impuri. Guai a indugiare con certi toccamenti: si può diventare ciechi; a un ragazzo che lui conosceva era venuta addirittura una leucemia fulminante.
Da quelle parole era iniziato il mio calvario. Fino a quel momento, avevo riempito intere agende con il profilo di Lucio. All’inizio mi limitavo ai dettagli, come i suoi occhi, che cambiavano con la luce e non capivo mai se fossero verdi o nocciola. Tracciavo ossessivamente le singole pagliuzze dorate della sua iride e mi sentivo come Gaudì che assemblava i vetri colorati della Sagrada Familia. In un’altra pagina passavo al naso, grosso e solido, da gladiatore romano. Le labbra erano la mia parte preferita. Quello superiore era incoronato da un arco di Cupido perfetto, ed erano piene come quelle delle donne nei giornaletti che trovavo sotto la poltrona di mio padre.
Quando le singole forme mi furono abbastanza familiari da disegnarle a memoria, iniziai con il volto per intero, aggiungendo elementi che non avevo mai considerato prima: le sue lentiggini, che quando disegnavo solo il naso mi sfuggivano di mente, e un accenno di barba sulla mascella. Col senno di poi si trattava di due peletti. Mi facevano invidia perché a me non era cresciuto ancora nulla, ma allora mi sembrava che Lucio fosse già un uomo, nonostante avesse solo due anni più di me.
Per mia fortuna era ripetente, così oltre all’oratorio ce l’avevo anche in classe. Io ero in terza fila, lui in prima, perché era un disturbatore, e gli insegnanti dovevano tenerlo d’occhio. Non erano gli unici. Come ero felice di poterlo fissare in pace, senza destare sospetti. Mi emozionava specialmente, chissà perché, la parte sulla nuca dove sfumavano i capelli, che portava sempre rasati e freschi di barbiere, e iniziavano le curve delle orecchie. Sotto il destro aveva piccolo neo, l’ultimo dettaglio che inserivo nei miei lavori, come una firma.
La predica di Don Gaetano mi bloccò completamente, tanto da non farmi più prendere in mano la matita. Non ero sicuro che il disegnare in sé fosse un atto impuro: quello che sapevo per certo era che nessuno doveva conoscere il soggetto, e tanto mi bastava. La vergogna era tale che pensai di bruciare tutto, una volta che ero a casa dei nonni in montagna. Il camino era a portata di mano e tutti i miei parenti erano occupati a tessere le lodi della mia sorellina, che a sei mesi e mezzo emetteva i primi suoni, incomprensibili per me ma segno di una intelligenza fuori dal comune per loro.
Fu proprio allora, alzando gli occhi dalle fiamme e posandoli sulla libreria a parete del nonno, che mi resi conto di non riuscire a distinguere i titoli dei volumi. Eppure non ero seduto così distante. Decisi di non darci peso, diedi la colpa al troppo calore del fuoco che, così vicino, doveva avermi dato alla testa. Mi alzai, pescai un libro qualsiasi e lo aprii. Mi rincuorai: le lettere non erano più una massa informe, e io le sapevo ancora interpretare.
Il sollievo durò poco. Quel gennaio, tornato dalle vacanze di Natale, scoprii che non vedevo bene la lavagna. Strizzare gli occhi per ore mi dava un mal di testa che mi portavo fino al letto. Persino la testa di Lucio mi appariva offuscata.
Era successo davvero. Dio mi stava punendo, stavo diventando cieco.
Non sapevo con chi parlarne senza poter ammettere il mio segreto. I miei genitori erano fuori discussione, così come tutti i miei compagni e lo stesso Don Gaetano.
L’unica con cui mi sentivo di parlare era la professoressa di italiano, che insegnava anche arte e immagine e mi diceva sempre che ero molto dotato. La notte prima la passai a contorcermi nel letto senza chiudere occhio, come in preda agli spasmi della febbre. Mi immaginai la professoressa che si spaventava e correva in chiesa, ad allertare Don Gaetano e a chiedergli un esorcismo d’urgenza. Mi avrebbero legato a una sedia e tutti avrebbero assistito: la mia famiglia, ma anche Lucio stesso.
Ma non successe niente di tutto ciò. Anzi, quello che fece la professoressa mi fece dubitare delle intenzioni di Dio. Mi disse di provare a mettermi al primo banco e, confermato che da lì ci vedevo benissimo, il giorno dopo spostò Serena e nel posto libero vicino a Lucio ci finii io.
Se adesso ci vedevo, smisi di sentirci: il cuore mi batteva così forte nelle orecchie da coprire la voce dei professori.
Non gli ero mai stato così vicino: quando giocavamo mi mettevano sempre in porta, quindi ero sistematicamente escluso da qualsiasi tipo di abbracci, pacche fraterne e festeggiamenti, anche quelli della mia stessa squadra.
Con Lucio, poi, non avevo mai nemmeno parlato da soli. Ma averlo come compagno di banco sbloccò informazioni così illuminanti da farmi tornare la passione per il disegno. Primi fra tutti, i piccoli calli che aveva sulle dita, forse perché suonava la chitarra — alla messa dei più piccoli, ogni domenica alle nove e mezza — o perché aiutava suo padre giardiniere. Riusciva sempre, in un modo o nell’altro, a sporcarsi i palmi d’inchiostro, e mi chiedeva i fazzoletti per pulirsi. Io, che a scuola portavo a stento la merenda e i libri del giorno, iniziai a rubarne pacchi e pacchi dalla borsa di mia madre, solo perché Lucio sorrideva quando mi diceva grazie. Aveva uno dei due denti davanti leggermente storto: adesso potevo aprire quelle bocche di grafite che costellavano le mie pagine.
Ma non si fermò lì: Lucio iniziò a sfiorarmi il braccio quando cercava di copiare da me le verifiche, a chiedermi di ripassare con lui, nel cortile dell’oratorio. Diventai più creativo: non mi serviva più disegnarlo, ora che ce l’avevo tutto il giorno davanti, in tre dimensioni.
I suoi voti lievitarono, e riuscì finalmente a ottenere la licenza media. Fui orgoglioso più di lui che di me stesso. Quando uscì dall’aula, finito il suo esame orale, fui la prima persona che abbracciò, esultando in dialetto così stretto che non lo capii.
Le nostre strade si divisero quando io scelsi il liceo scientifico e lui l’istituto agrario, entrambi spinti dai nostri padri. Il mio voleva che continuassi la sua professione e facessi il contabile, e io non vedevo alternative: sapevo solo disegnare.
Tra il mio studiare e il suo giostrarsi tra scuola e lavoro, perdemmo i contatti. Smisi anche di giocare a calcio all’oratorio, sicuramente non una grande perdita per i miei compagni. Continuai ad andare alla messa delle nove e mezza, accontentandomi di guardarlo suonare.
Fantasticavo che quando saremmo diventati grandi saremmo scappati dal paese entrambi: io avrei fatto l’artista e lui il musicista, e non avremmo dato conto a nessuno. Era un sogno che però tenni solo per me, per paura che Lucio lo avrebbe trovato frivolo o, ancora peggio, che non pensasse alla nostra amicizia con lo stesso affetto che invece le riservavo io.
Il primo anno di liceo fu anche l’anno in cui mi misi gli occhiali e mi tolsi il timore di Dio. Anche avesse voluto punirmi, non credevo di rischiare la dannazione eterna: mi vedevo così brutto, tra occhiali e brufoli, che pensavo non avrei mai messo in atto quelli che erano rimasti pensieri impuri.
Ripresi a disegnare Lucio, ora che era fuori dalla mia portata. Per ribellione adolescenziale avevo smesso di andare a messa, e così gli aggiungevo i segni di una crescita che non conoscevo. Lo immaginavo di volta in volta con un baffetto, i capelli più lunghi, le spalle più larghe. Arrivato a un certo punto, il Lucio nei miei quaderni poteva essere tutti o nessuno.
Fu grazie a quei disegni che misi insieme il mio primo portfolio e mi iscrissi all’Accademia delle Belle Arti. Ci trovai il mio primo fidanzato, poi anche il secondo, e per un sacco di anni non ho pensato più a Lucio.
Ancora adesso, però, quando le cose vanno male mi sorprendo a rifugiarmi nella mia cotta adolescenziale: sfoglio le mie vecchie agende e mi chiedo se io abbia mai disegnato qualcos’altro con la stessa minuzia, la stessa dedizione.
La risposta è no: se disegno senza pensare c’è ancora lui, anche sotto i vestiti colorati di Bruno, il sorriso sfrontato di Michele, o la massa di ricci di un passante per strada.
Torno molto di rado nel mio paese, giusto per le feste comandate, ma quest’occasione è meno gioiosa: il funerale della mia professoressa di italiano. A volte la vita chiude il cerchio, e per la seconda volta è lei a farci sedere vicini.
Non lo riconosco, gli stringo la mano perché è lui a porgermi la sua per primo per salutarmi, ma quando mi siedo al suo lato destro trovo il neo, lì, sotto l’orecchio. Il suo nome mi scivola dalla bocca in un sussurro, ma lui non mi sente: “Ci mettiamo in piedi,” sta già dicendo un nuovo prete.
Dopo la funzione, nel cortile, lui cammina avanti e io lo seguo. Afferra un manico del calcio balilla, e noto con non poca soddisfazione che non ha la fede. “Giochiamo? In memoria dei vecchi tempi.”
In realtà non credo di averci mai giocato con lui, ma inserisco comunque un euro nella fessura, guardo cadere le palline. Dieci. Butto in campo la prima, sudo freddo: è come un conto alla rovescia, e non so se riuscirò a dirgli tutto, o se c’è qualcosa da dirgli, alla fine.
Inizia lui, comunque. “Mi hanno detto che stai a Milano.”
Chi? Mi verrebbe da chiedergli, ma mi mordo la lingua. Mi interessa di più sapere cosa dice lui quando qualcuno mi nomina, se per lui sono un bel ricordo o pensa che io l’abbia abbandonato. “Sì.”
“Ci sono andato. Fa schifo.”
Mi viene da ridere. Non riesco ad immaginare Lucio lontano da questo paese, dal sole che spacca le pietre e dalla lentezza con cui tutto si muove. “È vero.”
Mi fa un gol. Un’altra pallina. “Ci ho fatto un giardino. Ho pensato di chiamarti.” Sono così scioccato che mi paralizzo. Gol numero due. “Ma non avevo il tuo numero.”
“Potevi chiedere a mia madre.” Ora sono arrabbiato che non l’abbia fatto.
Lui alza le spalle. Con due dita mi fa cenno di continuare col gioco. “Mi vergognavo” ammette a bassa voce.
Segno io, adesso. Restiamo a fissarci per un attimo dai due lati del campo. “Di cosa?”
Ancora spallucce, non mi risponde. Ha sempre fatto l’attaccante e io so solo stare in porta, e per un po’ giochiamo al meglio delle nostre forze, così io non attacco e lui non deve difendere. Poi Lucio molla la presa con un sospiro e fa un passo indietro. La pallina si ferma in un angolo come per lasciarci spazio. “Forse me ne vengo anche io.”
Ma come, non gli faceva schifo? “Se vuoi posso ospitarti.” È il ragazzino in me che parla, quello stupido che si emozionava per ogni sguardo, ogni contatto, ogni sorriso. Che, adesso mi rendo conto, spera ancora di vivere insieme a lui.
Mi guarda, un dubbio, una specie di paura che non gli ho mai visto negli occhi. “Non ce l’hai una fidanzata? Ti dò fastidio.”
La mia testa si svuota quando capisco che non lo sa. Pensavo che mia madre avesse appeso i manifesti. “Sono gay.” Riesco solo ad ammettere, come se stessi pronunciando una sentenza. “E con l’ultimo ci siamo lasciati due mesi fa.”
Lucio guarda giù, annuisce lentamente. Con uno scatto afferra un manico, lo tira verso di lui, sblocca la pallina. Va in porta con così tanta foga che quella esce fuori e finisce nell’erba. Ride, bellissimo, col suo dente storto.
Quando andiamo a cercarla, la raccogliamo insieme e prendiamo la scossa dai polpastrelli.