[CN25] Punta in alto
Posted: Fri Jan 02, 2026 11:59 pm
traccia 5, colpo di scena
Sul punto di varcare la soglia del locale si bloccò. L'uomo che stava entrando nel ristorante greco all'angolo, dove l'aveva già visto? Era stato poco prima, ma dove esattamente?
Ancora un'ultima bracciata, dagliene ancora una, non lasciare che l'acqua ti metta la ruggine. Se lo ripeteva, per spronarsi a chiudere la sua serie di cento vasche giornaliere. Aveva quasi sessant'anni, ma non aveva mai mancato neppure un giorno quell'appuntamento.
In vita sua era passato da una passione all'altra, da un lavoro all'altro, da una moglie all'altra. Ma la piscina c'era sempre, era la costante della sua vita. Da quando il bimbo era diventato adolescente, nulla aveva potuto restituirgli la sua posizione nel mondo quanto l'attività a mollo nell'acqua. Prima, per tutta la pubertà, era stato il grasso e goffo ragazzino che non trovava pace con sé stesso, né con il resto del mondo. Ma quando entrava in acqua era tutto diverso, un'altra dimensione, fatta di spinte d'Archimede, leve controintuitive e sponde da cui rimbalzare. Già dai primi corsi di nuoto e di pallanuoto gli era stato chiaro, come lo era stato per tutti gli altri: dentro la piscina non aveva rivali. Col passare degli anni, la sua grande massa non era calata, anzi. Era solo diventato più calvo e glabro. Gli unici peli sul suo corpo erano quelli che infoltivano gli spessi e curati basettoni, illusorie estensioni della bocca larga.
A un certo punto tutti si erano dimenticati il suo nome. Per chiunque conoscesse, lui si chiamava il Tricheco. Forse per il caratteraccio durante le contese di pallanuoto, o forse solo per contrasto tra i movimenti goffi all'asciutto e quelli sinuosi sott'acqua.
Spingendo con entrambe le gambe contro la parete della piscina, si proiettò a raso del fondo, sentendo il flusso lungo il corpo, immaginandosi la planata di un rapace. Poi risalì la scaletta metallica a bordovasca e si avviò agli spogliatoi, rabbrividendo al contatto con l'aria. Doveva partire al più presto quella mattina, aveva da finire un lavoro, che pensava di aver concluso già settimane fa. Ed ora che mancavano due giorni a Natale, nessuno poteva più aspettare. Erano già tre anni che si era specializzato nell'addobbo funambolico degli abeti natalizi, metodo Copenaghen, lo chiamavano. Nessuna complicanza quantistica, ma al momento lui era uno dei pochi al mondo a saperlo eseguire. A partire da novembre, chiedevano il suo servizio in tutta Italia e non solo. Ma mai gli era capitato di farlo due volte per lo stesso albero, a pochi giorni di distanza.
Il Tricheco smise di concedersi elucubrazioni da spogliatoio e partì direttamente alla volta di Castelrotto, per raccogliere risposte.
Rokja abitava con la nonna ormai da un paio d'anni, da quando ne aveva otto. Era una Sudtirolese d'adozione, anche se lì era nata. Questo perché nessuno della sua famiglia era della regione, suo padre naturale non era neppure di quel continente, suo nonno era di Murano. A Castelrotto tutti si conoscono, non ci sono abitanti senza una storia condivisa. Ma lei da un paio d'anni era sempre stata sola, anche se andava a genio a quasi tutti i suoi compagni, sia quelli di scuola che quelli di pattinaggio. Il suo sguardo era magnetico, profondo e bruno. Era sempre l'ultima a distoglierlo da quello dell'altro, questo bastava per farla sembrare una strana, una di cui ti puoi fidare fino a un certo punto, non di più.
Quel pomeriggio, dopo l'ultimo allenamento dell'anno, non aveva avuto voglia di tornare subito a casa. Negli scorsi giorni era rimasta chiusa in camera sua per ore, con il solo obbiettivo di concludere il suo personale progetto, prima di Natale. Ora che aveva finito, si sentiva libera di gironzolare per le viette innevate del paese, senza fretta ne scopo. Mentre osservava i camini fumanti, i turisti che scendevano dall'ultimo autobus, le falci appese accanto ai grembiuli blu dei contadini, capi che c'era qualcosa di magico nella disposizione stessa delle casupole del centro. Era un disegno che aveva la stessa forma nella sua testa, perché il paese era casa sua.
Entrò dal fornaio, che faceva anche da salumiere del paese. Lena, la cassiera sempre attenta, notò il suo bighellonare senza meta. "Non ti aspettano a casa?" le chiese con famigliarità. "Non prima di cena" rispose poco convinta, curiosando tutt'attorno, esplorando il negozio. "Anche stamattina quando sei passata qui davanti portavi quel berretto verde, è il nuovo colore della squadra?". La memoria di Lena era incredibile. Dalla posizione in cui era sempre seduta, dietro la cassa, poteva vedere solo la parte superiore della vetrina. Quella mattina Rokja era passata di fretta di fronte al negozio. Eppure Lena l'aveva notata, registrato il colore del cappello e archiviato nella sconcertante memoria fotografica.
"Esatto, dall'anno prossimo avremo anche i pattini verdi" ammise, dissimulando la sorpresa. Lena le sorrise bonaria, come sempre. Per quello era il suo negozio preferito dove bighellonare.
"Ci si vede" la salutò, avviandosi alla porta.
Sul punto di varcare la soglia del locale si bloccò. L'uomo che stava entrando nel ristorante greco all'angolo, dove l'aveva già visto? Era stato poco prima, ma dove esattamente?
Rokja non aveva la memoria di Lena, ma le sue giovane connessioni celebrali si illuminarono in un attimo.
Quattro settimane prima, prima dell'innaugurazione dei mercatini natalizi, quell'uomo aveva addobbato l'albero comunale della piazza, il più grande e prestigioso del paese. Lo aveva fatto in un modo che avrebbe alimentato le leggende natalizie del paese per qualche anno a venire. Poi, com'era apparso, se n'era andato.
Perché era tornato a Castelrotto? Come la scorsa volta, era sceso dalla corriera, la sacca rossa da palestra o da piscina caricata sulla spalla come fosse cacciagione.
Poco dopo uscì dal ristorante, che affittava pure qualche camera, in tenuta di lavoro. Rokja lo seguì, verso la piazza. Anche per lei fu una sorpresa trovare il grande albero di nuovo in piedi, ma spoglio di addobbi. La bambina si sedette su una delle panchine assolate e lo guardò tendere le sue funi di lavoro. Le lanciava con un cappio, acchiappando ogni volta la punta, poi le tendeva come stesse allestendo un tendone da circo, incastrandole a terra. Rimase a osservarlo, mentre infilava l'imbragatura e fissava i moschettoni. Era pronto a ripetere la magia.
Quella ragazzina con i pattini da ghiaccio a tracolla cominciava a innervosirlo. Gli capitava spesso che qualcuno si fermasse ad osservalo all'opera con gli abeti, era un vero spettacolo vedere qualcuno della sua stazza salire, scendere e volteggiare intorno ad un abete, in uno stile inimitabile dell'addobbo che pareva un ballo.
Ma lei se ne stava su quella panchina da almeno un'ora, con lo sguardo fisso su di lui. Il Tricheco era uno di poche parole, ma forse anche lei.
Aveva ripreso a nevicare. Bello, poetico, d'atmosfera. Ma gli rallentava dannatamente il lavoro, vista la quantità di fiocchi che gli si infilavano negli occhi. Indossò la maschera da snowboard.
"Ehi tu, lassù. Vieni un attimino qui a terra" lo intimò una voce, non certo da ragazzina.
Il Tricheco si spinse più forte contro il solido tronco e mollò la cima, planando al suolo con una naturalezza inaspettata. Sia la piccoletta che il nuovo arrivato erano rimasti a bocca aperta.
"Buon pomeriggio sindaco, volevo ringraziarla per..." cominciò, ma Walder lo interruppe "Lasci perdere i convenevoli, quando rimetterà in sesto il mio albero? Se entro domani non sarà finito, saremo costretti a sospendere il mercatino natalizio anche nel giorno della vigilia. Lei sa cosa vuol dire?". Il Tricheco annuì, non c'era nulla di difficile da intendere, l'anima economica del Natale batteva ogni smanceria.
"E i mancati ricavi si sommano al danno diretto sull'albero e sugli addobbi. Erano dei ladri professionisti, non c'è dubbio" sputacchiò con aria schifata, come parlasse di scarafaggi. "Mi ha detto che l'albero è stato abbattuto da qualche teppista, si potrebbe trattare di puro vandal..." provò a mediare il Tricheco, ma fu di nuovo interrotto da Walder "Che vandalismo o teppismo?! Quando ho parlato con lei al telefono, non avevamo ancora finito di raccogliere gli addobbi dai dintorni. Si è trovato tutto, tutto fino all'ultima stellina e pallina, eccetto un pezzo. L'unico che avesse davvero un valore. La nostra punta di splendente vetro ambrato" disse con una maschera di disperazione. "Sarà andata in frantumi con l'impatto a terra" suppose il Tricheco, ricordando quanto fosse delicata. "Nient'affatto, non abbiamo trovato neppure un frammento. Valeva almeno centomila euro, lo sa?" strillò senza ritegno il sindaco. "Ecco perché la scorsa volta mi assillava, chiedendomi di fare molta attenzione nel fissaggio" disse mentre si sistemava la maschera sulla testa pelata. "Qualcuno si è permesso di rubarla, era un oggetto quasi sacro per noi, l'opera più nota dell'unico concittadini maestro vetraio. Era emigrato direttamente da Murano, un raro sopravvissuto della sua stirpe di Maestri, sa?"
ll Tricheco annuì di nuovo. Poi il suo senso pratico prese il sopravvento "E quindi ora io che ci metto in cima?".
Walder divenne paonazzo, ritenendola una provocazione, "Ho messo i segugi migliori sulle tracce della punta ambrata, confido che tra oggi e domani abbiano già ritrovato il nostro tesoro".
Segugi? Che stava blaterando? Davvero questo era il sindaco di un comune tanto prestigioso?
"Sono arrivati stamattina, più tardi penso passeranno anche da lei, per una deposizione" aggiunse, prima di girare i tacchi, "Non ho avuto sua risposta riguardo al lavoro, considero la consegna pattuita per domani" e sparì.
Il Tricheco ne fu lieto e riprese il lavoro.
Il gran campanile dalla cipolla nera scandì le cinque in punto. La neve non cadeva più, il sole era ormai dietro il crinale. Rokja vide l'omone calarsi e sganciare i moschettoni. "Ancora qui?" le chiese, come se si fosse accorto ora della sua permanenza sotto l'albero, "Questo è il momento giusto per uno spuntino". Si diresse a gran passi dal panettiere che stava nell'unica via di accesso alla piazza. Lei, con i pattini ancora a tracolla, lo seguì come fosse stata invitata.
Drin dlon, sprizzò di gioia il campanello attaccato alla porta, sotto la spinta vigorosa dell'addobbatore. "Tricheco!" lo salutò con altrettanta leggiadria una voce femminile dietro il banco.
"Se questo disastro dell'albero ha portato qualcosa di buono, di sicuro è il tuo ritorno nella stessa stagione" lo fece sentire benvenuto Lena. Lui le sorrise, con tutti i denti che aveva in bocca.
Rokja era entrata senza far rumore, nella scia dell'omone, e osservava la scena con sorpresa. Quei due si conoscevano, lo si capiva da quanta confidenza gli concedeva Lena, più che a ogni altro cliente forestiero affezionato. Si punzecchiarono e pettinarono per almeno altri cinque minuti.
"Nella seconda infornata avevi un po' di quel tuo pane speciale alla segale? Il più croccante cha abbia mai addentato" la lusingò l'omone, in un balletto di moine da liceali. Lena aveva all'incirca la sua stessa età, tra i cinquanta e i sessanta.
"Quello con i semi di girasole sparsi sopra, come piacciono a te, nei giorni in cui le gengive non ti dolgono" annuì la cassiera.
"La solita memoria di elefante, vero Lena?" constato quello che lei chiamava il Tricheco. "Meglio la memoria che il sedere"
Lui ridacchiò, poi si fece piu serio "A proposito di memoria. Eri in negozio quando l'albero è stato abbattuto? Ricordi di aver visto qualcuno per strada?" "Ero da sola e avevo due clienti, non mi potevo assentare. Comunque da quando ho sentito il fracasso a quando è arrivata la polizia, qua davanti non è passato nessuno, me ne ricorderei".
"Non ne dubito" commentò l'omone un po' deluso. "Però questo non quadra, visto che il sindaco mi ha detto che è sparita la punta del maestro veneziano".
"Muranese" lo corresse una vocina alle sue spalle. Era la prima volta che Rokja parlava in sua presenza, e già si era sentita una stupida. Le era venuto in spontaneo di correggerlo.
I basettoni dell'omone si incresparono un istante, percorsi dall'intuizione. "Sai Lena, anche a me dopotutto fa piacere essere tornato a Castelrotto. A casa ero solo come un cane, almeno qui ho questa ragazzina che mi segue ovunque. Tu con chi passerai le feste? Sei sposata?".
"Sposata?" squillò la voce della cassiera dall'infallibile memoria "Certo, ho pure tre figli e sei nipoti che mi forzeranno a giocare per tutte le feste".
"Meglio così" tagliò corto l'uomo, afferrando il sacchetto con la pagnotta alla segale che aveva acquistato. "Grazie e a più tardi".
Rokja aspettò che la porta si chiudesse dietro di lui e si avvicinò al bancone. "Di nuovo qui?" le chiese Lena "lo conosci quello?" "Certo, un pezzo d'uomo così non si lascia passare senza un buon amo" "Ma gli hai appena detto che sei sposata, con nipoti! È una gran bugia" "Mai dire a un uomo di quell'età che non sei sposata. Se gli interessi, potrebbe farsi strani pensieri".
Rokja rise dentro e si ritrasse fuori: quanto erano stupidi quei giochi pseudo psicologici da adulti. Meglio tornarsene a casa ora. Tra se e se pensò che forse poteva fidarsi del Tricheco.
"Quelli come voi li conosco! Sono stato a Berlino est negli anni 80, ero l'unico assaggiatore di vodka occidentale di cui si fidassero" rispose ad alta voce il Tricheco , quando Klaus D.F. lo incalzò con l'ennesima domanda provocatoria. Intervenne l'altro, Klaus D.D. "Non fa senso nascondere informazioni, signor Tricheco. Se il mio collega le chiede un alibi per il ventidue dicembre è perché vuole verificare accuratamente".
Il Tricheco però aveva smesso di ascoltare le scuse del Klaus buono. Erano identici, come i loro nomi. Sapeva che entrambi erano relitti dell'agenzia, non c'erano dubbi.
Il sindaco aveva fatto bene a chiamarli segugi. Quei due tedeschi sarebbero corsi ai fianchi di un orso sino al confine del mondo, pur di trovare quel che gli era stato richiesto. Loro non indagavano, seguivano la pista e ritrovavano, a qualunque costo. Così erano stati addestrati.
Uno dei due Klaus sospettava che la punta ambrata l'avesse fatta sparire lui, dopo essersi reso conto del suo valore durante l'addobbo precedente. L'altro invece seguiva la pista del racket sudtirolese, che si stava vendicando sul comune per aver affidato il lavoro di addobbo ad un professionista che veniva da fuori provincia.
Rokja osservava la discussione, impaurita, senza muoversi dalla sua solita panchina.
Il Tricheco continuò a discutere con i due segugi, senza mai spostare lo sguardo su di lei per un istante. Poi Klaus e Klaus rimontarono sul loro furgone scoppiettante e se ne andarono a torchiare altri abitanti di Castel rotto.
Il Tricheco era paonazzo, ma si accinse a ritornare sull'albero.
Si accorse che la ragazzina si era alzata dalla panchina e ora gli porgeva qualcosa. Era una punta, intagliata nel legno, una copia quasi esatta di quella di vetro scomparsa.
"Ma questa è..." sussurrò il Tricheco.
"Quella di mio nonno è sicuramente piu' bella, ma a me serviva la sua come modello per poter scolpire la mia.
Il Tricheco mostrò il suo sorriso a tutti denti. Sapeva sin da quando aveva parlato con Lena che era stata la ragazzina a raccogliere la punta caduta, ma ora sapeva anche il perché.
"E' fantastica" commentò sinceramente, soppesando il manufatto perfettamente levigato, nel legno bruno. "Tuo nonno sarebbe fiero. Punta in alto piccola, punta sempre in alto."
Sul punto di varcare la soglia del locale si bloccò. L'uomo che stava entrando nel ristorante greco all'angolo, dove l'aveva già visto? Era stato poco prima, ma dove esattamente?
Ancora un'ultima bracciata, dagliene ancora una, non lasciare che l'acqua ti metta la ruggine. Se lo ripeteva, per spronarsi a chiudere la sua serie di cento vasche giornaliere. Aveva quasi sessant'anni, ma non aveva mai mancato neppure un giorno quell'appuntamento.
In vita sua era passato da una passione all'altra, da un lavoro all'altro, da una moglie all'altra. Ma la piscina c'era sempre, era la costante della sua vita. Da quando il bimbo era diventato adolescente, nulla aveva potuto restituirgli la sua posizione nel mondo quanto l'attività a mollo nell'acqua. Prima, per tutta la pubertà, era stato il grasso e goffo ragazzino che non trovava pace con sé stesso, né con il resto del mondo. Ma quando entrava in acqua era tutto diverso, un'altra dimensione, fatta di spinte d'Archimede, leve controintuitive e sponde da cui rimbalzare. Già dai primi corsi di nuoto e di pallanuoto gli era stato chiaro, come lo era stato per tutti gli altri: dentro la piscina non aveva rivali. Col passare degli anni, la sua grande massa non era calata, anzi. Era solo diventato più calvo e glabro. Gli unici peli sul suo corpo erano quelli che infoltivano gli spessi e curati basettoni, illusorie estensioni della bocca larga.
A un certo punto tutti si erano dimenticati il suo nome. Per chiunque conoscesse, lui si chiamava il Tricheco. Forse per il caratteraccio durante le contese di pallanuoto, o forse solo per contrasto tra i movimenti goffi all'asciutto e quelli sinuosi sott'acqua.
Spingendo con entrambe le gambe contro la parete della piscina, si proiettò a raso del fondo, sentendo il flusso lungo il corpo, immaginandosi la planata di un rapace. Poi risalì la scaletta metallica a bordovasca e si avviò agli spogliatoi, rabbrividendo al contatto con l'aria. Doveva partire al più presto quella mattina, aveva da finire un lavoro, che pensava di aver concluso già settimane fa. Ed ora che mancavano due giorni a Natale, nessuno poteva più aspettare. Erano già tre anni che si era specializzato nell'addobbo funambolico degli abeti natalizi, metodo Copenaghen, lo chiamavano. Nessuna complicanza quantistica, ma al momento lui era uno dei pochi al mondo a saperlo eseguire. A partire da novembre, chiedevano il suo servizio in tutta Italia e non solo. Ma mai gli era capitato di farlo due volte per lo stesso albero, a pochi giorni di distanza.
Il Tricheco smise di concedersi elucubrazioni da spogliatoio e partì direttamente alla volta di Castelrotto, per raccogliere risposte.
Rokja abitava con la nonna ormai da un paio d'anni, da quando ne aveva otto. Era una Sudtirolese d'adozione, anche se lì era nata. Questo perché nessuno della sua famiglia era della regione, suo padre naturale non era neppure di quel continente, suo nonno era di Murano. A Castelrotto tutti si conoscono, non ci sono abitanti senza una storia condivisa. Ma lei da un paio d'anni era sempre stata sola, anche se andava a genio a quasi tutti i suoi compagni, sia quelli di scuola che quelli di pattinaggio. Il suo sguardo era magnetico, profondo e bruno. Era sempre l'ultima a distoglierlo da quello dell'altro, questo bastava per farla sembrare una strana, una di cui ti puoi fidare fino a un certo punto, non di più.
Quel pomeriggio, dopo l'ultimo allenamento dell'anno, non aveva avuto voglia di tornare subito a casa. Negli scorsi giorni era rimasta chiusa in camera sua per ore, con il solo obbiettivo di concludere il suo personale progetto, prima di Natale. Ora che aveva finito, si sentiva libera di gironzolare per le viette innevate del paese, senza fretta ne scopo. Mentre osservava i camini fumanti, i turisti che scendevano dall'ultimo autobus, le falci appese accanto ai grembiuli blu dei contadini, capi che c'era qualcosa di magico nella disposizione stessa delle casupole del centro. Era un disegno che aveva la stessa forma nella sua testa, perché il paese era casa sua.
Entrò dal fornaio, che faceva anche da salumiere del paese. Lena, la cassiera sempre attenta, notò il suo bighellonare senza meta. "Non ti aspettano a casa?" le chiese con famigliarità. "Non prima di cena" rispose poco convinta, curiosando tutt'attorno, esplorando il negozio. "Anche stamattina quando sei passata qui davanti portavi quel berretto verde, è il nuovo colore della squadra?". La memoria di Lena era incredibile. Dalla posizione in cui era sempre seduta, dietro la cassa, poteva vedere solo la parte superiore della vetrina. Quella mattina Rokja era passata di fretta di fronte al negozio. Eppure Lena l'aveva notata, registrato il colore del cappello e archiviato nella sconcertante memoria fotografica.
"Esatto, dall'anno prossimo avremo anche i pattini verdi" ammise, dissimulando la sorpresa. Lena le sorrise bonaria, come sempre. Per quello era il suo negozio preferito dove bighellonare.
"Ci si vede" la salutò, avviandosi alla porta.
Sul punto di varcare la soglia del locale si bloccò. L'uomo che stava entrando nel ristorante greco all'angolo, dove l'aveva già visto? Era stato poco prima, ma dove esattamente?
Rokja non aveva la memoria di Lena, ma le sue giovane connessioni celebrali si illuminarono in un attimo.
Quattro settimane prima, prima dell'innaugurazione dei mercatini natalizi, quell'uomo aveva addobbato l'albero comunale della piazza, il più grande e prestigioso del paese. Lo aveva fatto in un modo che avrebbe alimentato le leggende natalizie del paese per qualche anno a venire. Poi, com'era apparso, se n'era andato.
Perché era tornato a Castelrotto? Come la scorsa volta, era sceso dalla corriera, la sacca rossa da palestra o da piscina caricata sulla spalla come fosse cacciagione.
Poco dopo uscì dal ristorante, che affittava pure qualche camera, in tenuta di lavoro. Rokja lo seguì, verso la piazza. Anche per lei fu una sorpresa trovare il grande albero di nuovo in piedi, ma spoglio di addobbi. La bambina si sedette su una delle panchine assolate e lo guardò tendere le sue funi di lavoro. Le lanciava con un cappio, acchiappando ogni volta la punta, poi le tendeva come stesse allestendo un tendone da circo, incastrandole a terra. Rimase a osservarlo, mentre infilava l'imbragatura e fissava i moschettoni. Era pronto a ripetere la magia.
Quella ragazzina con i pattini da ghiaccio a tracolla cominciava a innervosirlo. Gli capitava spesso che qualcuno si fermasse ad osservalo all'opera con gli abeti, era un vero spettacolo vedere qualcuno della sua stazza salire, scendere e volteggiare intorno ad un abete, in uno stile inimitabile dell'addobbo che pareva un ballo.
Ma lei se ne stava su quella panchina da almeno un'ora, con lo sguardo fisso su di lui. Il Tricheco era uno di poche parole, ma forse anche lei.
Aveva ripreso a nevicare. Bello, poetico, d'atmosfera. Ma gli rallentava dannatamente il lavoro, vista la quantità di fiocchi che gli si infilavano negli occhi. Indossò la maschera da snowboard.
"Ehi tu, lassù. Vieni un attimino qui a terra" lo intimò una voce, non certo da ragazzina.
Il Tricheco si spinse più forte contro il solido tronco e mollò la cima, planando al suolo con una naturalezza inaspettata. Sia la piccoletta che il nuovo arrivato erano rimasti a bocca aperta.
"Buon pomeriggio sindaco, volevo ringraziarla per..." cominciò, ma Walder lo interruppe "Lasci perdere i convenevoli, quando rimetterà in sesto il mio albero? Se entro domani non sarà finito, saremo costretti a sospendere il mercatino natalizio anche nel giorno della vigilia. Lei sa cosa vuol dire?". Il Tricheco annuì, non c'era nulla di difficile da intendere, l'anima economica del Natale batteva ogni smanceria.
"E i mancati ricavi si sommano al danno diretto sull'albero e sugli addobbi. Erano dei ladri professionisti, non c'è dubbio" sputacchiò con aria schifata, come parlasse di scarafaggi. "Mi ha detto che l'albero è stato abbattuto da qualche teppista, si potrebbe trattare di puro vandal..." provò a mediare il Tricheco, ma fu di nuovo interrotto da Walder "Che vandalismo o teppismo?! Quando ho parlato con lei al telefono, non avevamo ancora finito di raccogliere gli addobbi dai dintorni. Si è trovato tutto, tutto fino all'ultima stellina e pallina, eccetto un pezzo. L'unico che avesse davvero un valore. La nostra punta di splendente vetro ambrato" disse con una maschera di disperazione. "Sarà andata in frantumi con l'impatto a terra" suppose il Tricheco, ricordando quanto fosse delicata. "Nient'affatto, non abbiamo trovato neppure un frammento. Valeva almeno centomila euro, lo sa?" strillò senza ritegno il sindaco. "Ecco perché la scorsa volta mi assillava, chiedendomi di fare molta attenzione nel fissaggio" disse mentre si sistemava la maschera sulla testa pelata. "Qualcuno si è permesso di rubarla, era un oggetto quasi sacro per noi, l'opera più nota dell'unico concittadini maestro vetraio. Era emigrato direttamente da Murano, un raro sopravvissuto della sua stirpe di Maestri, sa?"
ll Tricheco annuì di nuovo. Poi il suo senso pratico prese il sopravvento "E quindi ora io che ci metto in cima?".
Walder divenne paonazzo, ritenendola una provocazione, "Ho messo i segugi migliori sulle tracce della punta ambrata, confido che tra oggi e domani abbiano già ritrovato il nostro tesoro".
Segugi? Che stava blaterando? Davvero questo era il sindaco di un comune tanto prestigioso?
"Sono arrivati stamattina, più tardi penso passeranno anche da lei, per una deposizione" aggiunse, prima di girare i tacchi, "Non ho avuto sua risposta riguardo al lavoro, considero la consegna pattuita per domani" e sparì.
Il Tricheco ne fu lieto e riprese il lavoro.
Il gran campanile dalla cipolla nera scandì le cinque in punto. La neve non cadeva più, il sole era ormai dietro il crinale. Rokja vide l'omone calarsi e sganciare i moschettoni. "Ancora qui?" le chiese, come se si fosse accorto ora della sua permanenza sotto l'albero, "Questo è il momento giusto per uno spuntino". Si diresse a gran passi dal panettiere che stava nell'unica via di accesso alla piazza. Lei, con i pattini ancora a tracolla, lo seguì come fosse stata invitata.
Drin dlon, sprizzò di gioia il campanello attaccato alla porta, sotto la spinta vigorosa dell'addobbatore. "Tricheco!" lo salutò con altrettanta leggiadria una voce femminile dietro il banco.
"Se questo disastro dell'albero ha portato qualcosa di buono, di sicuro è il tuo ritorno nella stessa stagione" lo fece sentire benvenuto Lena. Lui le sorrise, con tutti i denti che aveva in bocca.
Rokja era entrata senza far rumore, nella scia dell'omone, e osservava la scena con sorpresa. Quei due si conoscevano, lo si capiva da quanta confidenza gli concedeva Lena, più che a ogni altro cliente forestiero affezionato. Si punzecchiarono e pettinarono per almeno altri cinque minuti.
"Nella seconda infornata avevi un po' di quel tuo pane speciale alla segale? Il più croccante cha abbia mai addentato" la lusingò l'omone, in un balletto di moine da liceali. Lena aveva all'incirca la sua stessa età, tra i cinquanta e i sessanta.
"Quello con i semi di girasole sparsi sopra, come piacciono a te, nei giorni in cui le gengive non ti dolgono" annuì la cassiera.
"La solita memoria di elefante, vero Lena?" constato quello che lei chiamava il Tricheco. "Meglio la memoria che il sedere"
Lui ridacchiò, poi si fece piu serio "A proposito di memoria. Eri in negozio quando l'albero è stato abbattuto? Ricordi di aver visto qualcuno per strada?" "Ero da sola e avevo due clienti, non mi potevo assentare. Comunque da quando ho sentito il fracasso a quando è arrivata la polizia, qua davanti non è passato nessuno, me ne ricorderei".
"Non ne dubito" commentò l'omone un po' deluso. "Però questo non quadra, visto che il sindaco mi ha detto che è sparita la punta del maestro veneziano".
"Muranese" lo corresse una vocina alle sue spalle. Era la prima volta che Rokja parlava in sua presenza, e già si era sentita una stupida. Le era venuto in spontaneo di correggerlo.
I basettoni dell'omone si incresparono un istante, percorsi dall'intuizione. "Sai Lena, anche a me dopotutto fa piacere essere tornato a Castelrotto. A casa ero solo come un cane, almeno qui ho questa ragazzina che mi segue ovunque. Tu con chi passerai le feste? Sei sposata?".
"Sposata?" squillò la voce della cassiera dall'infallibile memoria "Certo, ho pure tre figli e sei nipoti che mi forzeranno a giocare per tutte le feste".
"Meglio così" tagliò corto l'uomo, afferrando il sacchetto con la pagnotta alla segale che aveva acquistato. "Grazie e a più tardi".
Rokja aspettò che la porta si chiudesse dietro di lui e si avvicinò al bancone. "Di nuovo qui?" le chiese Lena "lo conosci quello?" "Certo, un pezzo d'uomo così non si lascia passare senza un buon amo" "Ma gli hai appena detto che sei sposata, con nipoti! È una gran bugia" "Mai dire a un uomo di quell'età che non sei sposata. Se gli interessi, potrebbe farsi strani pensieri".
Rokja rise dentro e si ritrasse fuori: quanto erano stupidi quei giochi pseudo psicologici da adulti. Meglio tornarsene a casa ora. Tra se e se pensò che forse poteva fidarsi del Tricheco.
"Quelli come voi li conosco! Sono stato a Berlino est negli anni 80, ero l'unico assaggiatore di vodka occidentale di cui si fidassero" rispose ad alta voce il Tricheco , quando Klaus D.F. lo incalzò con l'ennesima domanda provocatoria. Intervenne l'altro, Klaus D.D. "Non fa senso nascondere informazioni, signor Tricheco. Se il mio collega le chiede un alibi per il ventidue dicembre è perché vuole verificare accuratamente".
Il Tricheco però aveva smesso di ascoltare le scuse del Klaus buono. Erano identici, come i loro nomi. Sapeva che entrambi erano relitti dell'agenzia, non c'erano dubbi.
Il sindaco aveva fatto bene a chiamarli segugi. Quei due tedeschi sarebbero corsi ai fianchi di un orso sino al confine del mondo, pur di trovare quel che gli era stato richiesto. Loro non indagavano, seguivano la pista e ritrovavano, a qualunque costo. Così erano stati addestrati.
Uno dei due Klaus sospettava che la punta ambrata l'avesse fatta sparire lui, dopo essersi reso conto del suo valore durante l'addobbo precedente. L'altro invece seguiva la pista del racket sudtirolese, che si stava vendicando sul comune per aver affidato il lavoro di addobbo ad un professionista che veniva da fuori provincia.
Rokja osservava la discussione, impaurita, senza muoversi dalla sua solita panchina.
Il Tricheco continuò a discutere con i due segugi, senza mai spostare lo sguardo su di lei per un istante. Poi Klaus e Klaus rimontarono sul loro furgone scoppiettante e se ne andarono a torchiare altri abitanti di Castel rotto.
Il Tricheco era paonazzo, ma si accinse a ritornare sull'albero.
Si accorse che la ragazzina si era alzata dalla panchina e ora gli porgeva qualcosa. Era una punta, intagliata nel legno, una copia quasi esatta di quella di vetro scomparsa.
"Ma questa è..." sussurrò il Tricheco.
"Quella di mio nonno è sicuramente piu' bella, ma a me serviva la sua come modello per poter scolpire la mia.
Il Tricheco mostrò il suo sorriso a tutti denti. Sapeva sin da quando aveva parlato con Lena che era stata la ragazzina a raccogliere la punta caduta, ma ora sapeva anche il perché.
"E' fantastica" commentò sinceramente, soppesando il manufatto perfettamente levigato, nel legno bruno. "Tuo nonno sarebbe fiero. Punta in alto piccola, punta sempre in alto."