[CN25] La contessa
Posted: Fri Jan 02, 2026 7:48 pm
Traccia n. 6. - C'era qualcosa fuori posto. L'appartamento era buio, il silenzio troppo compatto. Una delle porte del salotto era socchiusa. Ne filtrava una debole luce: la lampada sul tavolino degli scacchi.
Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
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C'era qualcosa fuori posto. L'appartamento era buio, il silenzio troppo compatto. Una delle porte del salotto era socchiusa. Ne filtrava una debole luce: la lampada sul tavolino degli scacchi.
Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
Infila le dita fra le pagine del libro per tenere il segno. Non vuole sapere cosa c’è nel grande salone di quell’appartamento.
Stasera è speciale, e lei vuole centellinarne ogni momento.
Si sistema meglio la coperta sulle ginocchia e fissa le fiamme nel camino.
Di fianco alla sua poltrona, il divano di cuoio riflette la luce calda. Sul tavolino, che li separa, si trova un bicchierino di amaro e mezza tazza di tisana all’arancio. Nel cassetto sotto al piano ci sono nascoste le sigarette ancora dai tempi in cui le proibivano di fumare in casa. All’epoca si sedeva sul bordo di pietra e sbuffava il fumo nella cappa. Subito dopo incendiava la piccola pira già pronta e nessuno se ne accorgeva. Una maestra della clandestinità innocente.
Il primo tiro è sempre il migliore.
Si guarda attorno.
A parte le due armature medievali a guardia della porta, non c’è nessuno.
Le scoccia chiamare il maggiordomo perché è senza posacenere, però le scoccia anche tirare fuori le gambe dalla copertina per raggiungere il camino.
Non le rimane altro che buttare giù l’ultimo sorso di tisana e fare quella cosa ributtante, ossia usare la tazza come posacenere.
Ha sempre amato la sensazione della sigaretta fra indice e medio. Appoggia bene il gomito al bracciolo e lascia ricadere la mano verso l’esterno. Con un gesto elegante recupera l’avambraccio e fa un altro tiro. Le piace come il pollice gioca con le unghie scarlatte del mignolo e dell’anulare mentre espira una nuvoletta di nicotina.
Torna al libro e si chiede pigramente quanto grande deve essere un appartamento per contenere un salotto e un salone. Il suo salone è talmente grande che la luce dietro alla poltrona non riesce ad illuminarne gli angoli più distanti. Sono immersi nel buio.
Se si aprisse di uno spiraglio la porta in fondo forse si potrebbe vedere un lembo del salottino verde, quella fra le armature invece rivelerebbe uno spicchio del tappetto bordeaux del corridoio. Quel tappeto che ingoia i passi di chiunque e che l’aveva salvata ogni volta che da ragazza tornava fuori orario. I tendaggi ricoprono le tre portefinestre. Stasera, prima di accomodarsi, aveva liberato le nappine così da nascondere i riflessi della luna sulla neve. Le piace l’oscurità avvolgente, la fa sentire al sicuro, protetta nel suo ruolo che a breve abbandonerà.
Quindi, riabbassando gli occhi sul libro, cosa poteva esserci di così interessante in quel salone: un cadavere, un malintenzionato oppure anche un’assenza, un quadro mancante, una sedia fuori posto.
“Contessa, la macchina è pronta.”
“Grazie, Sebastiano.”
“Le ricordo la cena di famiglia alle 20.30, i primi ospiti arriveranno alle 20.15. Ha esattamente 120 minuti.”
“L’abito è pronto?”
“L’attende in camera.”
La contessa si infila fra le due armature, percorre il corridoio fino alla terza porta a sinistra.
Entra in garage, consapevole che non l’avrebbe più fatto con quelle intenzioni.
Alla sua destra trovail giaccone con una tasca appesantita e gli anfibi, che indossa prima di salire nella Mini già accesa.
Non fa un gesto di troppo, ma segue il fluire di un rituale sincronizzato con la propria respirazione profonda e calma. Festina lente era il motto ereditato assieme ai debiti di gioco lasciati dal padre.
Il portone del garage si alza e in fondo al viale si apre il cancello.
Esce a velocità moderata, consona ad una contessa, di cui si suppone che non abbia nulla da fare, se non vivere di rendita e godersi la vita.
Si immette nella strada deserta e pochi minuti dopo parcheggia davanti alla chiesa di San Giuseppe, che frequenta con devozione a ogni festa comandata. Raggiunge il banco donato dalla sua famiglia con i guadagni di sua madre. La nobildonna aveva capito quanto era importante mantenere buoni rapporti con il clero e con i pari per conservare la propria posizione; era una maestra nel curare le relazioni, soprattutto quelle di letto che garantivano la sopravvivenza della famiglia.
La contessa aveva scelto un’altra carriera, altrettanto discreta, ma molto più remunerativa.
Nel primo confessionale a destra la contessa si infila la giacca da rider, capellino, passamontagna, si mette lo zaino in spalla ed esce per prendere la bicicletta.
Senza pensare al fratello e alla sorella, che dalle questioni famigliari si sono sempre tenuti distanti per continuare la loro vita da parassiti, pedala nella città semideserta fino ad arrivare da Hutong. Spera che il suo ordine sia già pronto. Ma così non è, bisogna aspettare dieci minuti. C’era da chiedersi quanti ordini potevano esserci il giorno di Santo Stefano.
Non c’è problema, ha ancora margine. Si sposta fuori dal raggio dei lampioni e si concede un’altra sigaretta ben attenta a non levarsi i guanti. Gli arabeschi del fumo le ricordano il locale dove aveva incontrato un’unica volta il suo contatto, quello che sarebbe diventato il tramite con il suo datore di lavoro. Il dialogo era stato breve, ad essere onesti era un ricatto. L’uomo dall’aria insignificante le aveva detto che per una giovane donna in grado di risolvere i problemi come aveva fatto con il proprio padre, si aprivano le porte per una carriera costante e duratura nel tempo, ma soprattutto molto redditizia. L’aveva anche rassicurata: non avrebbe dovuto investire molto tempo, doveva continuare a fare la propria vita e mettere al loro servizio la sua creatività.
Appena l’ordine è nello zaino, pedala verso il centro. Continua a pensare agli ultimi vent’anni, ai viaggi fatti per svolgere gli incarichi che riceveva attraverso quell’ometto banale. Ammette con sé stessa che si è divertita, anche se ora si rende conto di non aver più bisogno né del denaro e tantomeno dell’adrenalina. Si era fatta carico di tutti i problemi della sua casata e coperta dalla vita frivola di contessina rampante li aveva risolti a uno a uno.
Il mondo è piccolo e nel tempo aveva identificato l’uomo degli incarichi. Sapeva che era più anziano di lei di una decina di anni e ne aveva scoperto l’indirizzo grazie al suo fido maggiordomo Sebastiano. Già, Sebastiano, il giovane delinquente venezuelano che per essere felice aveva bisogno di essere al servizio di una donna, di obbedirle in tutto e per tutto. Dopo i primi cinque anni era stato un vero sollievo trovare un complice come lui. Si erano trovati subito bene, era un ottimo pianificatore, razionale e preciso, creativo quanto lei, ma incapace di mettere in atto i propri progetti. Era destinato a scomparire fra le baracche di un barrio di Caracas, se non avesse assistito ad un incarico di lei e si fosse offerto di migliorare la logistica.
Sebastiano si era anche assicurato che quell’uomo scialbo fosse l’unico contatto con l’organizzazione.
La contessa si ferma davanti ad un condominio di otto piani. Appoggia la bicicletta al muro e citofona a Bruno Occhielli. “Ultimo piano” una voce prima del clic della porta che si apre.
Ascensore. Otto.
Avvita il silenziatore e reinfila l’arma nella giacca.
Percorre il corridoio a passo deciso.
Ultima porta in fondo.
Bussa.
Il signor Occhielli è sorpreso che l’uomo delle consegne sia una donna e che questa lo spinga dentro con violenza. Il signor Occhielli è rimasto un nerd nonostante i suoi sessant’anni, ma dispone di quello che la contessa si immagina sia il salone di un appartamento. Il pavimento è di marmo bianco e lucido, come aveva desiderato la cognata nell’appartamento coniugale e come la contessa si immaginava fosse quello del romanzo.
“Contessa?” Una domanda retorica che contiene già tutte le risposte.
“Mi ritiro dal servizio.”
I loro occhi si incontrano per un istante, prima che la contessa gli spari direttamente al cuore.
Lui precipita a terra senza emettere un suono. Per sicurezza gli appoggia la canna in fronte e spara un’altra volta cancellando lo stupore dal suo volto. Il 2 gennaio attenderanno invano Bruno Occhielli al lavoro ufficiale, la ditta di spedizione dovrà fare a meno del suo miglior contabile.
La contessa avrebbe voluto inscenare un dialogo finale, ma la cautela l’ha trattenuta.
Nel suo ambito l’unico modo per ritirarsi dal servizio è di eliminare l’unico contatto con i propri datori di lavoro. È una regola non scritta, l’unica per diventare vecchi e godersi i frutti del proprio lavoro.
Ben attenta a non mettere i piedi nella pozzanghera rossa, ispeziona l’appartamento. Come previsto non c’è nessuno, nemmeno un gatto e nemmeno un salotto.
Esce dall’edificio sapendo che nelle prossime ventiquattro ore i filmati di sicurezza verranno sovrascritti e il rider con le ciocche bionde che sfuggono dal cappellino sparirà per sempre.
Tornata a San Giuseppe, entra in chiesa, si leva l’abbigliamento da lavoro, infila tutto nello zaino aggiungendo una busta con il denaro ed esce dalla porta laterale.
Vicino alla macchina l’attende un uomo.
“Grazie, Kunal, lo scherzo è ben riuscito, potrei rubarti il mestiere di rider. Nello zaino è rimasto del cibo.”
“Grazie, signora. Se hai bisogno ancora, io sono qui.”
“Buone feste a te e alla tua famiglia.”
Si abbracciano brevemente.
Non c’è traffico nemmeno al ritorno.
Appena infila il viale, il cancello alle sue spalle si chiude e si apre il garage.
Scesa dalla macchina si sfila la giacca e gli anfibi, a piedi nudi arriva in fondo al corridoio, sale al primo piano.
La porta della sua camera è socchiusa.
Sebastiano ha preparato tutto, in bagno scorre l’acqua calda della doccia.
Quindici minuti dopo la contessa si sta truccando seduta alla sua toeletta; si sistema lo chignon basso, controlla il suo conto alle Caiman. Ormai la famiglia è salva da qualche anno e per qualche generazione. Non le rimane che godersi i frutti del suo lavoro e divertirsi tenendo sulla corda i suoi parenti così affettuosi e attenti, sempre pronti a carpire informazioni sulla fondazione che li mantiene tutti.
Un ultimo sguardo allo specchio. Deve ammettere che il nero le dona davvero, così come gli abiti lunghi e morbidi. La lunga collana di perle e oro bianco le illumina l’incarnato, sembra quasi ringiovanita. Si sente come un qualsiasi altro neopensionato: sollevato e inebriato dal senso di libertà.
Sebastiano l’attende ai piedi delle scale.
“Contessa, ben arrivata, è splendida. È andato tutto secondo le sue aspettative?”
“Si, grazie.”
“Gradisce ispezionare la sala da pranzo? Mancano quindici minuti al primo ospite.”
“Sarà di sicuro quella stronza di mia cugina con marito e figli. Mi ritiro un momento davanti al camino, ho bisogno di rilassarmi prima di vedere tutti i parenti.”
Era una piccola bugia, la verità è che ora vuole sapere cosa si trova nel salone del libro.
“Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
Tutto come al solito, tranne l’uomo riverso sulla poltrona che fissava l’ultima mossa sulla scacchiera. Un foro nella tempia non lasciava dubbi.”
Quindi anche nel romanzo era passato un collega.
Soddisfatta e serena, quasi di buonumore, rimette il segnalibro pronta per la tradizionale cena di Santo Stefano assieme alle sanguisughe che, per educazione, definiva famiglia.
Poco prima del dolce Sebastiano le porge una busta su un vassoio d’argento. Ha lo stesso aspetto delle buste che le inviava Bruno Occhielli.
Il vociare della tavolata si affievolisce per un momento, la cugina allunga il collo, ma non c’è mittente da sbirciare.
Sebastiano si mette alle sue spalle mentre lei apre la busta con il tagliacarte. Sempre il solito cartoncino color crema, ma la calligrafia è diversa.
Nessun obiettivo, solo una frase: “Dimissioni accettate.”
Restituisce tutto a Sebastiano.
“Zia, qualcosa di urgente? Brutte notizie?”
“No, cara.”, risponde alla nipote preferita “Mi confermano solo la partecipazione al torneo di golf sulla neve a St. Moritz, sai gli organizzatori sono molto precisi. Vero Sebastiano?”
Quasi come l’organizzazione dalla quale dovrá guardarsi in futuro.
Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
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C'era qualcosa fuori posto. L'appartamento era buio, il silenzio troppo compatto. Una delle porte del salotto era socchiusa. Ne filtrava una debole luce: la lampada sul tavolino degli scacchi.
Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
Infila le dita fra le pagine del libro per tenere il segno. Non vuole sapere cosa c’è nel grande salone di quell’appartamento.
Stasera è speciale, e lei vuole centellinarne ogni momento.
Si sistema meglio la coperta sulle ginocchia e fissa le fiamme nel camino.
Di fianco alla sua poltrona, il divano di cuoio riflette la luce calda. Sul tavolino, che li separa, si trova un bicchierino di amaro e mezza tazza di tisana all’arancio. Nel cassetto sotto al piano ci sono nascoste le sigarette ancora dai tempi in cui le proibivano di fumare in casa. All’epoca si sedeva sul bordo di pietra e sbuffava il fumo nella cappa. Subito dopo incendiava la piccola pira già pronta e nessuno se ne accorgeva. Una maestra della clandestinità innocente.
Il primo tiro è sempre il migliore.
Si guarda attorno.
A parte le due armature medievali a guardia della porta, non c’è nessuno.
Le scoccia chiamare il maggiordomo perché è senza posacenere, però le scoccia anche tirare fuori le gambe dalla copertina per raggiungere il camino.
Non le rimane altro che buttare giù l’ultimo sorso di tisana e fare quella cosa ributtante, ossia usare la tazza come posacenere.
Ha sempre amato la sensazione della sigaretta fra indice e medio. Appoggia bene il gomito al bracciolo e lascia ricadere la mano verso l’esterno. Con un gesto elegante recupera l’avambraccio e fa un altro tiro. Le piace come il pollice gioca con le unghie scarlatte del mignolo e dell’anulare mentre espira una nuvoletta di nicotina.
Torna al libro e si chiede pigramente quanto grande deve essere un appartamento per contenere un salotto e un salone. Il suo salone è talmente grande che la luce dietro alla poltrona non riesce ad illuminarne gli angoli più distanti. Sono immersi nel buio.
Se si aprisse di uno spiraglio la porta in fondo forse si potrebbe vedere un lembo del salottino verde, quella fra le armature invece rivelerebbe uno spicchio del tappetto bordeaux del corridoio. Quel tappeto che ingoia i passi di chiunque e che l’aveva salvata ogni volta che da ragazza tornava fuori orario. I tendaggi ricoprono le tre portefinestre. Stasera, prima di accomodarsi, aveva liberato le nappine così da nascondere i riflessi della luna sulla neve. Le piace l’oscurità avvolgente, la fa sentire al sicuro, protetta nel suo ruolo che a breve abbandonerà.
Quindi, riabbassando gli occhi sul libro, cosa poteva esserci di così interessante in quel salone: un cadavere, un malintenzionato oppure anche un’assenza, un quadro mancante, una sedia fuori posto.
“Contessa, la macchina è pronta.”
“Grazie, Sebastiano.”
“Le ricordo la cena di famiglia alle 20.30, i primi ospiti arriveranno alle 20.15. Ha esattamente 120 minuti.”
“L’abito è pronto?”
“L’attende in camera.”
La contessa si infila fra le due armature, percorre il corridoio fino alla terza porta a sinistra.
Entra in garage, consapevole che non l’avrebbe più fatto con quelle intenzioni.
Alla sua destra trovail giaccone con una tasca appesantita e gli anfibi, che indossa prima di salire nella Mini già accesa.
Non fa un gesto di troppo, ma segue il fluire di un rituale sincronizzato con la propria respirazione profonda e calma. Festina lente era il motto ereditato assieme ai debiti di gioco lasciati dal padre.
Il portone del garage si alza e in fondo al viale si apre il cancello.
Esce a velocità moderata, consona ad una contessa, di cui si suppone che non abbia nulla da fare, se non vivere di rendita e godersi la vita.
Si immette nella strada deserta e pochi minuti dopo parcheggia davanti alla chiesa di San Giuseppe, che frequenta con devozione a ogni festa comandata. Raggiunge il banco donato dalla sua famiglia con i guadagni di sua madre. La nobildonna aveva capito quanto era importante mantenere buoni rapporti con il clero e con i pari per conservare la propria posizione; era una maestra nel curare le relazioni, soprattutto quelle di letto che garantivano la sopravvivenza della famiglia.
La contessa aveva scelto un’altra carriera, altrettanto discreta, ma molto più remunerativa.
Nel primo confessionale a destra la contessa si infila la giacca da rider, capellino, passamontagna, si mette lo zaino in spalla ed esce per prendere la bicicletta.
Senza pensare al fratello e alla sorella, che dalle questioni famigliari si sono sempre tenuti distanti per continuare la loro vita da parassiti, pedala nella città semideserta fino ad arrivare da Hutong. Spera che il suo ordine sia già pronto. Ma così non è, bisogna aspettare dieci minuti. C’era da chiedersi quanti ordini potevano esserci il giorno di Santo Stefano.
Non c’è problema, ha ancora margine. Si sposta fuori dal raggio dei lampioni e si concede un’altra sigaretta ben attenta a non levarsi i guanti. Gli arabeschi del fumo le ricordano il locale dove aveva incontrato un’unica volta il suo contatto, quello che sarebbe diventato il tramite con il suo datore di lavoro. Il dialogo era stato breve, ad essere onesti era un ricatto. L’uomo dall’aria insignificante le aveva detto che per una giovane donna in grado di risolvere i problemi come aveva fatto con il proprio padre, si aprivano le porte per una carriera costante e duratura nel tempo, ma soprattutto molto redditizia. L’aveva anche rassicurata: non avrebbe dovuto investire molto tempo, doveva continuare a fare la propria vita e mettere al loro servizio la sua creatività.
Appena l’ordine è nello zaino, pedala verso il centro. Continua a pensare agli ultimi vent’anni, ai viaggi fatti per svolgere gli incarichi che riceveva attraverso quell’ometto banale. Ammette con sé stessa che si è divertita, anche se ora si rende conto di non aver più bisogno né del denaro e tantomeno dell’adrenalina. Si era fatta carico di tutti i problemi della sua casata e coperta dalla vita frivola di contessina rampante li aveva risolti a uno a uno.
Il mondo è piccolo e nel tempo aveva identificato l’uomo degli incarichi. Sapeva che era più anziano di lei di una decina di anni e ne aveva scoperto l’indirizzo grazie al suo fido maggiordomo Sebastiano. Già, Sebastiano, il giovane delinquente venezuelano che per essere felice aveva bisogno di essere al servizio di una donna, di obbedirle in tutto e per tutto. Dopo i primi cinque anni era stato un vero sollievo trovare un complice come lui. Si erano trovati subito bene, era un ottimo pianificatore, razionale e preciso, creativo quanto lei, ma incapace di mettere in atto i propri progetti. Era destinato a scomparire fra le baracche di un barrio di Caracas, se non avesse assistito ad un incarico di lei e si fosse offerto di migliorare la logistica.
Sebastiano si era anche assicurato che quell’uomo scialbo fosse l’unico contatto con l’organizzazione.
La contessa si ferma davanti ad un condominio di otto piani. Appoggia la bicicletta al muro e citofona a Bruno Occhielli. “Ultimo piano” una voce prima del clic della porta che si apre.
Ascensore. Otto.
Avvita il silenziatore e reinfila l’arma nella giacca.
Percorre il corridoio a passo deciso.
Ultima porta in fondo.
Bussa.
Il signor Occhielli è sorpreso che l’uomo delle consegne sia una donna e che questa lo spinga dentro con violenza. Il signor Occhielli è rimasto un nerd nonostante i suoi sessant’anni, ma dispone di quello che la contessa si immagina sia il salone di un appartamento. Il pavimento è di marmo bianco e lucido, come aveva desiderato la cognata nell’appartamento coniugale e come la contessa si immaginava fosse quello del romanzo.
“Contessa?” Una domanda retorica che contiene già tutte le risposte.
“Mi ritiro dal servizio.”
I loro occhi si incontrano per un istante, prima che la contessa gli spari direttamente al cuore.
Lui precipita a terra senza emettere un suono. Per sicurezza gli appoggia la canna in fronte e spara un’altra volta cancellando lo stupore dal suo volto. Il 2 gennaio attenderanno invano Bruno Occhielli al lavoro ufficiale, la ditta di spedizione dovrà fare a meno del suo miglior contabile.
La contessa avrebbe voluto inscenare un dialogo finale, ma la cautela l’ha trattenuta.
Nel suo ambito l’unico modo per ritirarsi dal servizio è di eliminare l’unico contatto con i propri datori di lavoro. È una regola non scritta, l’unica per diventare vecchi e godersi i frutti del proprio lavoro.
Ben attenta a non mettere i piedi nella pozzanghera rossa, ispeziona l’appartamento. Come previsto non c’è nessuno, nemmeno un gatto e nemmeno un salotto.
Esce dall’edificio sapendo che nelle prossime ventiquattro ore i filmati di sicurezza verranno sovrascritti e il rider con le ciocche bionde che sfuggono dal cappellino sparirà per sempre.
Tornata a San Giuseppe, entra in chiesa, si leva l’abbigliamento da lavoro, infila tutto nello zaino aggiungendo una busta con il denaro ed esce dalla porta laterale.
Vicino alla macchina l’attende un uomo.
“Grazie, Kunal, lo scherzo è ben riuscito, potrei rubarti il mestiere di rider. Nello zaino è rimasto del cibo.”
“Grazie, signora. Se hai bisogno ancora, io sono qui.”
“Buone feste a te e alla tua famiglia.”
Si abbracciano brevemente.
Non c’è traffico nemmeno al ritorno.
Appena infila il viale, il cancello alle sue spalle si chiude e si apre il garage.
Scesa dalla macchina si sfila la giacca e gli anfibi, a piedi nudi arriva in fondo al corridoio, sale al primo piano.
La porta della sua camera è socchiusa.
Sebastiano ha preparato tutto, in bagno scorre l’acqua calda della doccia.
Quindici minuti dopo la contessa si sta truccando seduta alla sua toeletta; si sistema lo chignon basso, controlla il suo conto alle Caiman. Ormai la famiglia è salva da qualche anno e per qualche generazione. Non le rimane che godersi i frutti del suo lavoro e divertirsi tenendo sulla corda i suoi parenti così affettuosi e attenti, sempre pronti a carpire informazioni sulla fondazione che li mantiene tutti.
Un ultimo sguardo allo specchio. Deve ammettere che il nero le dona davvero, così come gli abiti lunghi e morbidi. La lunga collana di perle e oro bianco le illumina l’incarnato, sembra quasi ringiovanita. Si sente come un qualsiasi altro neopensionato: sollevato e inebriato dal senso di libertà.
Sebastiano l’attende ai piedi delle scale.
“Contessa, ben arrivata, è splendida. È andato tutto secondo le sue aspettative?”
“Si, grazie.”
“Gradisce ispezionare la sala da pranzo? Mancano quindici minuti al primo ospite.”
“Sarà di sicuro quella stronza di mia cugina con marito e figli. Mi ritiro un momento davanti al camino, ho bisogno di rilassarmi prima di vedere tutti i parenti.”
Era una piccola bugia, la verità è che ora vuole sapere cosa si trova nel salone del libro.
“Sospinse la porta e si affacciò nel grande salone.
Tutto come al solito, tranne l’uomo riverso sulla poltrona che fissava l’ultima mossa sulla scacchiera. Un foro nella tempia non lasciava dubbi.”
Quindi anche nel romanzo era passato un collega.
Soddisfatta e serena, quasi di buonumore, rimette il segnalibro pronta per la tradizionale cena di Santo Stefano assieme alle sanguisughe che, per educazione, definiva famiglia.
Poco prima del dolce Sebastiano le porge una busta su un vassoio d’argento. Ha lo stesso aspetto delle buste che le inviava Bruno Occhielli.
Il vociare della tavolata si affievolisce per un momento, la cugina allunga il collo, ma non c’è mittente da sbirciare.
Sebastiano si mette alle sue spalle mentre lei apre la busta con il tagliacarte. Sempre il solito cartoncino color crema, ma la calligrafia è diversa.
Nessun obiettivo, solo una frase: “Dimissioni accettate.”
Restituisce tutto a Sebastiano.
“Zia, qualcosa di urgente? Brutte notizie?”
“No, cara.”, risponde alla nipote preferita “Mi confermano solo la partecipazione al torneo di golf sulla neve a St. Moritz, sai gli organizzatori sono molto precisi. Vero Sebastiano?”
Quasi come l’organizzazione dalla quale dovrá guardarsi in futuro.