[CN25] Almeno a Natale
Posted: Fri Jan 02, 2026 4:12 pm
Traccia 8
Il freddo era pungente, un cielo lattiginoso sembrava promettere neve, ma la temperatura gelida avrebbe dissuaso anche il più intrepido dei fiocchi a scendere per un’iconica immagine natalizia.
Natalia questa volta voleva imporsi, basta con questa storia di stare tutti insieme almeno a Natale, se nessuno si prendeva la briga di vedersi tra zii e cugini il resto dell’anno, ci sarà pure stato un motivo, no?
“Smettila di parlare da sola, sembri matta, fai pure no con la testa, ma chi ti si sposa se fai così! E ti imploro, almeno a Natale…”
Eccola la mamma, sempre pronta a dare supporto. Natalia la fissa tagliente, ma deve sedersi e premere forte le tempie, digrigna i suoi denti perfetti, abbassa la fronte confidando che i lunghi capelli neri nascondano la sua sofferenza allo sguardo accusatorio della madre.
Era il terzo Natale che passava ospite di sua madre, doveva essere un appoggio temporaneo, per riprendersi dal brutto incidente avuto mentre guidava a troppa velocità, dopo aver trovato a letto il suo compagno con la sua migliore amica. Un altro cliché: la sua vita sembrava adorarli.
Non era forse andata via dalla sua città dopo che Martin, il bellissimo Martin, aveva preferito sua cugina Cassandra? Eppure stavano praticamente insieme, semplicemente non se lo erano dichiarati, sembravano in sintonia nel voler prolungare il più possibile il loro flirt, ma diamine se stavano insieme. Con Cassandra si era lasciato da più di un anno, lei non c’entrava nulla, si erano scoperti dopo, ma sua cugina non si rassegnava, aveva finito per stravolgere la realtà, la incolpava della fine della sua relazione, l’aveva additata come una poco di buono, cercava ogni pretesto per stare con Martin. E poi li vide baciarsi.
Era sempre stata impulsiva Natalia, aveva fatto i bagagli in meno di un’ora, contattata un’amica a Milano, bloccato il numero di Martin e addio a tutti.
I tre anni successivi erano stati sereni, a 25 anni si era scoperta un’abile agente di commercio, macinava chilometri tutti i giorni, ma lo stipendio la ripagava. La sua migliore amica era felice di dividere le spese del suo appartamento con lei, Natalia non sapeva che era felice anche di dividere Luigi con lei.
Cappottata con doppia giravolta con la macchina aziendale, danni fisici tutto sommato minimi, salvo l’esplosione dell’airbag che a distanza di oltre tre anni le aveva lasciato un fastidio simile all’acufene e fortissime fitte alla testa, improvvise, dolorosissime e frequenti. Troppo insicura per riprendere il lavoro che richiedeva lunghissimi percorsi in macchina, senza più un posto dove stare, sperava in una breve convalescenza a casa dei suoi.
La prima cosa che le aveva detto sua madre, anzi, le prime due, erano state:
-Non pensare di stare qui a farti i tuoi porci comodi, sei un ospite.
-Vedi di stare lontana da Cassandra e Martin.
Suo padre non aveva detto nulla, ma almeno l’aveva abbracciata quando si era presentata a casa.
Natalia credeva di fermarsi meno di un mese, era certa che fitte e ronzio avrebbero avuto vita breve, ma i malesseri non erano dello stesso avviso.
Quasi tutti i risparmi erano serviti a ripagare la costosa macchina aziendale che non aveva un’assicurazione casko e, dal momento che era stata accertata la guida imprudente, aveva dovuto pagare, anche se uno dei tanti zii che amano dare consigli non richiesti, non aveva perso occasione per darle della stupida, perché secondo lui doveva mettere in mezzo un avvocato.
Alla fine si era trovata a dare una mano all’alimentari di uno zio paterno. In realtà era quella più vessata e che lavorava più ore, ma gli altri erano tutti proprietari e derubricare il suo ruolo li faceva sentire filantropi, senza obbligo di metterla in regola e senza la necessità di conteggiare con esattezza le ore da retribuire.
Quasi 29 anni, ospite a casa dei suoi, malpagata per un lavoro che detestava, tradita due volte, sofferente e insicura di riuscire a liberarsi di una vita non scelta, che la stava avviluppando.
In una città di quasi centomila abitanti, anche se ci tengono ad affermare il contrario, ci si conosce praticamente tutti, almeno di vista, ma sapendo tutte le dicerie, preferibilmente maldicerie, di ognuno.
Natalia ha sentito praticamente tutti i suoi parenti parlare male di altri parenti. Quando, tre anni prima, sua madre aveva invitato per una merenda sorelle, cognate e cugine, per organizzare la festa di Natale il mese successivo, mentre le presenti facevano a gara per sparlare di chi non c’era, le era sembrato naturale chiedere perché mai si affannassero ad organizzare una festa che riuniva quasi sessanta persone, nonostante durante il resto dell’anno non si cercavano e si vedevano solo casualmente.
Mentre le sue orecchie si rilassavano nel silenzio gelido sceso come una nebbia improvvisa in un pollaio, sua madre era arrossita, passando da uno sguardo imbarazzato ad uno furioso, le altre galline sembravano comunicavano con sguardi ed espressioni che sottintendevano traumi al cervello della povera Natalia e almeno tre riuscirono nella mirabolante impresa, dopo infiniti attimi di silenzio, di pronunciare all’unisono: “Ma… almeno a Natale…”
Null’altro. Un mantra autoportante che si ripeteva nello stesso periodo ogni anno.
Alza lo sguardo, scosta i capelli, le tempie sembrano essersi placate, è pronta a dire che lei l’indomani non sarà presente in quella orrenda sala che affittano ogni vigilia, basta con questa ipocrisia e basta essere costretta a vedere Martin e Cassandra. Lui con la faccia da cucciolo che ha combinato un disastro, lei che lo tiene evidentemente a guinzaglio. La madre non ha aspettato che le passasse l’attacco, non ha sentito nessun impulso a darle conforto. Se Natalia allungasse il collo, vedrebbe che ora è la madre a scuotere la testa mentre entra in cucina.
Natalia la segue decisa, sta trattenendo il fiato, pronta a comunicare le sue intenzioni, la madre l’anticipa con una domanda a bruciapelo:
“Hai visto, o hai parlato con Cassandra… o con Maaartiiin in questi giorni?”
Natalia si blocca, trova buffo come la madre abbia distorto con intenzioni canzonatorie il nome di Martin, anche il suono che sibila dalle sue labbra mentre scioglie la tensione le sembra buffo, ma non ride, simula un broncio prima di rispondere:
“No, assolutamente no, perché avrei dovuto? E poi cosa c’è… un’ordinanza restrittiva nei miei confronti?”
La madre è già immersa nella sua lista delle cose da fare, Natalia vorrebbe spiegazioni ma rinuncia da subito. Rinuncia anche al suo comunicato. Le è venuta un’idea migliore.
Ha preso il pullman regionale per andare in una parafarmacia dove non la conoscessero, a ridosso del Natale la tipa al bancone doveva avere preoccupazioni per gli ultimi regali non fatti, non mostrava nessuno stupore alla richiesta di un lassativo inodore e insapore. Quando Natalia prende 4 flaconi si sente in dovere di aggiungere che alla casa di riposo c’è un’epidemia di stipsi, senza avere idea se potesse essere virale, ma la tipa le ha consegnato i flaconi nel più totale disinteresse.
Tornata a casa non ha alcun senso di colpa nell’allungare con il lassativo la pastella divisa in due insalatiere preparata dalla madre per i fritti dell’antipasto, con impegno ricrea la giusta consistenza aggiungendo farina setacciata. Quasi si glorifica per aver subito scartato il pensiero al topicida. In fondo vuole solo che la serata finisca al più presto, buttando letteralmente al cesso l’ipocrisia.
Quando l’indomani vede carciofi, broccoli e patate pastellate in bella mostra sui tavoli, aggrediti dai parenti, il viso le si allarga in un sorriso. Si guarda intorno, le sembra che tutti la stiano fissando, sua madre sembra imbarazzata e saltella da un gruppetto all’altro con fare cospiratorio. Ha un attimo di panico, poi vede Martin mangiare i fritti, sembra concentrato solo nell’ingurgitare quei maledetti fritti. Natalia saetta lo sguardo per la sala, nessuna traccia di Cassandra. Tutti sembrano avere fatto un passo indietro per guardare come in una partita di tennis, una volta Martin, una volta lei.
Natalia ha l’impulso di bloccare Martin. Lui si volta, incrocia il suo sguardo, sembra assentire mentre con un fazzoletto si pulisce le mani. Le va incontro. Natalia cerca disperatamente Cassandra, gli occhi dei presenti incollati su di loro, a parte qualcuno che comincia a massaggiarsi la pancia e altri che cercano di conquistare dignitosamente uno dei due bagni della sala.
Martin le si avvicina, tenta di allargarsi il colletto, è colto da sudarella, prova a tirar fuori il suo peso tutto di un fiato:
“Ho chiuso con Cassandra, mi ha preso in giro, diceva di essere malata, che si sarebbe suicidata se non fossi tornato da lei, sei sparita, non ho potuto spiegarti, nessuno mi diceva dove eri, mi sento male, forse l’allergia, ambulanza… ti prego.”
Nonostante il freddo gelido, sono state aperte le tre finestre, ma l’aria è decisamente pesante. Mancano diverse persone e si sentono suoni inequivocabili.
Martin continua a chiedere un’ambulanza mentre cerca di raggiungere i bagni dove ci sono in fila diverse persone piegate su sé stesse.
Qualcun altro deve avere chiamato i soccorsi, Natalia sale con lui sul mezzo e si vergogna quando lui sporca pantaloni e lettiga.
Arrivano all’ospedale in pochi minuti.
Natalia scese per ultima e con la punta delle dita lanciò un bacio a Martin, mentre i portantini spingevano la lettiga all'interno del pronto soccorso.
Il freddo era pungente, un cielo lattiginoso sembrava promettere neve, ma la temperatura gelida avrebbe dissuaso anche il più intrepido dei fiocchi a scendere per un’iconica immagine natalizia.
Natalia questa volta voleva imporsi, basta con questa storia di stare tutti insieme almeno a Natale, se nessuno si prendeva la briga di vedersi tra zii e cugini il resto dell’anno, ci sarà pure stato un motivo, no?
“Smettila di parlare da sola, sembri matta, fai pure no con la testa, ma chi ti si sposa se fai così! E ti imploro, almeno a Natale…”
Eccola la mamma, sempre pronta a dare supporto. Natalia la fissa tagliente, ma deve sedersi e premere forte le tempie, digrigna i suoi denti perfetti, abbassa la fronte confidando che i lunghi capelli neri nascondano la sua sofferenza allo sguardo accusatorio della madre.
Era il terzo Natale che passava ospite di sua madre, doveva essere un appoggio temporaneo, per riprendersi dal brutto incidente avuto mentre guidava a troppa velocità, dopo aver trovato a letto il suo compagno con la sua migliore amica. Un altro cliché: la sua vita sembrava adorarli.
Non era forse andata via dalla sua città dopo che Martin, il bellissimo Martin, aveva preferito sua cugina Cassandra? Eppure stavano praticamente insieme, semplicemente non se lo erano dichiarati, sembravano in sintonia nel voler prolungare il più possibile il loro flirt, ma diamine se stavano insieme. Con Cassandra si era lasciato da più di un anno, lei non c’entrava nulla, si erano scoperti dopo, ma sua cugina non si rassegnava, aveva finito per stravolgere la realtà, la incolpava della fine della sua relazione, l’aveva additata come una poco di buono, cercava ogni pretesto per stare con Martin. E poi li vide baciarsi.
Era sempre stata impulsiva Natalia, aveva fatto i bagagli in meno di un’ora, contattata un’amica a Milano, bloccato il numero di Martin e addio a tutti.
I tre anni successivi erano stati sereni, a 25 anni si era scoperta un’abile agente di commercio, macinava chilometri tutti i giorni, ma lo stipendio la ripagava. La sua migliore amica era felice di dividere le spese del suo appartamento con lei, Natalia non sapeva che era felice anche di dividere Luigi con lei.
Cappottata con doppia giravolta con la macchina aziendale, danni fisici tutto sommato minimi, salvo l’esplosione dell’airbag che a distanza di oltre tre anni le aveva lasciato un fastidio simile all’acufene e fortissime fitte alla testa, improvvise, dolorosissime e frequenti. Troppo insicura per riprendere il lavoro che richiedeva lunghissimi percorsi in macchina, senza più un posto dove stare, sperava in una breve convalescenza a casa dei suoi.
La prima cosa che le aveva detto sua madre, anzi, le prime due, erano state:
-Non pensare di stare qui a farti i tuoi porci comodi, sei un ospite.
-Vedi di stare lontana da Cassandra e Martin.
Suo padre non aveva detto nulla, ma almeno l’aveva abbracciata quando si era presentata a casa.
Natalia credeva di fermarsi meno di un mese, era certa che fitte e ronzio avrebbero avuto vita breve, ma i malesseri non erano dello stesso avviso.
Quasi tutti i risparmi erano serviti a ripagare la costosa macchina aziendale che non aveva un’assicurazione casko e, dal momento che era stata accertata la guida imprudente, aveva dovuto pagare, anche se uno dei tanti zii che amano dare consigli non richiesti, non aveva perso occasione per darle della stupida, perché secondo lui doveva mettere in mezzo un avvocato.
Alla fine si era trovata a dare una mano all’alimentari di uno zio paterno. In realtà era quella più vessata e che lavorava più ore, ma gli altri erano tutti proprietari e derubricare il suo ruolo li faceva sentire filantropi, senza obbligo di metterla in regola e senza la necessità di conteggiare con esattezza le ore da retribuire.
Quasi 29 anni, ospite a casa dei suoi, malpagata per un lavoro che detestava, tradita due volte, sofferente e insicura di riuscire a liberarsi di una vita non scelta, che la stava avviluppando.
In una città di quasi centomila abitanti, anche se ci tengono ad affermare il contrario, ci si conosce praticamente tutti, almeno di vista, ma sapendo tutte le dicerie, preferibilmente maldicerie, di ognuno.
Natalia ha sentito praticamente tutti i suoi parenti parlare male di altri parenti. Quando, tre anni prima, sua madre aveva invitato per una merenda sorelle, cognate e cugine, per organizzare la festa di Natale il mese successivo, mentre le presenti facevano a gara per sparlare di chi non c’era, le era sembrato naturale chiedere perché mai si affannassero ad organizzare una festa che riuniva quasi sessanta persone, nonostante durante il resto dell’anno non si cercavano e si vedevano solo casualmente.
Mentre le sue orecchie si rilassavano nel silenzio gelido sceso come una nebbia improvvisa in un pollaio, sua madre era arrossita, passando da uno sguardo imbarazzato ad uno furioso, le altre galline sembravano comunicavano con sguardi ed espressioni che sottintendevano traumi al cervello della povera Natalia e almeno tre riuscirono nella mirabolante impresa, dopo infiniti attimi di silenzio, di pronunciare all’unisono: “Ma… almeno a Natale…”
Null’altro. Un mantra autoportante che si ripeteva nello stesso periodo ogni anno.
Alza lo sguardo, scosta i capelli, le tempie sembrano essersi placate, è pronta a dire che lei l’indomani non sarà presente in quella orrenda sala che affittano ogni vigilia, basta con questa ipocrisia e basta essere costretta a vedere Martin e Cassandra. Lui con la faccia da cucciolo che ha combinato un disastro, lei che lo tiene evidentemente a guinzaglio. La madre non ha aspettato che le passasse l’attacco, non ha sentito nessun impulso a darle conforto. Se Natalia allungasse il collo, vedrebbe che ora è la madre a scuotere la testa mentre entra in cucina.
Natalia la segue decisa, sta trattenendo il fiato, pronta a comunicare le sue intenzioni, la madre l’anticipa con una domanda a bruciapelo:
“Hai visto, o hai parlato con Cassandra… o con Maaartiiin in questi giorni?”
Natalia si blocca, trova buffo come la madre abbia distorto con intenzioni canzonatorie il nome di Martin, anche il suono che sibila dalle sue labbra mentre scioglie la tensione le sembra buffo, ma non ride, simula un broncio prima di rispondere:
“No, assolutamente no, perché avrei dovuto? E poi cosa c’è… un’ordinanza restrittiva nei miei confronti?”
La madre è già immersa nella sua lista delle cose da fare, Natalia vorrebbe spiegazioni ma rinuncia da subito. Rinuncia anche al suo comunicato. Le è venuta un’idea migliore.
Ha preso il pullman regionale per andare in una parafarmacia dove non la conoscessero, a ridosso del Natale la tipa al bancone doveva avere preoccupazioni per gli ultimi regali non fatti, non mostrava nessuno stupore alla richiesta di un lassativo inodore e insapore. Quando Natalia prende 4 flaconi si sente in dovere di aggiungere che alla casa di riposo c’è un’epidemia di stipsi, senza avere idea se potesse essere virale, ma la tipa le ha consegnato i flaconi nel più totale disinteresse.
Tornata a casa non ha alcun senso di colpa nell’allungare con il lassativo la pastella divisa in due insalatiere preparata dalla madre per i fritti dell’antipasto, con impegno ricrea la giusta consistenza aggiungendo farina setacciata. Quasi si glorifica per aver subito scartato il pensiero al topicida. In fondo vuole solo che la serata finisca al più presto, buttando letteralmente al cesso l’ipocrisia.
Quando l’indomani vede carciofi, broccoli e patate pastellate in bella mostra sui tavoli, aggrediti dai parenti, il viso le si allarga in un sorriso. Si guarda intorno, le sembra che tutti la stiano fissando, sua madre sembra imbarazzata e saltella da un gruppetto all’altro con fare cospiratorio. Ha un attimo di panico, poi vede Martin mangiare i fritti, sembra concentrato solo nell’ingurgitare quei maledetti fritti. Natalia saetta lo sguardo per la sala, nessuna traccia di Cassandra. Tutti sembrano avere fatto un passo indietro per guardare come in una partita di tennis, una volta Martin, una volta lei.
Natalia ha l’impulso di bloccare Martin. Lui si volta, incrocia il suo sguardo, sembra assentire mentre con un fazzoletto si pulisce le mani. Le va incontro. Natalia cerca disperatamente Cassandra, gli occhi dei presenti incollati su di loro, a parte qualcuno che comincia a massaggiarsi la pancia e altri che cercano di conquistare dignitosamente uno dei due bagni della sala.
Martin le si avvicina, tenta di allargarsi il colletto, è colto da sudarella, prova a tirar fuori il suo peso tutto di un fiato:
“Ho chiuso con Cassandra, mi ha preso in giro, diceva di essere malata, che si sarebbe suicidata se non fossi tornato da lei, sei sparita, non ho potuto spiegarti, nessuno mi diceva dove eri, mi sento male, forse l’allergia, ambulanza… ti prego.”
Nonostante il freddo gelido, sono state aperte le tre finestre, ma l’aria è decisamente pesante. Mancano diverse persone e si sentono suoni inequivocabili.
Martin continua a chiedere un’ambulanza mentre cerca di raggiungere i bagni dove ci sono in fila diverse persone piegate su sé stesse.
Qualcun altro deve avere chiamato i soccorsi, Natalia sale con lui sul mezzo e si vergogna quando lui sporca pantaloni e lettiga.
Arrivano all’ospedale in pochi minuti.
Natalia scese per ultima e con la punta delle dita lanciò un bacio a Martin, mentre i portantini spingevano la lettiga all'interno del pronto soccorso.