[CN25] Il paesaccio
Posted: Mon Dec 29, 2025 3:08 pm
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Pacco 2 Incipit
Un groppo le strinse la gola e lottò per ricacciare indietro le lacrime.
Il vecchio le stava davanti con il viso proteso, in attesa, come se da quelle domande dipendesse qualcosa che non sapeva più nominare.
Lei, invece, non ne aveva più.
[CN 25] Il paesaccio
Un groppo le strinse la gola e lottò per ricacciare indietro le lacrime.
Il vecchio le stava davanti con il viso proteso, in attesa, come se da quelle domande dipendesse qualcosa che non sapeva più nominare.
Lei, invece, non ne aveva più.
Ce n’erano state troppe, in quel paese; e laggiù, in quel momento, il cielo era senza sole.
Quelle quattro case a digradare lungo il colle, erano rimaste a vegliarle soprattutto i vecchi. Fissando il cielo, guardando i gatti, raccontandosi l’un l’altro l’esperienza fatta con le medicine.
Adesso che era già inverno, stavano davanti al braciere, facendo attenzione che non facesse fumo.
Erano rimasti come guardiani in attesa di ritorni sempre più rari, al più passaggi brevi; solo con il corpo, mai con la mente e il cuore.
Chi era tornato, lo aveva fatto solo per qualche giorno appena. Giusto per Natale.
Per le strade poche luci, e qualche presepio con i personaggi di creta malridotti. Privi di una gamba, mezzo braccio, al meglio sbeccati o scoloriti. Vittime delle bravate dei bambini antichi.
I pochi che si erano imposti di passarvi qualche giorno, lo avevano fatto senza amare più gli anziani genitori né la vecchia casa.
Avevano trovato i primi peggiorati negli acciacchi, sempre uguali nelle loro litanie, a ripetere che “qui in fondo si sta bene, non c’era motivo di lasciarci soli.” Li avevano trovati scontrosi, in preda a una strana cecità: ostinati nel rifiutare ogni mutamento, qualunque cosa nuova.
Armati di falsa pazienza, avevano faticato nel dare qualche spiegazione a quei brontoloni; ma niente. Con i cellulari, i vecchi, non ci avrebbero mai saputo fare!
Giunti dalla città, avevano trovato la propria casa scomoda con quei gradini alti, con il bagnetto ricavato da un sottoscala angusto. Avevano criticato tutto ed erano ripartiti senza alcun rimpianto.
Erano tornati ai loro appartamenti comodi, appena dopo il brindisi, concluso il pranzo di Natale.
Una festa stranamente silenziosa, senza ragazzini a scorazzare.
Quanto erano cambiati in abitudini e idee.
Non li aveva conquistati nemmeno il piatto di lasagne: “oh Dio, quel sugo, esageratamente grasso.”
Così quel paese si è ridotto a un minuscolo insediamento con poca gente che lavora, molti vecchi e troppe case vuote; ultima proprietà (o ultima catena) di chi, in cerca di altri stimoli, ha deciso di andarsene lontano.
A ricordarlo così com’era prima era rimasto poco. Tanti gli alberi divelti e quasi tutte le sorgenti ammutolite. I vigneti ereditati, e dunque fatti a pezzi, sono diventati luoghi in abbandono.
Fino a poco tempo fa, a ricordarlo ancora, c’era una rigogliosa dozzina di ciliegi.
All’orizzonte mille grigi si affollano pian piano.
Chi conosce il tempo corruga la fronte.
Non era piaciuta a nessuno quella villetta. Né com’era stata fatta né dove l’avevano impiantata. Posta lì, in cima, più in alto della grande croce, dominava tutto il resto delle case.
S’era mangiata quei ciliegi, s’era mangiata quei bei frutti rossi, ultimo sapore del paese.
Scavare e mettere in piedi due piani con un progetto grossolano non era stato per niente complicato.
Ogni amministratore, almeno quello di un minuscolo paese, spera sempre, al contrario di quei vecchi testardi e diffidenti, che ogni cosa nuova rappresenti una miglioria per il territorio. E, illuso, elargisce concessioni.
Crede che il richiedente voglia onorare la memoria di un’infanzia allegra; gli sorride compiaciuto e gli porge la licenza autografata.
La verità però è tutta un’altra. Il tizio pensa solo a farsi una casetta senza la minima pretesa e con un solo scopo: “se vengo per un mese, almeno non mi toccherà passare le vacanze con mia madre.”
Le prime gocce cadono da una nuvola soltanto, ma sembrano già schegge di metallo. Fanno i bozzi ai tetti che sono in lamiera coibentata.
Un tempo per Natale era facile vedere il paese con la neve, e le luci nell’oscurità facevano di lui un bel presepe.
Adesso, ciò che salta agli occhi è che le strade sono collegate male. Prima di toccare l’autostrada ci sono troppe curve a gomito e tanti precipizi.
La città più vicina è solo una macchia lontanissima che, per il suo lucore, si vede meglio nell’oscurità.
Dalla città il paese non si vede.
Le nuvole si sono compattate in una guarnigione e cominciano a rombare come gli aerei del ‘43. Puntano sui tetti, il bersaglio è chiaro.
Sono gli stessi tetti messi a nuovo da chi in paese non ci vive più.
Li hanno ricostruiti facendo le opere al risparmio,“che non le vale la pena spendere dei soldi.” E intanto abbruttiscono il paese.
Gli infissi un tempo in legno adesso sono quasi tutti in alluminio.“Così ce li scordiamo”, dicono.
Non spenderanno per la manutenzione.
I soldi vanno usati altrove, dove ci sono il cinema, il teatro…, dove si possono acquistare cose che da quelle parti non servirebbero nemmeno. Avere lì un costume da bagno della Parah? Gli sci dell'Head Magnum!
Per questo il paese adesso ha tanti balconi senza fiori, serrande sempre sporche e la domenica il Corso sembra una spelonca.
Ancora peggio ora che lo scroscio dell’acquazzone sta diventando forte.
Una raffica di vento ha smosso la campana di San Giacomo, e un colpo lungo ha richiamato tutti all’attenzione.
Quel suono cupo e sordo, intimorisce chi sta dietro i vetri.
Qualcuno si mette uno scialle addosso e, voltando le spalle alla finestra, si lascia dietro il cielo nero.
Un cielo che preannuncia notte.
Si sente l’acqua, si sente che non è sola, scende in compagnia di tuoni, illuminata da numerosi lampi.
Per le strade il vento trascina qualche cassetta vuota strappata a una catasta, poi si sente il rumore della catasta intera che si rovescia giù per la strada finendo contro le facciate, contro le finestre basse, e con violenza perfino contro la vetrina dell’unico bar rimasto, e ancora aperto.
Adesso si abbassa anche quella saracinesca. Il vetro oramai si è frantumato e Nenè, il barista, pensa che la vetrina gli costerà l’incasso di sei mesi.
Guarda il vetro che per metà è caduto fuori, mette le chiavi in tasca e se ne torna a casa. Forse ci arriverà con l’acqua a mezza gamba, che è già alta quanto il marciapiede.
Non era piaciuta a nessuno quella villetta. S’era mangiata gli ultimi ciliegi.
Poi, quel rumore!
No. Non era tuono.
Molti si guardarono intorno senza sapere bene dove appuntare lo sguardo, senza capire dove porgere l’orecchio. Era accompagnato da una vibrazione assai simile a colpi di tamburo. Pareva salire dalla terra, ed era una cosa mai sentita prima, neanche dai più vecchi.
Durò troppo, visto ch’ebbe il tempo di mettere paura e far pensare ai figli. Durò troppo, giacché diede il tempo di chiedersi se ci fosse una possibilità di scampo, e pensare al gruzzoletto messo insieme per non pesare su nessuno; nemmeno per la sepoltura.
Durò troppo, perché dentro le case fece tintinnare ogni cosa in vetro, fece oscillare i quadri alle pareti, mentre le voci si rincorrevano da una stanza all’altra, incapaci di dare qualunque direttiva.
Durò troppo, perché tanto era il danno che doveva fare.
Sotto i piedi si sentiva quel tremore, mentre le porte non tenevano più l’acqua. Poi…
Fu proprio la villetta che, dopo uno scossone, si aggrappò alle radici più profonde, ma solamente per tirarle via.
Fu proprio lei, la prima a venire giù, a scaraventarsi contro il paese. Forse per punirlo.
Da lassù lo vedeva brutto, non gli piaceva. Gli sembrava proprio un paesaccio.
Fracassò le case dei vecchi e quelle con gli infissi nuovi. Fu proprio lei che si staccò dal terreno lasciando un buco enorme che prese a vomitare acqua e fango, facendo sgonfiare il monte all’improvviso! Quello si sciolse così rapidamente che, al contrario della vibrazione, non diede a nessuno il tempo di aggiungere altre grida. Finì dentro le case, tappando tante bocche.
Di quella villetta, solo Nenè ebbe il tempo di vederne qualche pezzo finire contro la porta del Comune.
Quando i cellulari presero a squillare, a rispondere non c’era più nessuno.
Lei, solo a forza, era riuscita a portare via per qualche giorno il suo vecchio padre. Ora, alla domanda ripetuta con ansia mille volte, “perché lo zio Giovanni non risponde?” faceva eco lo sguardo attonito dell’uomo.
A malapena riconosceva le immagini del paese che non c’era più.
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Pacco 2 Incipit
Un groppo le strinse la gola e lottò per ricacciare indietro le lacrime.
Il vecchio le stava davanti con il viso proteso, in attesa, come se da quelle domande dipendesse qualcosa che non sapeva più nominare.
Lei, invece, non ne aveva più.
[CN 25] Il paesaccio
Un groppo le strinse la gola e lottò per ricacciare indietro le lacrime.
Il vecchio le stava davanti con il viso proteso, in attesa, come se da quelle domande dipendesse qualcosa che non sapeva più nominare.
Lei, invece, non ne aveva più.
Ce n’erano state troppe, in quel paese; e laggiù, in quel momento, il cielo era senza sole.
Quelle quattro case a digradare lungo il colle, erano rimaste a vegliarle soprattutto i vecchi. Fissando il cielo, guardando i gatti, raccontandosi l’un l’altro l’esperienza fatta con le medicine.
Adesso che era già inverno, stavano davanti al braciere, facendo attenzione che non facesse fumo.
Erano rimasti come guardiani in attesa di ritorni sempre più rari, al più passaggi brevi; solo con il corpo, mai con la mente e il cuore.
Chi era tornato, lo aveva fatto solo per qualche giorno appena. Giusto per Natale.
Per le strade poche luci, e qualche presepio con i personaggi di creta malridotti. Privi di una gamba, mezzo braccio, al meglio sbeccati o scoloriti. Vittime delle bravate dei bambini antichi.
I pochi che si erano imposti di passarvi qualche giorno, lo avevano fatto senza amare più gli anziani genitori né la vecchia casa.
Avevano trovato i primi peggiorati negli acciacchi, sempre uguali nelle loro litanie, a ripetere che “qui in fondo si sta bene, non c’era motivo di lasciarci soli.” Li avevano trovati scontrosi, in preda a una strana cecità: ostinati nel rifiutare ogni mutamento, qualunque cosa nuova.
Armati di falsa pazienza, avevano faticato nel dare qualche spiegazione a quei brontoloni; ma niente. Con i cellulari, i vecchi, non ci avrebbero mai saputo fare!
Giunti dalla città, avevano trovato la propria casa scomoda con quei gradini alti, con il bagnetto ricavato da un sottoscala angusto. Avevano criticato tutto ed erano ripartiti senza alcun rimpianto.
Erano tornati ai loro appartamenti comodi, appena dopo il brindisi, concluso il pranzo di Natale.
Una festa stranamente silenziosa, senza ragazzini a scorazzare.
Quanto erano cambiati in abitudini e idee.
Non li aveva conquistati nemmeno il piatto di lasagne: “oh Dio, quel sugo, esageratamente grasso.”
Così quel paese si è ridotto a un minuscolo insediamento con poca gente che lavora, molti vecchi e troppe case vuote; ultima proprietà (o ultima catena) di chi, in cerca di altri stimoli, ha deciso di andarsene lontano.
A ricordarlo così com’era prima era rimasto poco. Tanti gli alberi divelti e quasi tutte le sorgenti ammutolite. I vigneti ereditati, e dunque fatti a pezzi, sono diventati luoghi in abbandono.
Fino a poco tempo fa, a ricordarlo ancora, c’era una rigogliosa dozzina di ciliegi.
All’orizzonte mille grigi si affollano pian piano.
Chi conosce il tempo corruga la fronte.
Non era piaciuta a nessuno quella villetta. Né com’era stata fatta né dove l’avevano impiantata. Posta lì, in cima, più in alto della grande croce, dominava tutto il resto delle case.
S’era mangiata quei ciliegi, s’era mangiata quei bei frutti rossi, ultimo sapore del paese.
Scavare e mettere in piedi due piani con un progetto grossolano non era stato per niente complicato.
Ogni amministratore, almeno quello di un minuscolo paese, spera sempre, al contrario di quei vecchi testardi e diffidenti, che ogni cosa nuova rappresenti una miglioria per il territorio. E, illuso, elargisce concessioni.
Crede che il richiedente voglia onorare la memoria di un’infanzia allegra; gli sorride compiaciuto e gli porge la licenza autografata.
La verità però è tutta un’altra. Il tizio pensa solo a farsi una casetta senza la minima pretesa e con un solo scopo: “se vengo per un mese, almeno non mi toccherà passare le vacanze con mia madre.”
Le prime gocce cadono da una nuvola soltanto, ma sembrano già schegge di metallo. Fanno i bozzi ai tetti che sono in lamiera coibentata.
Un tempo per Natale era facile vedere il paese con la neve, e le luci nell’oscurità facevano di lui un bel presepe.
Adesso, ciò che salta agli occhi è che le strade sono collegate male. Prima di toccare l’autostrada ci sono troppe curve a gomito e tanti precipizi.
La città più vicina è solo una macchia lontanissima che, per il suo lucore, si vede meglio nell’oscurità.
Dalla città il paese non si vede.
Le nuvole si sono compattate in una guarnigione e cominciano a rombare come gli aerei del ‘43. Puntano sui tetti, il bersaglio è chiaro.
Sono gli stessi tetti messi a nuovo da chi in paese non ci vive più.
Li hanno ricostruiti facendo le opere al risparmio,“che non le vale la pena spendere dei soldi.” E intanto abbruttiscono il paese.
Gli infissi un tempo in legno adesso sono quasi tutti in alluminio.“Così ce li scordiamo”, dicono.
Non spenderanno per la manutenzione.
I soldi vanno usati altrove, dove ci sono il cinema, il teatro…, dove si possono acquistare cose che da quelle parti non servirebbero nemmeno. Avere lì un costume da bagno della Parah? Gli sci dell'Head Magnum!
Per questo il paese adesso ha tanti balconi senza fiori, serrande sempre sporche e la domenica il Corso sembra una spelonca.
Ancora peggio ora che lo scroscio dell’acquazzone sta diventando forte.
Una raffica di vento ha smosso la campana di San Giacomo, e un colpo lungo ha richiamato tutti all’attenzione.
Quel suono cupo e sordo, intimorisce chi sta dietro i vetri.
Qualcuno si mette uno scialle addosso e, voltando le spalle alla finestra, si lascia dietro il cielo nero.
Un cielo che preannuncia notte.
Si sente l’acqua, si sente che non è sola, scende in compagnia di tuoni, illuminata da numerosi lampi.
Per le strade il vento trascina qualche cassetta vuota strappata a una catasta, poi si sente il rumore della catasta intera che si rovescia giù per la strada finendo contro le facciate, contro le finestre basse, e con violenza perfino contro la vetrina dell’unico bar rimasto, e ancora aperto.
Adesso si abbassa anche quella saracinesca. Il vetro oramai si è frantumato e Nenè, il barista, pensa che la vetrina gli costerà l’incasso di sei mesi.
Guarda il vetro che per metà è caduto fuori, mette le chiavi in tasca e se ne torna a casa. Forse ci arriverà con l’acqua a mezza gamba, che è già alta quanto il marciapiede.
Non era piaciuta a nessuno quella villetta. S’era mangiata gli ultimi ciliegi.
Poi, quel rumore!
No. Non era tuono.
Molti si guardarono intorno senza sapere bene dove appuntare lo sguardo, senza capire dove porgere l’orecchio. Era accompagnato da una vibrazione assai simile a colpi di tamburo. Pareva salire dalla terra, ed era una cosa mai sentita prima, neanche dai più vecchi.
Durò troppo, visto ch’ebbe il tempo di mettere paura e far pensare ai figli. Durò troppo, giacché diede il tempo di chiedersi se ci fosse una possibilità di scampo, e pensare al gruzzoletto messo insieme per non pesare su nessuno; nemmeno per la sepoltura.
Durò troppo, perché dentro le case fece tintinnare ogni cosa in vetro, fece oscillare i quadri alle pareti, mentre le voci si rincorrevano da una stanza all’altra, incapaci di dare qualunque direttiva.
Durò troppo, perché tanto era il danno che doveva fare.
Sotto i piedi si sentiva quel tremore, mentre le porte non tenevano più l’acqua. Poi…
Fu proprio la villetta che, dopo uno scossone, si aggrappò alle radici più profonde, ma solamente per tirarle via.
Fu proprio lei, la prima a venire giù, a scaraventarsi contro il paese. Forse per punirlo.
Da lassù lo vedeva brutto, non gli piaceva. Gli sembrava proprio un paesaccio.
Fracassò le case dei vecchi e quelle con gli infissi nuovi. Fu proprio lei che si staccò dal terreno lasciando un buco enorme che prese a vomitare acqua e fango, facendo sgonfiare il monte all’improvviso! Quello si sciolse così rapidamente che, al contrario della vibrazione, non diede a nessuno il tempo di aggiungere altre grida. Finì dentro le case, tappando tante bocche.
Di quella villetta, solo Nenè ebbe il tempo di vederne qualche pezzo finire contro la porta del Comune.
Quando i cellulari presero a squillare, a rispondere non c’era più nessuno.
Lei, solo a forza, era riuscita a portare via per qualche giorno il suo vecchio padre. Ora, alla domanda ripetuta con ansia mille volte, “perché lo zio Giovanni non risponde?” faceva eco lo sguardo attonito dell’uomo.
A malapena riconosceva le immagini del paese che non c’era più.