[CN25] La promessa del Natale
Posted: Fri Dec 26, 2025 5:15 pm
Finale n.16.
Con un sospiro spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.
Dall'altra parte della strada, un coro improvvisato intonava una strofa stonata di "Astro del Ciel", un rumore bianco che da tempo aveva perso la capacità di rendergli emozioni.
Il mondo fuori celebrava un rito che gli era divenuto estraneo, indifferente, sconosciuto. Quando giunse il rintocco della mezzanotte venne smorzato dallo spesso strato di neve che aveva ricoperto la città, soffocando ogni rumore sotto una coltre di silenzio irreale. Giulio scostò la pesante tenda di velluto blu, strofinando il tessuto ruvido e freddo sotto i polpastrelli: le luci intermittenti degli addobbi dal palazzo di fronte proiettavano ombre nervose sulle sue pareti, ma per il resto non si muoveva nulla. La strada era deserta.
Si era preparato a quella notte per trecentosessantacinque giorni. Aveva custodito il biglietto di Laura — “Ritroviamoci qui tra un anno” — una promessa conservata dentro la scatola degli orologi, un rettangolo di pelle che conservava ancora un vago sentore di cuoio e tabacco. Aveva ricreato la scena con la precisione di un archivista: aveva persino cercato un mazzo di agrifoglio fresco, proprio come quello che Laura sistemava sempre al centro della tavola. Ne prese un rametto tra le dita: le foglie erano lucide e di un verde cupo, quasi nero nel buio, ma le bacche rosse parevano gocce di sangue rappreso. Le punte acuminate gli punsero la pelle, un dolore sottile lo rese consapevole di non patire alcuna emozione. Aveva provato a cercarvi un odore, un segno di vita, ma l’agrifoglio era freddo, muto, e non rilasciò che un sentore minerale: un'altra promessa che svaniva nel silenzio dei gesti.
In un angolo del salotto, l'albero di Natale svettava come uno scheletro scintillante. Giulio lo aveva addobbato con una cura quasi religiosa, alternando sfere di vetro soffiato e nastri di seta argento, proprio come faceva lei. Ma ora, nel buio della stanza, le luci a LED bianche sembravano minuscoli occhi freddi che lo fissavano senza espressione. Sotto i rami inferiori, il tappeto di velluto rosso destinato ai regali era desolatamente liscio, privo di pacchetti, nastri o biglietti d'auguri. Quel cono di plastica e vetro non era un simbolo di festa, ma un monumento all'assenza, alla totale indifferenza delle cose verso il dolore umano.
Andò in cucina. Il tavolo era apparecchiato con una tovaglia di lino accuratamente stirata e tirata sui bordi, una perfezione che ben si raccordava con l'assenza di vita. Nell'aria stagnante della casa aleggiava un debole odore di cannella e chiodi di garofano, residuo di un dolce che aveva preparato giorni prima seguendo una delle ricette di Laura. Fissò il secondo coperto: il calice di cristallo rifletteva la luce della candela, ma il bordo era liscio, privo dell’impronta di rossetto color ciliegia che lei lasciava sempre dopo il primo sorso. Giulio versò del vino rosso nel bicchiere di lei; il suono del liquido che riempiva il vuoto parve assordante. Aspettò che il bouquet di frutti rossi salisse verso di lui, ma l’aria restò ferma, un vuoto chimico, senz'anima.
Passò una mano sulla sedia vuota di fronte a sé, accarezzando la stoffa dello schienale. Si ricordò di come lei, l'anno precedente, avesse fatto dondolare la gamba nervosamente, il tacco che batteva un ritmo regolare sul parquet. Ora, il pavimento era una distesa immobile, una superficie muta. Aprì i cassetti della credenza, facendo scorrere le guide di metallo con un rumore secco. Cercava un residuo: un elastico per capelli impigliato nel legno, magari tra le statuine del vecchio presepe che lei adorava sistemare. Invece, le dita incontrarono solo il fondo liscio del cassetto, lo spazio nudo della non-esistenza.
Uscì sul balcone. Il metallo della ringhiera gli morse la pelle dei palmi. Giù in strada, un gruppetto di persone si affrettava rumorosamente. Gli appartamenti illuminati erano animati da famiglie che si abbracciavano. Si ricordò di quando erano rimasti lì fuori, i loro respiri che si mescolavano in una nuvola di vapore. Provò a espirare forte, guardando la sua nuvoletta di fiato svanire in un istante, solitaria, insignificante. Capì allora che il Natale non era un portale, la sua presenza non lo avrebbe messo in comunicazione con nessuno. Natale era un giorno qualunque che lui aveva sovraccaricato di aspettative irrazionali e irrealizzabili. La sua esistenza si era snodata nella densità soffocante dell’indifferenza, e adesso era pervasa da un senso di vuoto e inutilità tanto sottile da togliere il fiato. Le sponde del nulla lungo cui aveva navigato a vista rimarcavano non l'assenza di Laura, ma l'assenza di qualunque senso, la consapevolezza che la promessa di lei era stata solo un modo gentile per chiudere una porta senza farla sbattere contro il battente della verità.
Tornò dentro, muovendosi con passi lenti ed ebbe l'intuizione del[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]l'assoluta e totale solitudine dell'essere.[/font] Passando davanti all'albero, staccò la spina con un movimento secco: i riflessi argentati si spensero all'istante, lasciando la stanza immersa in un'ombra grigia. Prese il calice pieno di vino e ne svuotò il contenuto nel lavandino. Il rosso macchiò la resina bianca prima di sparire nello scarico con un gorgoglio strozzato, portandosi via l'ultima, inutile speranza.
Quando il cicaleccio del citofono spazzò via il silenzio si precipitò all'ingresso.
«Pronto, pronto» disse.
«È stata un'illusione» mormorò una voce femminile.
Urlò il nome di Laura con tutto il fiato che aveva in corpo finché non venne fulminato dalla sensazione che quel suono fosse stato solo un abbaglio, un inganno, un'allucinazione.
Attraversò il corridoio, le suole delle pantofole che producevano un fruscio monotono sul tappeto di lana. Raggiunse la camera da letto e si fermò sulla soglia, fissando l'oscurità della stanza che sembrava inghiottire ogni residuo di luce. Con un sospiro, che suonò come l'ultima parola di un libro chiuso per sempre, spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.
Con un sospiro spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.
Dall'altra parte della strada, un coro improvvisato intonava una strofa stonata di "Astro del Ciel", un rumore bianco che da tempo aveva perso la capacità di rendergli emozioni.
Il mondo fuori celebrava un rito che gli era divenuto estraneo, indifferente, sconosciuto. Quando giunse il rintocco della mezzanotte venne smorzato dallo spesso strato di neve che aveva ricoperto la città, soffocando ogni rumore sotto una coltre di silenzio irreale. Giulio scostò la pesante tenda di velluto blu, strofinando il tessuto ruvido e freddo sotto i polpastrelli: le luci intermittenti degli addobbi dal palazzo di fronte proiettavano ombre nervose sulle sue pareti, ma per il resto non si muoveva nulla. La strada era deserta.
Si era preparato a quella notte per trecentosessantacinque giorni. Aveva custodito il biglietto di Laura — “Ritroviamoci qui tra un anno” — una promessa conservata dentro la scatola degli orologi, un rettangolo di pelle che conservava ancora un vago sentore di cuoio e tabacco. Aveva ricreato la scena con la precisione di un archivista: aveva persino cercato un mazzo di agrifoglio fresco, proprio come quello che Laura sistemava sempre al centro della tavola. Ne prese un rametto tra le dita: le foglie erano lucide e di un verde cupo, quasi nero nel buio, ma le bacche rosse parevano gocce di sangue rappreso. Le punte acuminate gli punsero la pelle, un dolore sottile lo rese consapevole di non patire alcuna emozione. Aveva provato a cercarvi un odore, un segno di vita, ma l’agrifoglio era freddo, muto, e non rilasciò che un sentore minerale: un'altra promessa che svaniva nel silenzio dei gesti.
In un angolo del salotto, l'albero di Natale svettava come uno scheletro scintillante. Giulio lo aveva addobbato con una cura quasi religiosa, alternando sfere di vetro soffiato e nastri di seta argento, proprio come faceva lei. Ma ora, nel buio della stanza, le luci a LED bianche sembravano minuscoli occhi freddi che lo fissavano senza espressione. Sotto i rami inferiori, il tappeto di velluto rosso destinato ai regali era desolatamente liscio, privo di pacchetti, nastri o biglietti d'auguri. Quel cono di plastica e vetro non era un simbolo di festa, ma un monumento all'assenza, alla totale indifferenza delle cose verso il dolore umano.
Andò in cucina. Il tavolo era apparecchiato con una tovaglia di lino accuratamente stirata e tirata sui bordi, una perfezione che ben si raccordava con l'assenza di vita. Nell'aria stagnante della casa aleggiava un debole odore di cannella e chiodi di garofano, residuo di un dolce che aveva preparato giorni prima seguendo una delle ricette di Laura. Fissò il secondo coperto: il calice di cristallo rifletteva la luce della candela, ma il bordo era liscio, privo dell’impronta di rossetto color ciliegia che lei lasciava sempre dopo il primo sorso. Giulio versò del vino rosso nel bicchiere di lei; il suono del liquido che riempiva il vuoto parve assordante. Aspettò che il bouquet di frutti rossi salisse verso di lui, ma l’aria restò ferma, un vuoto chimico, senz'anima.
Passò una mano sulla sedia vuota di fronte a sé, accarezzando la stoffa dello schienale. Si ricordò di come lei, l'anno precedente, avesse fatto dondolare la gamba nervosamente, il tacco che batteva un ritmo regolare sul parquet. Ora, il pavimento era una distesa immobile, una superficie muta. Aprì i cassetti della credenza, facendo scorrere le guide di metallo con un rumore secco. Cercava un residuo: un elastico per capelli impigliato nel legno, magari tra le statuine del vecchio presepe che lei adorava sistemare. Invece, le dita incontrarono solo il fondo liscio del cassetto, lo spazio nudo della non-esistenza.
Uscì sul balcone. Il metallo della ringhiera gli morse la pelle dei palmi. Giù in strada, un gruppetto di persone si affrettava rumorosamente. Gli appartamenti illuminati erano animati da famiglie che si abbracciavano. Si ricordò di quando erano rimasti lì fuori, i loro respiri che si mescolavano in una nuvola di vapore. Provò a espirare forte, guardando la sua nuvoletta di fiato svanire in un istante, solitaria, insignificante. Capì allora che il Natale non era un portale, la sua presenza non lo avrebbe messo in comunicazione con nessuno. Natale era un giorno qualunque che lui aveva sovraccaricato di aspettative irrazionali e irrealizzabili. La sua esistenza si era snodata nella densità soffocante dell’indifferenza, e adesso era pervasa da un senso di vuoto e inutilità tanto sottile da togliere il fiato. Le sponde del nulla lungo cui aveva navigato a vista rimarcavano non l'assenza di Laura, ma l'assenza di qualunque senso, la consapevolezza che la promessa di lei era stata solo un modo gentile per chiudere una porta senza farla sbattere contro il battente della verità.
Tornò dentro, muovendosi con passi lenti ed ebbe l'intuizione del[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]l'assoluta e totale solitudine dell'essere.[/font] Passando davanti all'albero, staccò la spina con un movimento secco: i riflessi argentati si spensero all'istante, lasciando la stanza immersa in un'ombra grigia. Prese il calice pieno di vino e ne svuotò il contenuto nel lavandino. Il rosso macchiò la resina bianca prima di sparire nello scarico con un gorgoglio strozzato, portandosi via l'ultima, inutile speranza.
Quando il cicaleccio del citofono spazzò via il silenzio si precipitò all'ingresso.
«Pronto, pronto» disse.
«È stata un'illusione» mormorò una voce femminile.
Urlò il nome di Laura con tutto il fiato che aveva in corpo finché non venne fulminato dalla sensazione che quel suono fosse stato solo un abbaglio, un inganno, un'allucinazione.
Attraversò il corridoio, le suole delle pantofole che producevano un fruscio monotono sul tappeto di lana. Raggiunse la camera da letto e si fermò sulla soglia, fissando l'oscurità della stanza che sembrava inghiottire ogni residuo di luce. Con un sospiro, che suonò come l'ultima parola di un libro chiuso per sempre, spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.