{CE2025} Anna - SEQUEL
Posted: Fri Aug 29, 2025 9:37 am
L’acqua scorre fredda fra le dita.
Mi lavo le mani, le strofino sulle pietre e le reimmergo.
Ricomincio da capo.
C’è la luna piena, ma non serve.
Onnurale non mi purifica, la sorgente con me non funziona.
Non sapevo cosa facesse mio padre a quel tavolino, a volte per ore, altre per pochi minuti.
Quando la moneta tintinnava sul piattino della bugia prima di affondare nella cera, sapevo che mio padre sarebbe uscito di casa stringendo le buste bianche. Tornava sempre a mani vuote.
Altre volte disegnava case e mi raccontava che lui sognava per la gente. E mi immaginavo che con la sua penna a china aggiungesse un bagno di servizio per trasformare una casa in una reggia, che ampliasse un salotto per avere più spazi per l’aperitivo oppure creasse una grande vetrate con qualche merletto e colonna per vedere il panorama. Ma in paese serviva più un geometra che raddrizzasse muri, aggiungesse una stanza quadrata per il nuovo figlio, qualcuno che rendesse legale alzare di un metro il soffitto della stalla per entrare eretti a curare le bestie.
Mia madre lo chiamava il letterato. Lo diceva in modo tale che spiccasse la parola “lettera” e il “to” le scoppiasse dalla bocca come una sberla.
Gli rinfacciava di essere cambiato da quando era venuto a mancare Alessandro. Gli diceva che era noioso e che puzzava già di cadavere.
Ero certa che fosse colpa mia. Il giorno del funerale di Alessandro ero stata io ad aver trovato la busta, e sempre io l’avevo data al papà e avevo visto con i miei occhi la sua trasformazione.
Proprio così le ho gridato piangendo mentre lei faceva le valige per andarsene e non tornare mai più.
Mio padre l’aspettava sulla soglia con una busta bianca in mano “Leggila in corriera” sono state le ultime parole che si sono scambiati.
Era un uomo mite, mio padre.
La pelle sottile e senza calli sembrava carta velina le poche volte che mi accarezzava mentre impastavo la creta.
Lui scriveva e io creavo figure.
Andavo a scuola e scolpivo il legno, la pietra. Levavo tutta la materia superflua per fare emergere le mie donne prive di bocca con occhi grandi che divoravano la realtà. Ero brava a fare i nasi: nella creta li pizzicavo fuori dal viso senza troppa pressione, con lo scalpello creavo impietosa gobbe e grandi narici pensando alle vecchie che vedevo di profilo alla messa.
Quando sono partita per Roma l’ho lasciato in mezzo alle buste e ai suoi progetti.
“Te la dovrai cavare da sola, Anna.” Le uniche parole che mi accompagnarono. Non arrivò nemmeno una busta per me, eppure gli avevo mandato l’indirizzo. Scriveva solo per gli altri, ed ero gelosa di questo, anch’io volevo le mie lettere.
Ci sentivamo ai nostri compleanni e a Natale e non tornavo mai.
Alle mie mostre mi chiedevano sempre della Sardegna, delle spiagge, dei VIP e io, che avevo davanti agli occhi il nostro orto scarno piú pitre che verdura, rispondevo che dovevo finire di scoprire il mondo prima di tornare a casa.
Così viaggiavo a cavallo della mia arte deponendo qua e là le mie donne senza bocca.
Me l’ero cavata da sola, sempre, orfana di genitori viventi.
Un giorno mi era sembrato di vedere mia madre proprio vicino al Colosseo, e per un momento ebbi paura che parlarle mi avrebbe cambiato la vita, portato via la mia arte. Un istante dopo non c’era più.
L’acqua gocciola dalle mie dita nodose.
Sono tornata e rimarrò.
Ogni passo illuminato dalla luna mi porta più vicino al tavolino e alle mie due lettere. Infine, lui mi aveva scritto.
Mi aveva telefonato Don Gaetano:” Anna, torna a casa. Sta aspettando te per morire.”
Entrata nella camera da letto, c’era mio padre. Il cranio piccolo, ricoperto dai capelli radi, sotto alla mia carezza sembrava quello del passero che avevo trovato da bambina. La forma si adattava alla mia mano e quello che voleva essere un gesto di presenza, era diventato amore puro.
Sono lisci e morbidi i vecchi in quella puzza di morte. Le bollicine di bava bianca agli angoli della bocca scoppiavano silenziose ad ogni respiro. Lo guardavo mentre la pelle del viso si ingialliva fra le rughe profonde. Le orecchie sembravano enormi, come anche il naso dalle narici carnose.
All’ultimo respiro gli stringevo la mano. Ma dopo un minuto ne fece un altro profondo come ad assorbire l’universo. Di nuovo eoni di silenzio e poi un altro risucchio raschiante ad alzare il torace sotto al lenzuolo.
Ero arrivata troppo tardi per le ultime parole, potevo solo osservare il suo volto di cera, e la bocca rilassata in una smorfia.
Ancora una volta i polmoni cercarono aria, la mano tremò nella mia e la sua anima passò fra noi mentre ci guardavamo negli occhi.
Ora sento la stessa pressione di quando cerco la figura nella materia. Nella sinistra la moneta, nella destra la penna e scrivo cose di cui non so da consegnare a chi non conosco.
Chiudo la busta e mentre esco a consegnare la missiva penso all'ultimo progetto di mio padre giá approvato dal comune: ha ridisegnato tutta la casa attorno all’atelier nel quale lavorerò per il resto dei miei giorni. L’unica cosa invariata è il tavolino sotto alla finestra, quello dove ho aperto le due lettere dopo il funerale.
La seconda diceva solo: “Ora tocca a te”.
Mi lavo le mani, le strofino sulle pietre e le reimmergo.
Ricomincio da capo.
C’è la luna piena, ma non serve.
Onnurale non mi purifica, la sorgente con me non funziona.
Non sapevo cosa facesse mio padre a quel tavolino, a volte per ore, altre per pochi minuti.
Quando la moneta tintinnava sul piattino della bugia prima di affondare nella cera, sapevo che mio padre sarebbe uscito di casa stringendo le buste bianche. Tornava sempre a mani vuote.
Altre volte disegnava case e mi raccontava che lui sognava per la gente. E mi immaginavo che con la sua penna a china aggiungesse un bagno di servizio per trasformare una casa in una reggia, che ampliasse un salotto per avere più spazi per l’aperitivo oppure creasse una grande vetrate con qualche merletto e colonna per vedere il panorama. Ma in paese serviva più un geometra che raddrizzasse muri, aggiungesse una stanza quadrata per il nuovo figlio, qualcuno che rendesse legale alzare di un metro il soffitto della stalla per entrare eretti a curare le bestie.
Mia madre lo chiamava il letterato. Lo diceva in modo tale che spiccasse la parola “lettera” e il “to” le scoppiasse dalla bocca come una sberla.
Gli rinfacciava di essere cambiato da quando era venuto a mancare Alessandro. Gli diceva che era noioso e che puzzava già di cadavere.
Ero certa che fosse colpa mia. Il giorno del funerale di Alessandro ero stata io ad aver trovato la busta, e sempre io l’avevo data al papà e avevo visto con i miei occhi la sua trasformazione.
Proprio così le ho gridato piangendo mentre lei faceva le valige per andarsene e non tornare mai più.
Mio padre l’aspettava sulla soglia con una busta bianca in mano “Leggila in corriera” sono state le ultime parole che si sono scambiati.
Era un uomo mite, mio padre.
La pelle sottile e senza calli sembrava carta velina le poche volte che mi accarezzava mentre impastavo la creta.
Lui scriveva e io creavo figure.
Andavo a scuola e scolpivo il legno, la pietra. Levavo tutta la materia superflua per fare emergere le mie donne prive di bocca con occhi grandi che divoravano la realtà. Ero brava a fare i nasi: nella creta li pizzicavo fuori dal viso senza troppa pressione, con lo scalpello creavo impietosa gobbe e grandi narici pensando alle vecchie che vedevo di profilo alla messa.
Quando sono partita per Roma l’ho lasciato in mezzo alle buste e ai suoi progetti.
“Te la dovrai cavare da sola, Anna.” Le uniche parole che mi accompagnarono. Non arrivò nemmeno una busta per me, eppure gli avevo mandato l’indirizzo. Scriveva solo per gli altri, ed ero gelosa di questo, anch’io volevo le mie lettere.
Ci sentivamo ai nostri compleanni e a Natale e non tornavo mai.
Alle mie mostre mi chiedevano sempre della Sardegna, delle spiagge, dei VIP e io, che avevo davanti agli occhi il nostro orto scarno piú pitre che verdura, rispondevo che dovevo finire di scoprire il mondo prima di tornare a casa.
Così viaggiavo a cavallo della mia arte deponendo qua e là le mie donne senza bocca.
Me l’ero cavata da sola, sempre, orfana di genitori viventi.
Un giorno mi era sembrato di vedere mia madre proprio vicino al Colosseo, e per un momento ebbi paura che parlarle mi avrebbe cambiato la vita, portato via la mia arte. Un istante dopo non c’era più.
L’acqua gocciola dalle mie dita nodose.
Sono tornata e rimarrò.
Ogni passo illuminato dalla luna mi porta più vicino al tavolino e alle mie due lettere. Infine, lui mi aveva scritto.
Mi aveva telefonato Don Gaetano:” Anna, torna a casa. Sta aspettando te per morire.”
Entrata nella camera da letto, c’era mio padre. Il cranio piccolo, ricoperto dai capelli radi, sotto alla mia carezza sembrava quello del passero che avevo trovato da bambina. La forma si adattava alla mia mano e quello che voleva essere un gesto di presenza, era diventato amore puro.
Sono lisci e morbidi i vecchi in quella puzza di morte. Le bollicine di bava bianca agli angoli della bocca scoppiavano silenziose ad ogni respiro. Lo guardavo mentre la pelle del viso si ingialliva fra le rughe profonde. Le orecchie sembravano enormi, come anche il naso dalle narici carnose.
All’ultimo respiro gli stringevo la mano. Ma dopo un minuto ne fece un altro profondo come ad assorbire l’universo. Di nuovo eoni di silenzio e poi un altro risucchio raschiante ad alzare il torace sotto al lenzuolo.
Ero arrivata troppo tardi per le ultime parole, potevo solo osservare il suo volto di cera, e la bocca rilassata in una smorfia.
Ancora una volta i polmoni cercarono aria, la mano tremò nella mia e la sua anima passò fra noi mentre ci guardavamo negli occhi.
Ora sento la stessa pressione di quando cerco la figura nella materia. Nella sinistra la moneta, nella destra la penna e scrivo cose di cui non so da consegnare a chi non conosco.
Chiudo la busta e mentre esco a consegnare la missiva penso all'ultimo progetto di mio padre giá approvato dal comune: ha ridisegnato tutta la casa attorno all’atelier nel quale lavorerò per il resto dei miei giorni. L’unica cosa invariata è il tavolino sotto alla finestra, quello dove ho aperto le due lettere dopo il funerale.
La seconda diceva solo: “Ora tocca a te”.