[CE2025] Il passo di Sandar Lan - sequel di "La fede è una spada forgiata nell'attesa"
Posted: Mon Aug 25, 2025 11:08 am
Link al racconto prima fase viewtopic.php?p=77019#p77019
Quelle ultime parole lo gettarono in un silenzio che non aveva mai conosciuto, così profondo che neppure sua sorella riuscì a sfiorarlo.
Per un attimo le parve di avere di fronte un'altra persona, non il fratello di sempre.
In realtà non si vedevano da anni, solo qualche saluto di circostanza durante le festività. Eppure quell'etichetta che si portava addosso sembrava incisa nella pietra, almeno ai suoi occhi.
Per fortuna non erano mai stati particolarmente attaccati al denaro e la vendita dell'antica casa di famiglia non destava ulteriori conflitti.
Fred la rassicurò: avrebbero fatto vedere le lettere sigillate a un esperto di scritture.
Ma ormai l'altra era stata aperta. In cima, il titolo: Passo di Sandar Lan.
Era scritta con inchiostro rossastro. A due terzi del foglio, i caratteri si erano dissolti in una macchia di muffa, illeggibili. La carta artigianale emanava un odore di umido.
È ormai da qualche anno che vago alla ricerca di questo luogo. Da quando mi apparve in sogno non riesco a dimenticare quella voce che mi diede il benvenuto.
Una voce lieve, gentile, che mi invitava a seguirla verso il punto in cui terra e cielo si confondono in uno spazio unico: il passo d Sandar Lan
Sento la pace dei sensi dell'essere mai nato quando odo quel dolce suono: un canto che mi chiama verso le corone delle nuvole.
Non so se, quando qualcuno troverà queste parole, farò ancora parte di questo mondo. Le consegno al messaggero del tempo.
La mia mente era pronta alla salita, come lo era stata la mia vita, nonostante tutti la additavano come goliardica e lussuriosa. Il pensiero che muove la gente è spesso deviato dall'apparenza.
Chissà se raggiungerò mai la meta, ma la sua ricerca è già un dono indimenticabile.
Mi sono nutrito di aria e di sabbia. Di radici e di fiori. Del vento che spazza via il superfluo. Ho visto vecchi che levitavano e ombre di bambini senza voce. Ho attraversato il gelo e l'arsura. Il ghiaccio eterno che non si lascia scalfire neanche da schegge di sole.
C'è chi mi dice che quello che cerco è più vicino di quanto immagino. Altri, che finché lo cercherò non lo troverò mai.
Per alcuni mesi sono ospite di un saggio. Non ha mai detto una parola. Il suo sguardo è entrato dentro di me. Ha occhi velati e mani nodose come radici di una pianta secolare.
Qualche giorno fa, prima di salutarlo, mi ha dato una un pezzo di resina di chissà quale pianta. La porto in tasca e sento che emana un calore capace di sostenermi nel gelo.
Ora, sono in una grande tenda: un gruppo di nomadi mi ha accolto. Sto scrivendo con il sangue di yak e una piuma d'aquila. Che meraviglia questo bovino. Pacifico, forte e resistente alle condizioni più estreme, con due lunghe eleganti corna. Ha un manto di lana spessissimo e viene considerato una guida spirituale, simbolo del cammino interiore. Ci dona un po' del suo sangue per sostenerci. Gli praticano un piccolo forellino, che viene riassorbito in breve, su una vena del collo lasciando fuoriuscire uno zampillo di sangue che viene raccolto in una ciotola e miscelato al suo latte.
Poche sorsate bastano a lasciarti un'energia fino al tramonto.
Un pastore mi ha detto che Sandar Lan rappresenta il luogo della trasformazione. Quando lo si raggiunge si entra in un'altra dimensione.
La strada è a me sconosciuta, ma la forza di questo gigante mi spinge ad andare avanti.
Riprendo il viaggio e rimango subito affascinato da
La lettera si interrompeva.
Fred rimase abbagliato da quelle parole. Sandar Lan entrò nella testa in modo inscindibile.
Non trovò nessun indizio che potesse condurlo a quelle due parole. Ma, considerando quello che aveva letto con la sorella, in cui si menzionavano montagne del Karakorum, il lago di Catyr Kol, c'era una possibilità che la zona potesse includere anche quell'altro misterioso luogo.
Quelle “corone fra le nuvole” poi, gli fecero pensare alle vette più alte del mondo.
“Fred, ti senti bene? È da un po' di tempo che ti vedo così strano. Scusami se è colpa mia. Sono stata troppo irruenta nel giudicarti.”
“Kat, sei l'unica a essere stata comprensiva con me. Ricordo quando mi riassumevi di nascosto i passaggi della Bibbia, in soffitta, che papà mi costringeva a ripetere, per evitarmi le sue punizioni corporali. È che quelle lettere mi hanno scombussolato il cuore e aperto la mente.”
“Ma come? Le hai lette? Avevamo detto di farle valutare integre.”
“No, solo la seconda, quella già aperta. Quella che parlava del passo di Sandar Lan.”
“Ebbene? Cosa diceva?”
“Non lo so... ma sono rimasto folgorato. La scrittura si interrompe mentre descrive la ricerca di questo luogo. Voglio ripercorrere i passi del nostro antenato.”
“Ma sei matto? Dopo secoli pensi di rifare la strada di un trisnonno che forse non era neppure sano di mente?”
“Vorrei tanto poterlo essere anch'io.”
“Non ti riconosco più.”
“Neanch'io.”
“E dove pensi di andare?”
“Non lo so di preciso... ma lo scoprirò camminando.”
“Camminando?”
“Perché no, è il nostro migliore e unico mezzo. Camminare da una città all'altra è come percorrere la strada da casa a scuola. Attraversare un deserto, foreste e montagne è come fare un percorso dentro sé stessi.”
Kat era sbalordita. La mente di suo fratello sembrava posseduta da un saggio. Non che le dispiacesse: fino ad allora gli unici punti di riferimento erano il Morna e lo Scurro. Due soggetti che amava definire ironicamente due cime con la testa di rapa. Per la prima volta provava invidia per quel fratello che aveva sempre ritenuto superficiale.
Un nomade della steppa mi avvolge i piedi piagati con un morbido manto di pelle di pecora. Mi crea un calzare che mi fascia il piede fin sotto il ginocchio. Riposo per alcuni giorni nella sua tenda. Prima di ripartire mi porge una pietra lucida, sembra un pezzo di resina.
Rimango esterrefatto: una coincidenza incredibile con il mio omonimo avo che mi ha preceduto.
Incontri straordinari si susseguono.
Uno di questi l'ho chiamato l'Uomo Palla: un nano, tutto rannicchiato su sé stesso, che si lasciava rotolare giù da un pendio di erba alta.
Mi rivolge parole incomprensibili, in piedi, eretto col capo chino. Rimango con lui un giorno e una notte. Lo saluto e proseguo il viaggio.
Poi è la volta di un conte danese, o così si definisce. Un criptozoologo che cerca leggende e creature dimenticate in una terra ancora vergine. Si è fermato, non ricorda più da quanto, stanco del lungo peregrinare, costruendosi una dimora possente con spesse pareti di terra.
È gentile. Mi offre panna acida di latte di cavalla con una specie di piadina fatta con cereali tostati che coltiva lui stesso.
Quando gli parlo di Sandar Lan vorrebbe seguirmi, ma la sua missione è un'altra: la ricerca del grande rinoceronte lanoso, estinto da millenni. Il suo corno, lungo oltre un metro, era stato visto da un nomade, brandito come una sciabola.
Riparto. Dopo giorni di fame e arsura inizio a masticare pezzi di pelle dei miei calzari, inghiottendoli per sopravvivere.
E all'improvviso mi appare una sorgente miracolosa, un'oasi verde. Lì, all'ombra di un melograno, un vecchio pastore con un solo ovino al fianco sgrana lentamente i semi del frutto, alternandone uno per sé e uno per la pecora. Mi siedo accanto, entrando a far parte di quel lento rituale.
Al calar del sole, il frutto sembra inesauribile. Proseguiamo così per giorni, sospesi fuori dal tempo.
Il corpo del vecchio, seminudo, è costellato da piccole cicatrici parallele.
“È il mio tempo” dice vedendo il mio sguardo.
“Non capisco.”
“Le piante che vedi fioriscono una sola volta all'anno, per poche ore. Attraggono migliaia di insetti il cui ciclo vitale corrisponde al tempo della fioritura. Ogni volta incido un segno sulla pelle. Quando non ci sarà più spazio il mio tempo finirà.”
Prati verdi e ruscelli limpidi mi aprono a una nuova prospettiva con le cime seghettate all'orizzonte.
Inizio una lenta, inesorabile salita. Un vento forte trascina le foglie come stormi di uccelli impazziti.
Busso a una casa di legno. Mi accoglie una bambina dagli occhi grandi e un sorriso splendente. La madre, alla mia vista, si inchina e mi porge una ciotola di tè nero caldo, a cui aggiunge burro di yak.
Sento un sapore forte, amarognolo e salato che mi dà immediata energia.
Intorno vedo altre case. La gente del villaggio accorre, ognuno portando un dono.
Il capo del villaggio, un uomo senza una gamba che si nuove con naturalezza, ha una protesi intagliata con motivi floreali e animali.
Non dice nulla, sa quale è la mia meta.
“Il sole si nasconde dietro nuvole pesanti. Il grande inverno è vicino. Devi attendere che il fiume torni a cantare e i cavalli a danzare.”
Mi ospitano in una baracca semplice di legno, un asse rialzato come piano, un tappeto di lana per dormire e una piccola stufa accanto a un cesto colmo di sterco essiccato.
Le sere sono allietate da un dolce e prolungato canto: la donna che mi ha accolto. Mi guarda, la guardo. Mi incido un segno per ogni notte passata in questo luogo magico.
Allo sciogliersi dell'inverno, alla partenza, il capo villaggio mi porge la sua gamba trasformata in bastone. Rimane immobile, saldo, con l'aria serena di trampoliere che riposa nella palude, in equilibrio su una zampa sola. Accolgo il dono a mani tese. La donna mi consegna burro di yak e cereali tostati.
Avrei voluto ricambiare. Trovo nella tasca il pezzo di resina, lo offro, ma l'uomo me lo restituisce sussurrandomi: “Ti proteggerà nel cammino.”
Mi allontano verso un sentiero che sale, aiutandomi con il dono ricevuto dall'uomo, puntellandolo sul terreno a ogni passo.
Foreste e ruscelli dappertutto. Il risveglio è un'esplosione di vita.
Incontro un viandante con un asino. Comunica, accarezzandolo dolcemente, con dei strani versi. Facciamo un tratto insieme, poi lo vedo allontanarsi.
Poco dopo sento un suono di campanelle. Incrocio un sentiero dove un folto gruppo procede in processione, agitando piccoli sonagli.
In lontananza, altri che si inerpicano su per la roccia. Alle mie spalle, voci di bambini e barriti di elefanti sparsi che strappano frasche.
La strada si allarga, sembra un fiume in piena. Tutti diretti al passo di Sandar Lan.
Arriviamo a uno slargo: siamo in migliaia.
Sento parlare di una grande porta attraverso la quale si apre un nuovo mondo e che una volta oltrepassata non si torna più indietro.
Di nuovo canti. Mi avvolgono da tutte le parti.
Voglio raggiungere la cima al più presto. Mi faccio spazio tra la folla. Tutti mi sorridono: un miracolo rispetto al mondo che conoscevo.
Arrivo al culmine. In molti sono seduti intorno alla porta, due pali decorati. Non ho mai saputo se questo fosse il passo di Sandar Lan. Non ha più importanza. Ho compreso che la vera trasformazione sta nel cammino stesso.
Intorno, molti doni lasciati dai viaggiatori: cibo. oggetti e indumenti. Infilo la mano in tasca e prendo il pezzo di resina che nel frattempo si è diviso in due parti. Lo appoggio sopra una piccola torre di pietre posizionate con elegante equilibrio.
Al di là del varco tutti proseguono nel cammino.
Malgrado la fatica, mi pervade un senso di leggerezza. Migliaia di persone in un silenzio irreale.
Capisco che il senso di tutto questo sta nel proseguire il viaggio.
“Che storia incredibile! Dove hai trovato questo diario?”
“Mi è stato recapitato con un pacco. C'era un biglietto che lo accompagnava.”
Egregio M. Melanchon
Credo che appartenga a un vostro parente.
Cordialmente
Madame Louise Gaillard
“Si chiamava come te. Ma chi era questo Frederick Melanchon?”
“Un nostro avo, forse bisnonno. Ora ricordo la voce della nonna quando ci raccontava favole di un re che abbandonò il suo regno per viaggiare senza nulla, inseguendo avventure, visioni e incontri straordinari alla ricerca di terre misteriose.”
“Io non ricordo nulla.”
“Certo, eri più piccola e la nonna ci lasciò poco dopo. Quel pacco dev'essere arrivato al vecchio palazzo dei nonni prima che fosse venduto. Era stata lo loro dimora per generazioni intere. Poi arrivarono Gaillard e trasformarono quelle stanze in uno dei loro lussuosi bed and breakfast.”
“Che storia assurda. E lui... che fine ha fatto?”
“Si dice che abbia abbandonato tutto di colpo. Partì inseguendo il leggendario passo di Sandar Lan. Non fece mai ritorno.”
“E dentro al pacco, c'era altro?”
“Questa pietra.”
“Sembra una resina d'albero. Ha un colore bellissimo e profuma ancora.”
Fred abbozza un sorriso.
“Chissà cosa lo spinse davvero. Provo un po' d'invidia. A volte anch'io sento un'irrefrenabile voglia di partire...”
Quelle ultime parole lo gettarono in un silenzio che non aveva mai conosciuto, così profondo che neppure sua sorella riuscì a sfiorarlo.
Per un attimo le parve di avere di fronte un'altra persona, non il fratello di sempre.
In realtà non si vedevano da anni, solo qualche saluto di circostanza durante le festività. Eppure quell'etichetta che si portava addosso sembrava incisa nella pietra, almeno ai suoi occhi.
Per fortuna non erano mai stati particolarmente attaccati al denaro e la vendita dell'antica casa di famiglia non destava ulteriori conflitti.
Fred la rassicurò: avrebbero fatto vedere le lettere sigillate a un esperto di scritture.
Ma ormai l'altra era stata aperta. In cima, il titolo: Passo di Sandar Lan.
Era scritta con inchiostro rossastro. A due terzi del foglio, i caratteri si erano dissolti in una macchia di muffa, illeggibili. La carta artigianale emanava un odore di umido.
È ormai da qualche anno che vago alla ricerca di questo luogo. Da quando mi apparve in sogno non riesco a dimenticare quella voce che mi diede il benvenuto.
Una voce lieve, gentile, che mi invitava a seguirla verso il punto in cui terra e cielo si confondono in uno spazio unico: il passo d Sandar Lan
Sento la pace dei sensi dell'essere mai nato quando odo quel dolce suono: un canto che mi chiama verso le corone delle nuvole.
Non so se, quando qualcuno troverà queste parole, farò ancora parte di questo mondo. Le consegno al messaggero del tempo.
La mia mente era pronta alla salita, come lo era stata la mia vita, nonostante tutti la additavano come goliardica e lussuriosa. Il pensiero che muove la gente è spesso deviato dall'apparenza.
Chissà se raggiungerò mai la meta, ma la sua ricerca è già un dono indimenticabile.
Mi sono nutrito di aria e di sabbia. Di radici e di fiori. Del vento che spazza via il superfluo. Ho visto vecchi che levitavano e ombre di bambini senza voce. Ho attraversato il gelo e l'arsura. Il ghiaccio eterno che non si lascia scalfire neanche da schegge di sole.
C'è chi mi dice che quello che cerco è più vicino di quanto immagino. Altri, che finché lo cercherò non lo troverò mai.
Per alcuni mesi sono ospite di un saggio. Non ha mai detto una parola. Il suo sguardo è entrato dentro di me. Ha occhi velati e mani nodose come radici di una pianta secolare.
Qualche giorno fa, prima di salutarlo, mi ha dato una un pezzo di resina di chissà quale pianta. La porto in tasca e sento che emana un calore capace di sostenermi nel gelo.
Ora, sono in una grande tenda: un gruppo di nomadi mi ha accolto. Sto scrivendo con il sangue di yak e una piuma d'aquila. Che meraviglia questo bovino. Pacifico, forte e resistente alle condizioni più estreme, con due lunghe eleganti corna. Ha un manto di lana spessissimo e viene considerato una guida spirituale, simbolo del cammino interiore. Ci dona un po' del suo sangue per sostenerci. Gli praticano un piccolo forellino, che viene riassorbito in breve, su una vena del collo lasciando fuoriuscire uno zampillo di sangue che viene raccolto in una ciotola e miscelato al suo latte.
Poche sorsate bastano a lasciarti un'energia fino al tramonto.
Un pastore mi ha detto che Sandar Lan rappresenta il luogo della trasformazione. Quando lo si raggiunge si entra in un'altra dimensione.
La strada è a me sconosciuta, ma la forza di questo gigante mi spinge ad andare avanti.
Riprendo il viaggio e rimango subito affascinato da
La lettera si interrompeva.
Fred rimase abbagliato da quelle parole. Sandar Lan entrò nella testa in modo inscindibile.
Non trovò nessun indizio che potesse condurlo a quelle due parole. Ma, considerando quello che aveva letto con la sorella, in cui si menzionavano montagne del Karakorum, il lago di Catyr Kol, c'era una possibilità che la zona potesse includere anche quell'altro misterioso luogo.
Quelle “corone fra le nuvole” poi, gli fecero pensare alle vette più alte del mondo.
“Fred, ti senti bene? È da un po' di tempo che ti vedo così strano. Scusami se è colpa mia. Sono stata troppo irruenta nel giudicarti.”
“Kat, sei l'unica a essere stata comprensiva con me. Ricordo quando mi riassumevi di nascosto i passaggi della Bibbia, in soffitta, che papà mi costringeva a ripetere, per evitarmi le sue punizioni corporali. È che quelle lettere mi hanno scombussolato il cuore e aperto la mente.”
“Ma come? Le hai lette? Avevamo detto di farle valutare integre.”
“No, solo la seconda, quella già aperta. Quella che parlava del passo di Sandar Lan.”
“Ebbene? Cosa diceva?”
“Non lo so... ma sono rimasto folgorato. La scrittura si interrompe mentre descrive la ricerca di questo luogo. Voglio ripercorrere i passi del nostro antenato.”
“Ma sei matto? Dopo secoli pensi di rifare la strada di un trisnonno che forse non era neppure sano di mente?”
“Vorrei tanto poterlo essere anch'io.”
“Non ti riconosco più.”
“Neanch'io.”
“E dove pensi di andare?”
“Non lo so di preciso... ma lo scoprirò camminando.”
“Camminando?”
“Perché no, è il nostro migliore e unico mezzo. Camminare da una città all'altra è come percorrere la strada da casa a scuola. Attraversare un deserto, foreste e montagne è come fare un percorso dentro sé stessi.”
Kat era sbalordita. La mente di suo fratello sembrava posseduta da un saggio. Non che le dispiacesse: fino ad allora gli unici punti di riferimento erano il Morna e lo Scurro. Due soggetti che amava definire ironicamente due cime con la testa di rapa. Per la prima volta provava invidia per quel fratello che aveva sempre ritenuto superficiale.
Un nomade della steppa mi avvolge i piedi piagati con un morbido manto di pelle di pecora. Mi crea un calzare che mi fascia il piede fin sotto il ginocchio. Riposo per alcuni giorni nella sua tenda. Prima di ripartire mi porge una pietra lucida, sembra un pezzo di resina.
Rimango esterrefatto: una coincidenza incredibile con il mio omonimo avo che mi ha preceduto.
Incontri straordinari si susseguono.
Uno di questi l'ho chiamato l'Uomo Palla: un nano, tutto rannicchiato su sé stesso, che si lasciava rotolare giù da un pendio di erba alta.
Mi rivolge parole incomprensibili, in piedi, eretto col capo chino. Rimango con lui un giorno e una notte. Lo saluto e proseguo il viaggio.
Poi è la volta di un conte danese, o così si definisce. Un criptozoologo che cerca leggende e creature dimenticate in una terra ancora vergine. Si è fermato, non ricorda più da quanto, stanco del lungo peregrinare, costruendosi una dimora possente con spesse pareti di terra.
È gentile. Mi offre panna acida di latte di cavalla con una specie di piadina fatta con cereali tostati che coltiva lui stesso.
Quando gli parlo di Sandar Lan vorrebbe seguirmi, ma la sua missione è un'altra: la ricerca del grande rinoceronte lanoso, estinto da millenni. Il suo corno, lungo oltre un metro, era stato visto da un nomade, brandito come una sciabola.
Riparto. Dopo giorni di fame e arsura inizio a masticare pezzi di pelle dei miei calzari, inghiottendoli per sopravvivere.
E all'improvviso mi appare una sorgente miracolosa, un'oasi verde. Lì, all'ombra di un melograno, un vecchio pastore con un solo ovino al fianco sgrana lentamente i semi del frutto, alternandone uno per sé e uno per la pecora. Mi siedo accanto, entrando a far parte di quel lento rituale.
Al calar del sole, il frutto sembra inesauribile. Proseguiamo così per giorni, sospesi fuori dal tempo.
Il corpo del vecchio, seminudo, è costellato da piccole cicatrici parallele.
“È il mio tempo” dice vedendo il mio sguardo.
“Non capisco.”
“Le piante che vedi fioriscono una sola volta all'anno, per poche ore. Attraggono migliaia di insetti il cui ciclo vitale corrisponde al tempo della fioritura. Ogni volta incido un segno sulla pelle. Quando non ci sarà più spazio il mio tempo finirà.”
Prati verdi e ruscelli limpidi mi aprono a una nuova prospettiva con le cime seghettate all'orizzonte.
Inizio una lenta, inesorabile salita. Un vento forte trascina le foglie come stormi di uccelli impazziti.
Busso a una casa di legno. Mi accoglie una bambina dagli occhi grandi e un sorriso splendente. La madre, alla mia vista, si inchina e mi porge una ciotola di tè nero caldo, a cui aggiunge burro di yak.
Sento un sapore forte, amarognolo e salato che mi dà immediata energia.
Intorno vedo altre case. La gente del villaggio accorre, ognuno portando un dono.
Il capo del villaggio, un uomo senza una gamba che si nuove con naturalezza, ha una protesi intagliata con motivi floreali e animali.
Non dice nulla, sa quale è la mia meta.
“Il sole si nasconde dietro nuvole pesanti. Il grande inverno è vicino. Devi attendere che il fiume torni a cantare e i cavalli a danzare.”
Mi ospitano in una baracca semplice di legno, un asse rialzato come piano, un tappeto di lana per dormire e una piccola stufa accanto a un cesto colmo di sterco essiccato.
Le sere sono allietate da un dolce e prolungato canto: la donna che mi ha accolto. Mi guarda, la guardo. Mi incido un segno per ogni notte passata in questo luogo magico.
Allo sciogliersi dell'inverno, alla partenza, il capo villaggio mi porge la sua gamba trasformata in bastone. Rimane immobile, saldo, con l'aria serena di trampoliere che riposa nella palude, in equilibrio su una zampa sola. Accolgo il dono a mani tese. La donna mi consegna burro di yak e cereali tostati.
Avrei voluto ricambiare. Trovo nella tasca il pezzo di resina, lo offro, ma l'uomo me lo restituisce sussurrandomi: “Ti proteggerà nel cammino.”
Mi allontano verso un sentiero che sale, aiutandomi con il dono ricevuto dall'uomo, puntellandolo sul terreno a ogni passo.
Foreste e ruscelli dappertutto. Il risveglio è un'esplosione di vita.
Incontro un viandante con un asino. Comunica, accarezzandolo dolcemente, con dei strani versi. Facciamo un tratto insieme, poi lo vedo allontanarsi.
Poco dopo sento un suono di campanelle. Incrocio un sentiero dove un folto gruppo procede in processione, agitando piccoli sonagli.
In lontananza, altri che si inerpicano su per la roccia. Alle mie spalle, voci di bambini e barriti di elefanti sparsi che strappano frasche.
La strada si allarga, sembra un fiume in piena. Tutti diretti al passo di Sandar Lan.
Arriviamo a uno slargo: siamo in migliaia.
Sento parlare di una grande porta attraverso la quale si apre un nuovo mondo e che una volta oltrepassata non si torna più indietro.
Di nuovo canti. Mi avvolgono da tutte le parti.
Voglio raggiungere la cima al più presto. Mi faccio spazio tra la folla. Tutti mi sorridono: un miracolo rispetto al mondo che conoscevo.
Arrivo al culmine. In molti sono seduti intorno alla porta, due pali decorati. Non ho mai saputo se questo fosse il passo di Sandar Lan. Non ha più importanza. Ho compreso che la vera trasformazione sta nel cammino stesso.
Intorno, molti doni lasciati dai viaggiatori: cibo. oggetti e indumenti. Infilo la mano in tasca e prendo il pezzo di resina che nel frattempo si è diviso in due parti. Lo appoggio sopra una piccola torre di pietre posizionate con elegante equilibrio.
Al di là del varco tutti proseguono nel cammino.
Malgrado la fatica, mi pervade un senso di leggerezza. Migliaia di persone in un silenzio irreale.
Capisco che il senso di tutto questo sta nel proseguire il viaggio.
“Che storia incredibile! Dove hai trovato questo diario?”
“Mi è stato recapitato con un pacco. C'era un biglietto che lo accompagnava.”
Egregio M. Melanchon
Credo che appartenga a un vostro parente.
Cordialmente
Madame Louise Gaillard
“Si chiamava come te. Ma chi era questo Frederick Melanchon?”
“Un nostro avo, forse bisnonno. Ora ricordo la voce della nonna quando ci raccontava favole di un re che abbandonò il suo regno per viaggiare senza nulla, inseguendo avventure, visioni e incontri straordinari alla ricerca di terre misteriose.”
“Io non ricordo nulla.”
“Certo, eri più piccola e la nonna ci lasciò poco dopo. Quel pacco dev'essere arrivato al vecchio palazzo dei nonni prima che fosse venduto. Era stata lo loro dimora per generazioni intere. Poi arrivarono Gaillard e trasformarono quelle stanze in uno dei loro lussuosi bed and breakfast.”
“Che storia assurda. E lui... che fine ha fatto?”
“Si dice che abbia abbandonato tutto di colpo. Partì inseguendo il leggendario passo di Sandar Lan. Non fece mai ritorno.”
“E dentro al pacco, c'era altro?”
“Questa pietra.”
“Sembra una resina d'albero. Ha un colore bellissimo e profuma ancora.”
Fred abbozza un sorriso.
“Chissà cosa lo spinse davvero. Provo un po' d'invidia. A volte anch'io sento un'irrefrenabile voglia di partire...”